A UNA MARCHESA PARTORIENTE

By Niccolò Tommaseo

Io canto al tuo periglio.

Forse una bara fia

la culla del tuo figlio;

forse due care vite,

di comune agonia

nel volo andranno unite;

dove l'uman desio

le immense ali riposa

sotto il braccio di Dio;

e paion fior' celati

in fondo a valle ombrosa

i mondi immensurati.

Forse una vita nuova

ti s'apre; e adesso appena

comincia la tua prova.

Raccogli, quant'è molta,

la giovanil tua lena,

donna, e il poeta ascolta.

Se affaticar non sai

di forti gioie il cuore,

misera e rea sarai.

Da quest'angusto e frale

t'innalza a quell'amore

eterno, universale,

che ne' suoi giri abbraccia

l'oscura della terra

e la raggiata faccia;

che tutte creature

in un amplesso serra,

le ignote e le future.

Battaglie dolorose,

e a tutti, fuor ch'a Dio

e agli Angeli, nascose,

ti darà la speranza

perfida, il van desio,

l'impronta rimembranza:

ma poi del suo piacere,

serenamente queto,

Dio ti darà godere;

e, nella sua giustizia

raccolto, il cor secreto

a sé sarà letizia.

Se mai tra gli odorati

fior' che del ciel le schiette

lagrime avran rigati,

della calunnia il vento

freddo e crudel si mette

non ne menar lamento.

Gli è delle cose belle

destin, che o le sian guaste

o non si creda in elle.

Ma del tuo verde a' lieti

silenzii ed alle caste

aure de' tuoi roseti

(chiuso orticel gentile,

cui l'invecchiar dell'anno

rinnoverà l'aprile)

verran di tanto in tanto

e grato apporteranno

le gentili alme un canto:

e il dolce odor che intorno

spirerà da que' rami,

nuovo ogni nuovo giorno,

forse avverrà ch'al vero

dal mesto error richiami

qualche stanco pensiero.

Questa ch'or t'è largita

anima nuova, fia

gran parte di tua vita.

Tiengli in sublime il guardo

levato, e lo disvia

dal secolo codardo,

che ha molti i vanti, ha vile

l'ira, gli amor' loquaci,

e gioventù senile,

e svogliato il disire;

che non sa dar possenti

né ferite né baci,

fiacco l'opre e gli accenti.

Pochi nel suo viaggio

avrà compagni, e oscuro

e' parlerà linguaggio,

quasi difficil canto,

che il secol poi maturo

ripeterà con vanto.

Ma com'uom che si muore

di freddo a cielo aperto,

che il desiato albore

chiarir non vede ancora,

dice: io morrò, ma certo,

certo verrà l'aurora;

tal egli il giovanetto,

cui sarà fé possente

il meditato affetto,

con la morente mano

additerà presente

il secolo lontano.

Questi, madre felice,

benedetti il poeta

dolori a te predice.

Se al figliuol tuo di grami

gusti dev'esser lieta

la vita, e d'ozii infami;

se dell'italo germe

non può, con degni figli,

sanar le posse inferme;

se in altro e' dee sua gioia

locar che in bei perigli

e in alti affanni, ah muoia.