Alessi Cillenio

By Auteur inconnu

Or che ritorna il sacro dì beato,

Sacro al nato fra noi Re delle Stelle,

Ricominciate, o Muse, il canto usato.

Le prime del gran parto alte novelle

Recaron pure Angelici Messaggi

A i Pastori di Giuda e d'Israelle.

Sulle loro Capanne i primi raggi

Posò quel lume, che divenne poi

Stella a scortar dell'Oriente i Saggi.

Strano a vedere i molli greggi, e i buoi

Da loro abbandonarsi, e correr presti,

Tosto ch'udiro: "Ei nacque or or fra voi!";

E chi lieto intrecciar semplici innesti

D'erbe colte per via, chi sparger canti,

Cui fean eco per l'aria Inni celesti.

Solo, Alessi, fra noi non fia chi canti

L'amoroso Mistero, e Lui, che ascose

Sua tanta gloria entro caduchi ammanti?

Sai che narrar le sovrumane cose

Non lice a tutti, Eurindo; e pena ottenne

Chi in Ciel le labbra temerario pose.

Non ogni augel per volo eccelso ha penne.

Altro è radere il lido, altro disciorre

Per l'aperto Ocean velate antenne.

Chi stassi in valle, e chi su rocca o torre:

Nostro è il campo solcar, pascere il gregge,

Non all'antiche cetre i pregi tòrre.

Pur nel Parrasio Bosco ancor si legge,

A chiare incisa memorabil' note,

Non so se in lauro o in cedro, antica legge.

Quando l'anno rinverde, e noi percuote

Con rai più lunghi il Sole, al Dio bambino

Tributi Arcadia melodie divote.

La valle, il piano, il colle, ed il vicino

Antro risuoni in voci alte e giulive

Suo nome incomprensibile, divino,

Cantando Lui, che l'umili e mal vive

Nostre spoglie vestìssi, e approdar volse

Dal sommo Cielo a queste basse rive.

Ben lo sapeva, Amico, e spesso accolse

Me ancor con gli altri in giro il verde prato,

Quando Arcadia al buon Nume inni disciolse.

Ma timor fusse, o riverenza al nato

Re della Gloria, o che sembrar potesse

Tardo il tributo, e quindi a Lui men grato,

Tacquer l'Arcade Muse, e parve ad esse

Giusto il silentio: ché lodar dobbiamo

Il Ciel, quand'ei d'esser lodato elesse.

Né in campo il fior, né in giovin pianta il ramo

Spunta nell'arso Agosto, e i Numi ancora

Voglion che in lor stagion i voti offriamo.

Offriamgli dunque, perché nacque or ora

L'Eterno Figlio: ancor dura la luce

Della vital sua prima Aurora.

E poiché qui gli armenti nostri adduce

A più bei paschi l'inclito CRATEO,

Qual uom, che fassi altrui sostegno e duce,

Lasciando i noti campi, e 'l patrio Alfeo,

Cantiamo il gran Natale e la gran Prole,

Mercé di lui, che a noi quest'ozio feo.

Sai pur quali maggior', più che non suole,

Il cinto Sacerdote al sacro Tempio

Fé dell'alto Mistero alte parole.

Io non l'udii, ch'il vecchio Padre, e scempio

Tutto quel dì vollemi seco a lato.

Comincia or tu, ch'io poi mie veci adempio.

Or che ritorna il sacro dì beato,

Sacro al nato fra noi Re delle stelle,

Ricominciate, o Muse, il canto usato.

Gioite pur castissime Donzelle,

Che lunga etade il desiato Sposo

Invan cercaste in queste parti, e in quelle,

Or chiedendone al fonte, or al nevoso

Lanuto armento, ora del campo al fiore,

Che sorgea mattutino e rugiadoso.

È nato, è nato il vostro dolce Amore:

La mistica di Jesse antica Verga

Fiorita è al fine, ed il bel frutto è fuore.

Non più temete che di tòsco asperga

Le vostre tazze quel crudel Tiranno,

Che al superbo Aquilon premea le terga.

Cadde l'orribil Mostro; ecco all'inganno

Già tolto il velo, ecco chi muover guerra

A gli astri osò, pien di vergogna e danno.

Gite intanto allo Speco, ove si serra

Il vostro Amor: le luci sue vezzose

Vedrete, e qual le chiude, e il Ciel disserra.

Oh quali, oh quante non credute cose

Colà vi fian palesi! Il sacro Veglio

Sì disse al Tempio, e poscia a noi s'ascose.

Forse col roco canto io turbo e sveglio

I dolci sonni tuoi, Figlio celeste,

Splendida immago dell'eterno Speglio.

Pur mentre il Cielo ride, il suol si veste

D'improvvisa letizia, e riverenti

Più non turbano il mar venti e tempeste.

Chi darà legge a i desiosi accenti,

Onde lieto non gridi? Oh per gran sorte

Età beata, e noi beate genti!

Tornato è alfin quel secolo, che morte

Non vide, in cui fioriro Alme pudiche,

Pigre alla colpa, e al suo contrario accorte,

Quando sola virtude alle fatiche

Era scorta, era premio, ed era il Mondo

Aureo tutto, e pien dell'opre antiche!

Tal un giorno cantava Uranio al biondo

Dio di Cirra sì caro, ed alla Dea,

Che il mio pesa, ed il tuo con egual pondo.

Anzi soggiunse che così dicea

Dal cavo speco, ebbra di Nume ignoto,

La fatidica Vergine Cumea.

Giunse lassù, diceva, il comun voto:

Dall'ampio sen degli anni età novella

Nascer già veggo, e prender legge e moto;

Età, cui non fu pari o simil quella,

Che di Saturno al buon tempo fioria,

Quando un sol tetto avean lupo ed agnella.

Dall'alto Ciel Prole immortal s'invia,

Nuova insolita Prole, a cui dà vita

Madre, ch'intatta è poi, qual era in pria.

O Madre, o Madre, quanto a dir m'invita

De' tuoi gran' pregi un riverente affetto,

Che più che può col buon voler s'aita.

Allo Spirto divino albergo e tetto

Tu fosti, ei nel tuo sen rapido scese,

Vestendo umana spoglia ad un tuo detto.

Fecero forza le tue brame accese

All'invincibil Dio; quindi a te venne,

Né ciò depose mai che da te prese.

Che non scrisser di te l'eccelse penne

Di profetiche Muse, e quai figure

Non adombraro quanto poscia avvenne!

Di te, del parto tuo le cifre oscure

Il buon Avo spiegommi, allor ch'appena

Io stampava nel suolo orme sicure.

Vive ancora le serbo, e in rozza avena

Or vo' ridirle.

Ed io con versi alterni,

Forse a seguirti avrò coraggio e lena.

Stillaro alfin da' poggi aurei superni

Mèle e rugiada: han pur le nubi amiche

Piovuto il voto de' bei Colli eterni.

Quindi vedrem d'onor le già mendiche

Selve, mercé di quel celeste umore,

Rinverdir tosto, e le campagne apriche.

Alfin s'aprio la terra, e mandò fuore

Eletto Germe, che da lei sortio,

Qual per cristallo suol passar splendore.

E tal virtù da quel germoglio uscìo,

Ch'or or vedrem di mille fiori eletti

Pingersi il prato, e il margine del rio.

Voce s'udì, che da sublimi tetti

Delle sfere discese: "O tu che siedi,

Donna real, co' piè da' lacci stretti,

Sciogli pur, sciogli le catene, e riedi,

Bella Sionne, al prisco soglio altero:

Innalza il guardo alla tua gloria, e vedi."

Padre al secol futuro, ed al primiero,

Forte e soave Angiol del gran consiglio,

Che su gli òmeri suoi porta l'impero;

Mèle alle labbra e meraviglia al ciglio

Sono i gran' nomi, onde s'onora e appella

Chi lei creò, di cui fu Sposo e Figlio.

Dimmi: qual fu quella gran Donna, quella,

Che terribile è al par d'armato stuolo,

Ma come Luna e come Sole è bella?

Dimmi: qual fu quel Vello eletto e solo,

Che nell'aperto suol dolce rugiada

Fé tutto molle, e non fé molle il suolo?

Dimmi: chi fu colui, che scettro e spada

Strinse, e, qual noi, condotto il gregge avea,

Che del suo sangue al gran Messia fé strada?

Dimmi: qual fu quel rogo, in cui splendea

Nube di fuoco, che cingealo intorno,

Né il secco rogo a tante fiamme ardea?

Dimmi: non è egli ver che notte al giorno

Non mai agguagliossi? e pur notte comparve

In chiaro viso, e d'alta luce adorno.

Dimmi: non è egli ver che a tutti apparve

Sempre ogni Stella? e pure astro lucente

Da tre fu visto, ed a tant'altri sparve.

Ritiratevi in porto, afflitta gente;

Tornate al lido, naufraghi mortali:

L'ire del Ciel son contra voi già spente.

Non udite gli Spirti almi, immortali,

Che di sicura pace a voi dàn pegno,

Pace madre alle gioie e fine a i mali?

Itene all'antro fortunato e degno,

Anime elette, ch'a sinistra il Cielo

Folgorar vidi, e dar di pace il segno.

Colà vedrete lui, che d'uman velo

Godé coprirsi, esposto alle vicende

(Tanta fu sua pietà) d'orrido gelo.

Gite intrepide pur, ché le tremende

Forme nascose ei, che vuol solo il core,

E se 'l vede lo fura, e più no 'l rende.

Ma d'esso in loco, di celeste ardore

Riempiravvi il petto, ond'io non era

Qual son, direte, e son di me maggiore.

Voi, cui di gemme e d'or l'ingorda e nera

Fame muove a sfidare Euri e procelle,

Nuove strade cercando, onde si pèra,

Venite a lui, che di fin or le Stelle

E il Sol vestio: quante ricchezze e quante

Gioie daravvi sempre nuove e belle!

Voi, che nel cor piaghe sì crude e tante

Provate, qualor volge o Clori o Fille

Più vago o più severo il bel sembiante,

Venite a lui, che altissime faville

Vibra da' rai divini, e giovinezza

Non perde mai, scelto fra mille e mille.

Nettare d'ineffabile dolcezza

Ha nelle labbra, e al viso eterno Aprile:

Folle chi non s'accende a tal bellezza.

Oh perch'ei sempre guardi il nostro ovile

Da' feri lupi, e da rie serpi il prato,

Spargendo di bei fior' la cuna umile,

Seguite, Arcade Muse, il canto usato.