AL SERCHIO

By Giovanni Pascoli

O Serchio nostro, fiume del popolo!

tu vai sereno come un gran popolo,

lasciate le placide cune,

muove all'officina comune;

le molte cune, tremule e garrule

come sorgenti sotto i lor alberi,

lasciate alle floride donne,

cammina al lavoro in colonne;

cammina, ed empie d'un lungo murmure

le vie, per mano tenendo i piccoli

che vanno garrendo alle scuole,

com'anche le lodole, al sole:

al sole! al sole! come le lodole

che, avanti ancora l'alba, lo cercano,

che dalla purezza sublime

dei cieli lo vedono prime.

Tu vai; man mano giungi, e con ilare

frastuono inondi l'arduo vestibolo;

poi, ecco, tu frangi le messi,

tu fili, qua torci, là tessi;

là picchi il maglio sopra l'incudine

fornendo il bruno ferro dei vomeri,

sante armi alla sola pia guerra

dei ruvidi eroi della terra;

là crei l'ardente soffio che illumina

qualche castello lungi sul vertice

del monte, per l'acqua che adduce

dall'alto, rendendogli luce.

Lavoratore lieto, coi giovani

figli, Ania, Lima, Fraga, le Turriti,

gigante con figli giganti,

tra il lungo lavoro tu canti.

Sei l'avvenire. Tra le casipole

bianche, con vive siepi, col proprio

suo caldo ciascuna e suo rezzo,

tu sei la gran vita di mezzo.

Va! Invano, o eterno fiume dei secoli,

l'Oggi, il pigro Oggi, ti dice: - I muscoli

che zappino il nostro, il tuo bene,

per te! ma per me le tue vene! -

Va, va, Domani certo e ceruleo!

Te vidi, quando sceso, negli umili

tuoi giorni di magra, dal monte,

parevi arrossire del ponte:

del ponte grande, tu sottil rivolo,

roseo per una nuvola rosea,

cui chiesero, il giorno, le polle,

che le ravvenasse, e non volle:

tonò su Tiglio, tonò su Perpoli,

velò il meriggio tinnulo all'aride

cicale che tacquero, nera

passò: sorrideva, la sera:

la sera, o Serchio, mentre sul candido

tuo greto fitte squittian le rondini,

dicevi: "Oh! in quest'afa d'estate

le mie spumeggianti cascate!

Né bacio il piede bianco dei gattici,

ma su le ghiaie lucide scivolo,

scansando mulini e gualchiere;

ché ad opra m'ha preso il podere.

Vo mogio mogio: povero a povere

genti discendo, piccolo a piccoli

poderi che sembrano aiuole,

ma che ora inaspriscono al sole.

Son donne e vecchi soli, e mi chiamano

ne' solchi nuovi, perché v'abbeveri

quel lor sessantino che muore

prim'anche di mettere il fiore.

Ora, un po' d'acqua chiesi alla Pania,

alle mie buone polle di Gangheri,

per que' poveretti, che, uguanno

non mesco, non desineranno..."

Chi mai può dirti, fiume che palpiti

come il buon cuore per la buon'opera:

- Perché tu non operi il bene,

mi prendo per me le tue vene -?

O Serchio nostro, fiume del popolo,

io t'udii, forte come un gran popolo

che sopra il conteso avvenire

va, l'ora che volle, ruggire.

Torbido, rapido, irresistibile,

correvi all'ombra di nere nuvole,

portandoti in cima del flutto

le livide folgori e tutto:

tutto! anche quello ch'è tuo, ch'è opera

tua! Ma di tutto, fiume, eri immemore

tu! fuor che di precipitare

laggiù nell'abisso del mare.