ALLA GIOVINE SIGNORA ANASTASIA DE KLUSTINE a Roma. Epistola.

By Antonio Guadagnoli

Priva de' miei caratteri, se a caso,

Diletta Anastasìa, dubbio vi viene

Che non pensi più a voi l'autor del Naso,

Non ci credete, che farete bene;

È ver che l'apparenza mi condanna,

Ma spesse volle l'apparenza inganna.

Come scordar potrei, Signora mia,

Quei furbi occhielli, quel parlar soave,

Quello spirito e quella leggiadria,

Che mista ad un contegno onesto e grave,

L'anime accadde ed incatena i cuori

Ai Scolari non men che ai Professori?

M'è testimone il ciel, che in quanto a me,

Mai non porrò in oblio tanta bontà,

Né tante vostre gentilezze, se

Campassi ancor di Nestore l'età,

Che quanto visse non so dirvi quì,

Ma so che visse finché non morì.

Si tenero non son, né delicato

Da svenirmi alla morte di un piccione

Ma quando mi ci sono affezionato,

Mi rincresce che partan le persone,

Molto più se son donne, e donne poi

Ch'abbian le qualità che avete voi.

Sicché quando Lungarno io muovo il piede,

E chiuso e muto quell'ostel rimiro

Ove la quarta Grazia ebbe già sede,

Non volete che fuor mandi un sospiro,

E non saluti le deserte stanze

Oggetto a me di tante rimembranze?

Il loco, è questo, fra me dico, ov'ella

Meco il genio ammirò del Ferrarese,

Che di Ginevra i casi o d'Isabella,

O i rischi canti, o le guerriere imprese,

Ora sembra calar quasi nell'ime

Valli, e or d'aquila spiega il vol sublime.

È questo il loco, ove leggeva il pianto

De' duo cognati, e il lor maligno fato;

O come cieco ai morti figli accanto

Ugolino spirò l'ultimo fiato,

In quei versi, che mostrano che indarno

Niegasi il pregio della lingua all'Arno.

Né interrompeva mai quella lettura

Che per guardar la madre o per baciarla;

Bella cagion! che un moto di natura

La spingeva in quel punto a carezzarla:

E oh quante volte in bella gara io scerno

L'amor di figlia coll'amor materno!

E ciò così dinanzi ho al mio pensiere,

Che in verità, signora Anastasìa,

Non mi posso peranche persuadere

Che voi siate di Pisa andata via;

E, ad ogni carrettella che s'appressa,

Parmi vedervi, e tra me dico: è dessa.

Ma quando incontro poi quel tale afflitto

Che mi fa cenno e da lontan mi noma

Per dimandarmi se m'avete scritto:

Allor m'accorgo che siet'ita a Roma,

E a memoria mi torna al tempo istesso

Che un'epistola in versi io v'ho promesso.

Se i pensier fosser lettere, a quest'ora

Ve le dich'io, ne avreste avute molte,

Perché non passa giorno o mia Signora,

Ché a voi non pensi cento mila volte,

Che quantunque non abbia occhio, né piede,

Il cor giunge per tutto, e tutto vede.

Ma un'epistola in versi ella è una cosa

Difficil molto e specialmente in rima;

È ver, che potea scrivervela in prosa,

E mandarvela almen due mesi prima;

Ma scrivervela in prosa io non dovea,

Quando in versi promessa ve l'avea.

Ed ai versi chi v'è che s'abbandona

Quando pace non ha notte, né giorno?

Quando la sua poetica corona

Consiste in trenta cancheri d'intorno?

In verità se duro coi ragazzi,

Vado a morire all'ospedal dei pazzi.

Pur, dopo dieci dì che queste apriche

Piagge lasciaste, scrivervi voll'io;

Ma partendo in quel dì le vostre Amiche,

Ad esse corsi a dar l'ultimo addio,

Né più presi la penna tra le mani

Dicendo: a Roma scriverò domani,

E farò le mie scuse a quella Dama

A cui spesso il pensier mi riconduce,

E le dirò che di vederla ho brama

Più ch'abbia il cieco d'acquistar la luce,

Che l'aspetto a Firenze, e che per questo

Desidero che torni, e torni presto.

Ma uscito il nuovo sol meco a riflettere

Incominciai: la buona Anastasìa,

A cui da mezzo mondo arrivan lettere,

Avrà poi tempo di guardar la mia?

Per quelle della Svizzera lo avrà,

Ma la mia forse indietro resterà.

Scriverò doman l'altro; - ma mi lice

Sperar, ch'ella, gustato il grande, il bello

Che l'ingegnosa mente creatrice

Radunò di scultura o di pennello

Nel famoso Museo Pio-Clementino,

S'occupi poi di me brutto e piccino?

E possibil sarà che d'Adriano

Mirando l'edifizio maestoso,

D'Antonin la colonna, e di Trajano,

O di Flavio il colosso portentoso,

San Pietro, il Campidoglio e la Rotonda,

Io non l'esca di capo, e mi risponda ?

Insomma: da domani a doman l'altro,

Da doman l'altro a quello che vien poi,

Dal giorno che vien poi fino a quell'altro

Mandai la cosa, e mai non scrissi a voi;

Or mentre la mia testa in ciò si scapa,

Seppi che a Roma avean rifatto il Papa.

Allora sì che mi rimescolai,

Ripensando tra me, che, tal funzione

In Russia non avendo vista mai,

Sareste andata a quella esaltazione;

Ed in feste passando i giorni e lieta,

Non avreste badato ad un poeta.

Ecco l'istoria genuina e vera

Che finora m'ha posto in grande intrico:

Deh! meco non vogliate esser severa,

Non obliate che vi sono amico,

Amico schietto, amico sviscerato:

Facciam la pace e quel ch'è stato è stato.