Agli augelli

By Girolamo Fontanella

Canta, Euterpe gentile,

I canori augelletti,

Che fra balli e versetti

Van salutando il precursor d'aprile.

Scorso è il verno senile;

Odi ciascun come ti sfida intanto:

“Sù, la cetera prendi, e desta il canto”.

Mira come fra loro,

Vicendevoli e belli,

Sparsi in vari drappelli,

Nel bosco fanno armonioso un coro;

Come ai folgori d'oro,

Che spande intorno il portator del lume,

Spargon sì belle e miniate piume.

Odi come soavi,

Con armonici accenti,

Addormentano i venti,

In grembo a l'aria impetuosi e gravi;

Suonano gli antri cavi,

E mentre Febo ogni campagna inaura,

A sì dolce armonia si sveglia l'aura.

Essi destano fuora

Dal balcone celeste,

Dentro candida veste,

Col canto lor l'incoronata Aurora;

Essi invitano Flora,

E salutando il suo splendor vitale,

Quasi tremole insegne alzano l'ale.

Sono arcieri volanti,

Che saettano i cori,

Quando al tempo de' fiori

Dal bell'arco del sen vibrano i canti.

Van per l'aria vaganti,

E in ascoltargli ogni bell'alma ardente

La saetta non mira e 'l colpo sente.

Sono musici alati

Sovra l'aria raccolti,

Spirti semplici e sciolti,

Di purità, d'agilità dotati,

Che nel cielo imparati,

Su quella bella armoniosa scola,

Par che dicano a l'uomo: “Alzati e vola”.

Chi rimiri lascivo

Gir sui colli cantando;

Chi sul lito danzando

Si specchia al fonte e si vagheggia al rivo;

Chi ridente e giolivo

Si bagna a l'onda e si rasciuga al sole,

Intrecciando d'amor danze e carole.

Chi più franco e leggiero

Remigando con l'ali

Solca i campi vitali

De l'aria aperta rapido nocchiero;

Chi per torto sentiero

De' tesi vanni in su le vaghe penne

Fa ventilar, fa tremolar l'antenne.

Chi per l'aure di maggio

Vagabondo passeggia;

Chi del sol che lampeggia

Con le penne lambisce il biondo raggio;

Chi con alto viaggio,

De l'alte nubi in trapassare il velo,

Col canto s'alza a disfidare il cielo.

Chi nel limpido fonte

Del bel lume febeo

Tuffa l'occhio linceo,

Ch'aguzzo mostra in su la regia fronte;

E con ali più pronte,

Che da l'arco non esce alato dardo,

L'onde d'oro del Sol beve col guardo.

Così dolce e concorde

È la bella virtute

Di lor fauci minute,

Che sembra uscir da spiritose corde;

E temprando il discorde,

Par che risvegli al respirar sereno,

Chi l'arpa in bocca e chi la lira in seno.

Che più dolce ventura

Darmi il ciel potria,

Che la loro armonia?

E star ne' boschi in compagnia sì pura,

Dolce, fida e sicura?

Deh, per compagni mi destina, o sorte,

Gli augelli in vita, e gli angioletti in morte!