Aconzio a CidippeEpistola decimanona

By Remigio Nannini

Sgombra dal cor, bella Cidippe e cara,

Ogni timor, che giuramento alcuno

Mal saggia non farai di nuovo al tuo

Sì fido amante, e sol mi basta averti

Una sol volta al giuramento astretta.

Leggi sicura pur: così sen vada

Da le tue belle membra il mal lontano,

Che senza in me sentir tormento o doglia

D'ogni aspra doglia mia, misero, è duce,

Come d'inganni son mie carte vote.

A che vergogna il tuo bel viso arrossa?

Ch'io credo, che sì come inanzi a quello

Bel simulacro di Diana e santo

Si fe' vermiglio il tuo leggiadro viso,

Così fatt'or si sien tue guance rosse.

Io non bramo d'aver da te l'infame

Frutto d'amore, o violar quel bello

Di tua virginità candido fiore,

Ma stringer sol di tua promessa fede,

E del santo Imeneo l'amato nodo,

Perch'io qual dolce tuo consorte e fido

T'amo, e non qual tuo disonesto amante:

Che se tu leggi il giuramento istesso

Che scritto aveva il fortunato pomo

Ch'io ti gittai celatamente in grembo,

Tu troverai che tu prometti solo

D'essermi sposa, e ch'io non chieggio in quello

Se non quel ch'io sospiro, e ch'io desio,

O pudica e gentil vergine e bella,

Ch'a te più sia ch'a quella diva a mente.

Ma quest'istesso ancor pavento e temo,

E che 'l mio amore, e tua promessa spregi:

E questo paventar, questa dimora,

Quest'avermi in oblio, fa dentro a l'alma

Ognor più vivo e più cocente il foco;

Il qual già mai non fu picciolo o leve,

Anzi si fece allor maggior e grave,

Quando egli, il dì che tu leggendo il pomo

Giurasti amarmi, a molta speme alzosse.

Tu mi festi sperar, tu creder ch'io

Divenir ti dovessi amato sposo.

Né puoi negar quel che dinanzi a l'alma

Diana festi, e suo tremendo nume,

D'essermi donna inviolabil giuro,

Ove ella era presente, e tue promesse

Intenta attese, e ch'accennasse parve

A l'inchinar de la virginea fronte

D'acconsentire a le promesse oneste.

Siati lecito pur biasmarmi, e dirmi

Ch'io ti tradi' con amoroso inganno,

Pur che l'inganno e la mia fraude sia

Al mio bel foco e grand'amore ascritta.

Lasso, che bramo, o che desio con queste

Fraudi impetrar, se non di aver Cidippe

Per mia consorte? e la mia bella brama

Ed onesto voler, che tanto sdegni,

Devrebbe farti a le mie voglie amica.

Io non son già naturalmente accorto,

Né per usanza astuto, e tua beltade,

Credimi vita mia, sol fammi esperto,

E lo mio ingegno a quest'imprese muove.

E solo Amor con le parole istesse

Ch'ei m'insegnò t'ha incatenata, ed egli

I giuri fece e le parole usate

Farsi nei sacri maritaggi onesti,

E per consiglio suo fui saggio amante,

Ed inventor de l'amorosa beffe.

Chiamisi pur questa mia impresa froda,

E fraudolente ognun mi dica e tristo,

Se tristizia è però, se fraude infame

Voler goder di sua consorte amata.

Ecco ch'io scrivo un'altra volta, e nuovi

Scrivo d'amante umil non finti preghi;

Ch'un altro inganno sarà forse, ed altra

Avrai cagion di lamentarti meco.

S'io per amarte, almo mio sol, t'offendo,

Io lo confesso, io ti farò mai sempre

Offesa e danno, e t'avrò sempre in mezzo,

Ancor che tu non voglia, al core affissa,

Ed userò per acquistarte ogni opra.

Se gli altri amanti audacemente entraro

In mezzo ai nudi e sanguinosi ferri

Per indi trar le lor consorti amate,

Perch'esser deve a me di biasmo infame

Soave pomo accortamente scritto?

Consenta pur la mia benigna stella

Che tante ritrovar catene e lacci

Possa l'ingegno mio, ch'in parte alcuna

Non sia la fede tua libera o sciolta.

Ben ci restano ancor mill'altri inganni,

In cui mia mente sol se stessa affanna,

E sol salire a questa altezza aspira,

Di cui quando uopo fia farò la prova,

Ché lo mio grand'ardor non vuol ch'indietro

Lasci intentata esperienza alcuna.

Sia pur quanto si vuol dubbioso e incerto

Di poterti pigliar con finti inganni,

Ch'in somma un laccio, un'amorosa froda

Sarà bastante ad annodarti il core,

E s'in Dio sol fia de l'impresa il fine,

Nondimen resterai legata e presa;

E bench'alcun de' suoi tenaci lacci

Fugga scaltra talor, non potrai sempre

Tutti i nodi schifar, tutte le reti,

Che più che tu non credi Amor t'ha tese:

E quando l'arti e l'amorose frodi

Avran poco valor, deposto in terra

Ogni spavento, a violenza aperta

Userò l'armi, e porterotti in braccio,

Qual guerrier vincitor l'amata preda.

Né di quel gran troian l'audacia biasmo,

Ch'in Grecia tolse al mal accorto sposo

L'amata donna, o d'alcun altro amante

Che fu viril, fu valoroso e forte

Sol per goder de la sua donna poi.

Io forse ancor ma vo' tacermi il resto:

E benché 'l fin di tal rapina sia

Dolor, lamento e morte, e morte forse

Mi fia doglia minor che star in vita

Senza la dolce mia bramata luce,

Che ne' begli occhi suoi mia vita porta.

Se tu fussi men bella, io men audace

A seguir te sarei, ma tua beltade

Audacia porge al pauroso core:

Tu sei cagion del temerario ardire,

Tu muovi l'alma a generose imprese

Con gli occhi tuoi, che son sì chiari e belli

Ch'a lor bellezza, e lor chiarezza cede

Il chiaro e 'l bel de le minute stelle,

Che del mio bell'ardor fur guide e duci.

I tuoi biondi capei mi fanno ancora

Ardito amante, e con la bianca fronte

Quelle tue vaghe e leggiadrette mani,

Onde bramo sentir stringermi il collo;

E le sembianze, ed i soavi sguardi

In gentil donna onestamente accorti,

E l'andar grato, e 'l pargoletto piede,

Candido sì che la marina Teti

Sì bianco forse, e così bel non l'have:

O me felice, o me beato, s'io

Laudar potessi a pien quel che s'asconde!

Ma giudicar si può ch'ogn'altra parte

In bianchezza e beltà risponda al tutto.

Dunque non è gran maraviglia s'io

Da tant'alta beltà spronato e mosso

Brami d'aver di tua promessa il pegno.

In somma io non mi sdegno e non mi curo,

Pur che tu sia mia prigioniera e sposa,

E pur che tu confessi essermi amante,

Che la mia beffa, e i miei sagaci inganni

Abbin tua mente incatenata e presa.

Né de la invidia o de lo sdegno altrui,

O de l'odio mi cal, pur ch'a l'odiato

Si doni il premio, e meritato dono.

Oimè, per qual cagion de la mia colpa

La pena tarda? a che pur, lasso, veggio

Dal grave mio fallir sì lunge il frutto?

Il forte Telamon per forza ottenne

La troiana Esion, col ferro pure

Vinse la bella Ippodamia gentile

L'invitto Achille; e l'una e l'altra poi

Seguì benigna il vincitor cortese,

Di cui mariti fur pregiati e fidi.

Mostrati pur quanto ti piace irata

E sdegnosa ver me, nimica, e fera,

Che non mi cal, se sì sdegnata e cruda,

Così nimica e così fera io possa

Di te goder, ch'io ben lo sdegno e l'ira,

Che sol per mia cagion nel cor s'accese,

Farò minor, pur che mia sorte voglia

Farmi grazia ch'io possa al mio bel sole

I sospir raccontar, l'angoscia, e 'l foco.

Siami lecito pur piangendo appresso

Starmi a mia luce, ed a' miei pianti amari

Singulti accompagnar parole e preghi;

E come servo suol, qualor paventa

Del suo signor la minacciosa voce,

E la sua verga impallidito attende,

Stender le braccia a le ginocchia amate.

Tu non sai quanto in me potere e forza

Abbia il tuo volto: a che, send'io lontano,

E non sia chi per me difesa faccia,

Senza sentir la mia ragion, mi danni?

Citami inanzi al signor nostro Amore,

Chiamami, vita mia, chiamami, e quale

Tuo servo umile a te venir m'astringi:

Che bench'irata, imperiosa, e cruda

Mi sveglia i crini, o con tue man mi faccia

Livido il volto, io paziente e cheto

Potrò soffrir tutti gli oltraggi, e solo

Avrò timor che la tua bianca mano

Non più se stessa che 'l mio viso offenda.

Né d'uopo ti sarà catene o ceppi

Con meco oprar perch'io ti sia soggetto:

Che più che i ceppi, e le catene, e i lacci

Mi terrà fermo, incatenato, e cinto

Il tuo pregiato e sì gradito amore.

E quando poscia a suo piacer tuo sdegno

Del mio scempio crudel fia sazio, e l'ira,

Quasi pentita, a te medesma allora

Dirai: deh qual mostr'ei fermezza e fede;

Con qual costanza e pazienza invitta

Umilemente il miserel m'adora!

E quando l'onte, e gli sdegnosi oltraggi,

E le minaccie, e le percosse insieme

Mi vedrai sopportar, pietosa in volto

A te stessa dirai: siami ei pur servo,

Poi ch'ei con tanto amor m'inchina e serve.

Perché, misero me, son fatto reo

Send'io lontano? e perché deve in terra

La mia ragion cader, s'ella è sì giusta,

Senza ch'alcun la mia ragion difenda?

Quel ch'io scrissi nel pomo Amor dettommi,

E s'io nel trarlo accortamente in grembo

Ti feci oltraggio, e de l'oltraggio solo

Hai da dolerti, almo mio sol, con meco:

Ma non deve con meco il sacro e santo

Nume de l'alma e riverenda diva

Esser beffato; e s'al tuo fido amante

Non vuoi servar la già promessa fede,

Né mantener tuo giuramento intero,

Servalo a quella dea che Delo onora,

Perch'ella udì le tue parole espresse,

E vide il volto tuo candido e bello

Di vergogna gentil vermiglio e tinto,

Allor che 'l nuovo ed amoroso inganno

Ti facea rossa, e tue parole ascose

Ne l'alta, immensa, ed immortal sua mente.

Sia da te lunge ogni presagio averso,

Ma sappia pur che non è divo alcuno

Sì crudo in ciel quant'è Diana quando

Spregiar da mortal uom suo nume vede,

Né chi faccia di lei de' proprii oltraggi

Più sanguinosa e più crudel vendetta.

E ne fia testimon l'alpestre e fero

Calidonio cinghial, per cui si vide

Contra i suoi figli incrudelire Altea.

Il misero Atteon può farne ancora

Al mondo fede, il qual sembrando ai suoi

Ferocissimi can selvaggio cervo,

Smembrar se stesso a quella guisa scorse

Che già veduto avea squarciare inanti

Ben mille fere; e la superba e bella

Niobe poi, che fu mutata in sasso,

E ch'in Bitinia ancor del sasso fore

Distilla il tristo e doloroso pianto,

Di lei provò l'infuriato sdegno.

Oimè! ch'io temo, o mia Cidippe amata,

Parlarti il ver, per non mostrar di dirlo

Per mia cagion, ma pur convien ch'io 'l dica.

Sappia che quindi avien che sempre inferma

(E quest'è il vero) e più gravosa giaci,

Quando altrui diventar consorte brami:

Perché la casta e riverenda diva

Al mio gran foco e tua salute intenta

Non vuol ch'i giuri tuoi sen porti il vento,

Ma col bel corpo tuo sia sana ancora

La bella al tuo fedel giurata fede;

E quindi avien che quante volte tenti

Essere a' miei desir nimica e cruda,

Tante volte ella il tuo peccato emendi

Con penitenza a la tua colpa eguale.

Deh non voler contra te stessa a sdegno

De l'animosa e sacrosanta dea

Rivolger l'arco, e le saette acute,

Ond'ella vendicar l'offese suole:

Ch'ella può farsi ancor benigna e pia,

E perdonarti ogni spergiuro ingiusto.

Deh non voler con sì cocente febbre

Guastar le membra tue tenere e belle,

Ma più tosto servar le membra e 'l volto

Candide e vago, ond'io bramoso amante

Con dolcezza maggior goder ne possa.

Serva i bei lumi tuoi lucidi e chiari,

Che nacquer sol per infiammarmi il core,

E quel dolce vermiglio, onde natura

La bella neve de le guance asperse,

Servalo acceso e vivo; e sien pur quelli

Pallidi e smorti, e da travaglio oppressi,

Che son cagion ch'io non ti sia marito,

E sien nel volto inceneriti e bianchi,

E dentro al cor di gran tormento pieni,

Sì com'io son, qualor mia stella sento

Tutta tremar di periglioso gelo,

O di calor d'acuta febbre accesa.

Lasso! ch'io piango e mi lamento meco,

Ch'io non so mandar fuor s'io più vorria

Che sempre inferma stessi, o ch'altro amante

Per dolce sposa sua t'avesse in braccio.

Spesso m'affliggo ancor ch'io sia cagione

Del tuo martiro, e che mia fraude t'aggia

Cotanto offesa, e sopra me desio

Caggia la pena, e lo spergiuro, e quanto

Soffra il mio sole, ed ei sicuro e lieto

In dolce sanità sua vita guidi.

E per saper quel che tu faccia, io vegno

Sovente a dimorar vicino a l'uscio,

E con tremante cor non lunge assido,

O d'intorno men vo fingendo altr'opra;

Spesso l'ancilla tua, spesso il tuo servo

Seguo dubbioso, e chetamente attendo

Qual pro t'ha fatto il sonno, e qual il cibo.

Misero me, che ministrar non posso

Del fisico gentil le leggi, e quegli

Rimedi ch'al tuo mal benigno adopra;

Né tua man stringo, o del bramato letto

Su la sponda talor dolente seggio:

E più misero son perch'egli, ahi lasso,

Mentre io ti son lontan ti siede appresso,

Toccandoti or la mano, or troppo ardito,

Fingendo di coprir l'ignudo petto,

Al tuo candido sen, lasso, l'accosta;

E fors'ancor per le tue bianche braccia

La mano ardita e temeraria estende,

Mentre finge cercar qual moto, o segno

Il polso faccia a la futura febbre;

E fors'ancor qualch'amoroso bacio

Nel tuo candido sen, misero, affige,

Mercé tropp'alta a sua fatica leve.

Chi t'ha concesso, o temerario amante,

Furar la dolce mia sperata messe,

E coglier prima i desiati e cari

Del mio bel frutto, i non maturi pomi?

Chi t'ha fatto, crudel, sì follemente

A le speranze altrui sì larga strada?

Quelle man, quelle braccia, e quel bel viso,

E quel candido seno è di me solo,

E con temerità non leve accosti

L'impudiche tue labra ove sol io

La bocca avicinar suo sposo deggio.

Leva, importun, le man da quelle amate

A me promesse membra, oimè, che questa

Che tu maneggi esser mia sposa deve.

E se tu seguirai di far più questo,

Adultero sarai sfacciato, e tristo.

Trova altra donna, a cui non aggia amante

Ancor donato il cor, né sia promessa

A bramoso amator, che se no 'l sai,

Non è senza signor sì cara merce.

Ma non creder a me: leggasi pure

Quel patto ond'ella a me si fece in prima

Amante e sposa; e perché tu non creda

Ch'io t'apra il falso, e ti nasconda il vero,

Fa' ch'ella per se stessa il giuramento

Ch'ella lesse in sul pomo anco rilegga.

E s'umane promesse e patti umani

Hai d'uom mortal, che ti prometta forse

Farlati sposa, a mia ragion per questo

Non sarà mai la tua ragione eguale:

Che se suo padre a te promesso ha darla,

Ella benigna a me se stessa offerse,

La qual è, più che 'l genitor suo, stessa

Del suo desire e del suo cor signora;

E s'ei giurò di farla altrui consorte,

Ed ella ancor gran giuramento feo

D'essermi sposa; e se presente al patto

Fu mortal uom per testimonio eletto,

Et ella quel d'immortal dea s'elesse.

Il padre teme, et a ragion, ch'alcuno

Non lo chiami bugiardo, et ella ancora

Ha gran timor che la tremenda diva

Di poca fé non la riprenda, e incolpi.

Qual è de' duoi maggior sospetto e tema?

D'ambi risguarda ancor l'ultimo fine,

Che 'l padre è sano, e mia Cidippe inferma;

Di noi rivali ancor difforme è il core,

Né son le spemi e le paure eguali:

Che senza lei tu potrai stare in vita,

Ma s'io, misero me, di lei son privo,

Mi fia repulsa tal peggior che morte:

Tu debbi amare ancor quel ch'io tant'amo,

Quel ch'io con tanto e sì bel foco adoro.

E se d'integra e di giustizia onesta

T'astringesse talor ragione o cura,

Creder devresti a mia gran fiamma, ond'io

Mi sento il cor sì fieramente acceso.

Et or perch'ei contra ragion s'adopra,

E l'ingiustizia sol combatte, e il torto

(Vedi tu dove il mio parlar ritorna?),

Però la sua mercé ti giaci inferma,

Et è cagion ch'a la mia diva ognora

Tu dia de la tua fé cattivo indizio.

Onde a lui sol di tua magion le porte

Chiuse saran, se sarai saggia, e cura

Ti prenderà di tua salute alcuna.

Egli è cagion che di gravosa febbre

Siano or di ghiaccio, or più che foco ardenti

Le care membra tue tenere e belle;

E così piaccia al ciel ch'ei pera, e caggia

Di quello istesso mal di cui ti tiene

Per sua cagion la bella diva oppressa.

Onde s'ei fia da te, mio ben, cacciato,

Né pregierai quel che Diana spregia,

Ambi sempre sarem felici e lieti.

Depon, bella Cidippe amata e cara,

Ogni timor, ché dal tuo corpo fia

Tolto ogni mal: fa' pur ch'integra e salda

Servi la fede a la tremenda diva,

A cui giurando la donasti in pegno;

Né ti pensar con sacrifici e voti

Di lei placar lo disdegnato core,

Ché non di toro o di giovenca il sangue

Gradisce al ciel, ma semplicetta fede

D'anima pura e di devoto affetto.

L'altre per racquistar l'amata e cara

E dolce sanità sopportan spesso

Ch'or il tagliente, or l'infiammato ferro

Lor membra incida, or le consumi et arda.

Ad altre giova poi de l'erbe amare

Beversi i sughi amari: a te di foco

O di ferro non è bisogno, o d'altra

Di fisico gentil bevanda amara.

Sol ti basta osservar quant'hai promesso

A la casta Diana, e quella fede

Che giurando mi desti in mezzo al tempio

Servarmi integra, inviolata, e bella:

Così sarai di tua salute e mia

E di stato gentil cagione, e duce.

L'ignoranza impetrar potrà perdono

De la passata colpa, e scusa onesta

Appresso lei sarà che fuor di mente

Il patto t'era, e 'l giuramento uscito.

Ma quando ancor de la presente e grave

Infirmità tu ti risani, e fugga

Il duro mal che le tue membra preme,

Non per questo sarai libera in tutto

Da l'ira sua, perché qualor nel parto

Devota attenderai sua santa aita,

E chiamerai con dolorosa voce

Di Lucina il soccorso, ella sdegnosa

Vorrà saper di qual marito sia

Il nato figlio; e se devota a lei

Ostie prometterai, vittime, e voti,

Ella sa già che tu prometti il falso,

E falsamente a tue promesse manchi;

E se tu giurerai, ella ancor fia

Ricordevol che tu giurando sai

Gl'immortali ingannar celesti Numi.

Io più del mio martir, del tuo mi doglio,

E più tua vita e tua salute bramo,

Che la mia vita, e mia salute istessa.

Perché ti pianser già vicina a morte

Tuo giusto genitor, tua madre pia,

Che la cagion del tuo martir non sanno?

E perché ascondi lor de la tua pena

L'onesta colpa? a la tua madre omai

Narrar ti lice ogni amoroso inganno,

Ché l'opre tue, o mia Cidippe amata,

Non apportan con sé vergogna alcuna:

Racconta pur come io ti vidi e quando,

E come allor ch'al sacrificio intenta

Eri de l'alma tua pudica diva,

Amor mi fe' di tua bellezza ingordo;

E che come io ti vidi, intente e fisse,

S'a quest'atto d'amor punto attendesti,

Ne le gradite a me sembianze e vaghe

Fermai le vaghe innamorate luci;

E come stando a rimirarti intento

Dagli omeri mi cadde in terra il manto,

Che fu di grand'amor segnale espresso,

E di mia mente astratta indizio vero.

E narra poi come ti cadde in grembo,

Senza saper d'onde venisse, un pomo,

Ch'aveva scritto un giuramento intorno,

D'accorto amante invenzione accorta:

E perché lo leggesti inanzi al sacro

De la santa Diana idolo altero,

Tua fé mi desti, e di promessa tale

N'è testimon suo riverendo nume.

Né le celar de le parole il senso,

E quel che tu leggesti al pomo intorno:

Ch'ella, o mia figlia, ti dirà pietosa,

Prenditi pur per tuo marito omai

Quel giovanetto a cui tuo ciel ti lega,

Anzi di cui ti fan gli Dii consorte,

E genero mi sia quell'uom, che tue

Genero mio per giuramento hai fatto,

E piaccia a noi quel ch'a Diana piacque:

E tal tua madre fia, se fia tua madre.

Ma s'ella pur t'adomandasse quale

E chi quel giovin sia, che debbe averte

Per dolce amante e sua gradita sposa,

La troverà ch'io non sarò men chiaro

Del suo lignaggio, e che non ha Diana

Provisto al sangue suo genero indegno,

Et a Cidippe mia marito vile.

Che quell'isola bella, e tanto amata

Da l'alme ninfe di Parnaso, e sante,

Chiamata Cea, ch'il grand'Egeo circonda,

È patria mia; e se t'aggrada il bello

E chiaro sangue, e gli onorati fregi

Degli avi illustri, io non son nato al mondo

Di stirpe vile, inonorata, e scura;

Né siam poveri ancor, né siamo infami.

Ma quando il sangue, e l'onorata prole,

La patria quando, e le ricchezze oneste

Non arrivasser di Cidippe al merto,

Il mio gran foco, e la mia bella fiamma,

Ch'ogni altro merto, ogni grandezza avanza,

Devrebbe farti a' miei desiri amica,

E devresti bramar consorte tale

Senza alcun giuro: or poi che quella tua

Promessa fu col giuramento astretta,

Bench'io non fussi tal, convienti avermi

Per tuo marito. E la sorella casta

Del gran lume del ciel mi disse in sogno

Che tai parole io ti scrivessi, e poi

Sciolto dal sonno, a quest'impresa mosse

La mano Amor: di cui dorato strale,

Lasso, or mi punge, e grandemente temo

Che di Diana il disdegnoso dardo

Non ti faccia a la fin nocivo oltraggio.

La mia salute, e la tua vita insieme

Congiunte son, sì che mia vita sola

Da la tua vita pende: eh mia Cidippe,

Eh mio bel sol, pietà ti prenda omai

Di mia salute e tua: a che pur temi

Di dar vita a due corpi? eh porgi, ahi lasso,

A chi la chiede umil pietosa aita.

Il che s'impetro, io porgerò devoto

Al sacro tempio de la sacra diva,

Allor ch'andrà del sacrificio il suono

Per Delo intorno, e si vedran gli altari

Del sangue di colombe e tori aspersi,

Del fortunato pomo imagin d'oro,

Ove sculta sarà del mio bel voto

Quella bella cagion con questi versi:

– Con l'imagin del pomo Aconzio mostra

Esser venuto il desiato fine

Di quant'era nel pomo intorno scritto –.

Ma perché il lungo ragionar con teco

Più non travagli il travagliato corpo,

Farò qui fine: o mia Cidippe, a Dio.