A UN ENCICLOPEDICO
Perché seccarmi? Perché dirmi sempre
ch'io mostri il viso e badi che la lima
coll'opera il cervel non mi distempre?
Perché voler che all'impazzata imprima
tutto ciò che mi frulla per la testa?
Lo so che s'usa scappar fuori prima
del tempo e a sedici anni alzar la cresta;
ma io son pusillanime e non bramo
dare a mangiare altrui roba indigesta.
Se, non giungendo ancora al primo ramo
della scienza il desiato frutto
voi v'ingollaste come fece Adamo,
a voi tocca non fare il farabutto:
voi poeta e filosofo profondo
parlate pure e scrivete di tutto.
Messere, io come voi non son fecondo
ogni giorno non posso a versi e a prose
aprir la stura ed allagare il mondo.
Mi diè natura allor che mi compose
stitico ingegno, ed alla fantasia
distribuì le penne in poca dose.
E siate certo pur che questa mia
non è modestia da prefazione
che in velo d'umiltà detti albagia.
Queste maschere lascio al bighellone
che pei caffè facendo il letterato
risparmia la lucerna ed il groppone;
e un Socrate si stima arcibeato
quando sulle colonne d'un giornale
ha un castello di vento edificato.
Io quando scrivo, scrivo tardi e male
e tornare a riscriver mi conviene
dumila volte; e spesso anco non vale
piantarsi lì col petto e con le rene
pigliandola a diritto ed a traverso:
beato voi che fate presto e bene!
Per me spesse fiate è tempo perso
il lavoro d'un mese, e sto anco due
che non c'è verso che mi venga un verso.
Voi di vent'anni avete come grue
tutto volato il ciel della scienza,
io n'ho studiati trenta e sono un bue.
Storie, Trattati, voi li fate senza
uscir da letto e da Pilato a Erode
voi non andate mai per la sentenza.
Se si trattasse poi di fare un'Ode
un Inno, un Salmo, una Romanza, un Dramma,
che? Ve li soffia l'angelo custode.
Quanto a facezie io credo che la mamma
quando col babbo o con altri vi fece,
masticasse in quel punto un Epigramma.
Questa mia penna raggrinzata invece
in un giorno un Sonetto non infilza
e dodici quinari appena rece,
e mi ci duole il fegato e la milza:
intanto voi nel vostro parosismo
sciorinate d'opuscoli una filza.
L'arco mi scocca appena un sillogismo
che già s'è rotto, e voi quanto scrivete
più, tanto più vi cresce il priapismo,
voi per aria le immagini prendete
come farfalle, ché la spola estranea
per tali uccelli vi tessé la rete.
Chi non vuol far Centone o Miscellanea
chi non s'affida alla semisaccente
ciarliera nulleria contemporanea,
riesce proprio un uom buono da niente,
uno che affoga dentro un bicchier d'acqua,
un Pedante grottesco e inconcludente.
Io vo' pregar qualcuno se m'annacqua
il crevellaccio sterile e salvatico,
qualcun di quei che l'otre apre e scialacqua
l'onda, e allor anch'io l'enfatico
farò, aprirò bottega di sublime
Tedesco, Italo–Gallo ed Asiatico.
Ché trullo è quei che mite oggi s'esprime.
Leggendo allora le gioconde insanie
onde sovente il cranio mi gorgoglia
un uom non sembrerò preso alle panie,
come sembro qualor taluno ha voglia
d'udir quei quattro ghiribizzi miei
che sudo e trema il cor come una foglia.
Fra tante mie grettezze anco vorrei
guarir di questa e con disinvoltura
ciarlar coi dotti al par che co' babbei.
Perdio! Cosa si fa senza impostura?
Datemi il tuono, datemi il cipiglio
e bravo mi diran dalla paura.
Anch'io mediterò nel nascondiglio,
né la gente vedrà nel mio procedere
il cavadenti di lontano un miglio.
Ma no: al vostro mestier non voglio ledere:
contento di pochissimi al suffragio
starò a veder quel che potrà succedere.
Intanto nel continuo naufragio
dei cari condiscepoli e maestri
imparo l'arte di remare adagio.
Ma se a parlar di me consumo gli estri
messere io temo che contro di me
il Della Casa alfin non si scapestri.
Di voi parliamo. Al mondo ormai non c'è
cosa che non sappiate; avete a mente
de' Gerofanti i libri e di Mosè,
di Brama, di Confucio e d'altra gente:
potreste disegnar l'itinerario
dal Nord al Sud, dall'Ostro all'Occidente.
Per voi fare un sistema od un Lunario
è tutt'una. Sapete quanti lumi
contien di tutti i cieli il lampadario,
e vi son noti della Luna i fiumi
più del patrio rigagnolo e del gelo
vedeste e del calorico i costumi.
Voi della terra i codici e del cielo
conoscete e traete le sentenze
dall'Alcorano al par che dal Vangelo.
Tutte le discipline e le scienze
voi possedete insomma e vi son noti
più l'universo e sue adiacenze.
Se i vostri libri ai secoli remoti
trasmigreran per la via del progresso
ai nostri perfettissimi nepoti,
giocherei che più d'un starà perplesso
se siate nato nell'età dell'oro;
o se all'eroicomico e sconnesso
decimonono secolo, il decoro
d'aver prodotto agli uomini si debbia
d'una mente sì nobile il tesoro.
Il mio gracile fior nato alla nebbia
passerà sconosciuto al par di quello
che si coglie, s'annosa e poi si trebbia;
e sulla breve zolla, unico avello,
non che del genio la perpetua face,
non brucerà nemmeno un zolfanello.
Andate voi che ne siete capace
per il mar dello scibile a vapore,
e zoppicar lasciate in santa pace
per questa uggiosa via me, che nel core
ho un reumatismo che mi fa dir ohi,
né dell'alloro sentirò l'odore.
Scordatevi di me che temo il poi
giù nella flemma sonnolento ed ebro:
e allegramente svolazzate voi
col vostro aereostatico cerebro.