A S. Caterina Martire. A richiesta del sig. D. Giuseppe Storace d'Afflitto
Vergini, voi che per le sacre sponde
Del Giordano idumeo cogliete fiori,
Voi ch'ai cigni canori
Aure dolci nutrite, ombre gioconde,
E mentre balli e ghirlandette ordite,
Fra gli allori e le palme i gigli unite:
Fra 'l bel numero vostro oggi bram'io
Verginella cantar pura e immortale;
Ma il mio canto che vale,
Se poi forze non ho pari al desio?
Or voi dando al mio stil regola e tuono,
De la cetera mia temprate il suono.
Ad incredula gente aperse il Sole
Del cattolico ciel costei ch'io canto,
E con doppio suo vanto
Di Liceo superò le dotte scole,
Et in ricco teatro accolta intorno,
Ai più saggi recò stupore e scorno.
Ella amanti abborrendo eroi terrestri,
Fu del Re della gloria accesa e vaga;
Ella contenta e paga
Meritò di goder nozze celesti,
E sotto puro e semplicetto velo
Esser vergine in terra e sposa in cielo.
Tenerella fanciulla, armata il petto
Di pudica onestà, vinse i tiranni,
E nel fior de' begli anni
Tenne al senso rubello il fren ristretto,
E spregiando le pompe, a Dio rivolta,
Corse destro sentier veloce e sciolta.
Confessando la fé, dotta riprese
Con magnanimo cor popoli vani,
E i lor culti profani
Condennò generosa, e i suoi difese;
Et ai ciechi idolatri aprendo il lume,
Fu maestra ad altrui di vero nume.
Non timor, non orror giamai le diede
Di barbarico re strazio penoso.
Serbò cor generoso,
I tormenti schernì, scoglio di fede,
E tra rigide pene alma gioiosa,
Parve cinta di spine intatta rosa.
Trovi pur novi strazi e novi modi
D'inuditi martir l'uomo inumano;
Formi barbara mano
Dentata ruota di taglienti chiodi,
Che non fia mai col suo rigor bastante
A piegar di costei l'alma costante.
Sotto il ferro crudel, lieta e ridente,
Mansueta piegò l'eburneo collo,
Diede l'ultimo crollo
E di latte versò fonte lucente.
Meraviglia inudita: in terra essangue
La bianchezza del cor mostrò nel sangue!
Da la terra drizzò verso le stelle
Luminosa colomba il franco volo;
Corse di polo in polo
Le campagne del ciel felici e belle,
E pascendo il desio d'eterno lume,
Lieta in grembo al Fattor fermò le piume.
De l'esequie di lei ministri degni
Da le spere calar gli angeli eletti;
Suonar gli empirei tetti,
D'allegrezza mostrando aperti segni;
E l'erser poi, miracoloso e bello,
Ne la cima d'un monte il sacro avello.
Qui di garruli augei turba pennuta,
Tributaria devota, a lei sen viene;
Qui per l'aure serene
Mostra far riverenza a lei dovuta,
E di pura onestà mostrando essempio,
Il pacifico olivo offre al suo tempio.
Ecco umile ancor io, timido prendo
Riverente ad offrirle il cor devoto;
Ecco in segno di voto
Questa cetera mia sacro et appendo,
Pregando lei che con cortese affetto,
Aggradendo il desio, scusi il difetto.