A UN ENCICLOPEDICO

By Giuseppe Giusti

Perché seccarmi? Perché dirmi sempre

ch'io mostri il viso e badi che la lima

coll'opera il cervel non mi distempre?

Perché voler che all'impazzata imprima

tutto ciò che mi frulla per la testa?

Lo so che s'usa scappar fuori prima

del tempo e a sedici anni alzar la cresta;

ma io son pusillanime e non bramo

dare a mangiare altrui roba indigesta.

Se, non giungendo ancora al primo ramo

della scienza il desiato frutto

voi v'ingollaste come fece Adamo,

a voi tocca non fare il farabutto:

voi poeta e filosofo profondo

parlate pure e scrivete di tutto.

Messere, io come voi non son fecondo

ogni giorno non posso a versi e a prose

aprir la stura ed allagare il mondo.

Mi diè natura allor che mi compose

stitico ingegno, ed alla fantasia

distribuì le penne in poca dose.

E siate certo pur che questa mia

non è modestia da prefazione

che in velo d'umiltà detti albagia.

Queste maschere lascio al bighellone

che pei caffè facendo il letterato

risparmia la lucerna ed il groppone;

e un Socrate si stima arcibeato

quando sulle colonne d'un giornale

ha un castello di vento edificato.

Io quando scrivo, scrivo tardi e male

e tornare a riscriver mi conviene

dumila volte; e spesso anco non vale

piantarsi lì col petto e con le rene

pigliandola a diritto ed a traverso:

beato voi che fate presto e bene!

Per me spesse fiate è tempo perso

il lavoro d'un mese, e sto anco due

che non c'è verso che mi venga un verso.

Voi di vent'anni avete come grue

tutto volato il ciel della scienza,

io n'ho studiati trenta e sono un bue.

Storie, Trattati, voi li fate senza

uscir da letto e da Pilato a Erode

voi non andate mai per la sentenza.

Se si trattasse poi di fare un'Ode

un Inno, un Salmo, una Romanza, un Dramma,

che? Ve li soffia l'angelo custode.

Quanto a facezie io credo che la mamma

quando col babbo o con altri vi fece,

masticasse in quel punto un Epigramma.

Questa mia penna raggrinzata invece

in un giorno un Sonetto non infilza

e dodici quinari appena rece,

e mi ci duole il fegato e la milza:

intanto voi nel vostro parosismo

sciorinate d'opuscoli una filza.

L'arco mi scocca appena un sillogismo

che già s'è rotto, e voi quanto scrivete

più, tanto più vi cresce il priapismo,

voi per aria le immagini prendete

come farfalle, ché la spola estranea

per tali uccelli vi tessé la rete.

Chi non vuol far Centone o Miscellanea

chi non s'affida alla semisaccente

ciarliera nulleria contemporanea,

riesce proprio un uom buono da niente,

uno che affoga dentro un bicchier d'acqua,

un Pedante grottesco e inconcludente.

Io vo' pregar qualcuno se m'annacqua

il crevellaccio sterile e salvatico,

qualcun di quei che l'otre apre e scialacqua

l'onda, e allor anch'io l'enfatico

farò, aprirò bottega di sublime

Tedesco, Italo–Gallo ed Asiatico.

Ché trullo è quei che mite oggi s'esprime.

Leggendo allora le gioconde insanie

onde sovente il cranio mi gorgoglia

un uom non sembrerò preso alle panie,

come sembro qualor taluno ha voglia

d'udir quei quattro ghiribizzi miei

che sudo e trema il cor come una foglia.

Fra tante mie grettezze anco vorrei

guarir di questa e con disinvoltura

ciarlar coi dotti al par che co' babbei.

Perdio! Cosa si fa senza impostura?

Datemi il tuono, datemi il cipiglio

e bravo mi diran dalla paura.

Anch'io mediterò nel nascondiglio,

né la gente vedrà nel mio procedere

il cavadenti di lontano un miglio.

Ma no: al vostro mestier non voglio ledere:

contento di pochissimi al suffragio

starò a veder quel che potrà succedere.

Intanto nel continuo naufragio

dei cari condiscepoli e maestri

imparo l'arte di remare adagio.

Ma se a parlar di me consumo gli estri

messere io temo che contro di me

il Della Casa alfin non si scapestri.

Di voi parliamo. Al mondo ormai non c'è

cosa che non sappiate; avete a mente

de' Gerofanti i libri e di Mosè,

di Brama, di Confucio e d'altra gente:

potreste disegnar l'itinerario

dal Nord al Sud, dall'Ostro all'Occidente.

Per voi fare un sistema od un Lunario

è tutt'una. Sapete quanti lumi

contien di tutti i cieli il lampadario,

e vi son noti della Luna i fiumi

più del patrio rigagnolo e del gelo

vedeste e del calorico i costumi.

Voi della terra i codici e del cielo

conoscete e traete le sentenze

dall'Alcorano al par che dal Vangelo.

Tutte le discipline e le scienze

voi possedete insomma e vi son noti

più l'universo e sue adiacenze.

Se i vostri libri ai secoli remoti

trasmigreran per la via del progresso

ai nostri perfettissimi nepoti,

giocherei che più d'un starà perplesso

se siate nato nell'età dell'oro;

o se all'eroicomico e sconnesso

decimonono secolo, il decoro

d'aver prodotto agli uomini si debbia

d'una mente sì nobile il tesoro.

Il mio gracile fior nato alla nebbia

passerà sconosciuto al par di quello

che si coglie, s'annosa e poi si trebbia;

e sulla breve zolla, unico avello,

non che del genio la perpetua face,

non brucerà nemmeno un zolfanello.

Andate voi che ne siete capace

per il mar dello scibile a vapore,

e zoppicar lasciate in santa pace

per questa uggiosa via me, che nel core

ho un reumatismo che mi fa dir ohi,

né dell'alloro sentirò l'odore.

Scordatevi di me che temo il poi

giù nella flemma sonnolento ed ebro:

e allegramente svolazzate voi

col vostro aereostatico cerebro.