ALLA LUNA

By Ippolito Pindemonte

Grato al piacer, che move

Da te, vergine Diva, e in sen mi piove,

Te canterò: m'insegna

Deh tu quell'armonia,

Che del pudico indegna

Orecchio tuo non sia,

Che parte stillar possa in cor del Saggio

Di quel dolce, ond'è pieno il tuo bel raggio.

Oh quante volte il giorno

Insultai col desìo del tuo ritorno!

L'Ore in oscuro ammanto,

E con viole ai crini,

T'imbrigliavano intanto

I destrieri divini,

E su l'apparecchiata argentea biga

Il Silenzio salìa, tuo fido auriga.

Perché sola ti vede,

Sola l'ignaro vulgo in ciel ti crede:

Ma il Riposo, la Calma,

Del meditar Vaghezza,

Ogni Piacer dell'alma,

La gioconda Tristezza,

E la Pietà, con dolce stilla all'occhio,

Ti stanno taciturne intorno al cocchio.

Cieco io divenga, s'io

Di levare a te lascio il guardo mio:

O che in cammin notturno

Per fosca ombrata sponda

Vegga il tuo viso eburno

Splender tra fronda e fronda,

O sieda in riva di tranquillo fiume,

Che l'onde sue rincrespi entro il tuo lume.

Meglio, se in riva a un lago

Custode più fedel della tua imago.

Talor quell'onda blanda,

Tuo specchio, ti consiglia,

Quando la tua ghirlanda

Di ligustro, e giunchiglia,

Se turbolla per via rabido vento,

Tu ricomponi con la man d'argento.

Steso sul verde margo

D'obblìo soave ogn'altro loco io spargo.

Quai care ivi memorie

Trovo de' miei prim'anni,

Quai trovo antiche storie

De' miei giocondi affanni!

Ah no, che Amor d'ogni dolcezza avaro

Sempre non mesce i nappi suoi d'amaro.

E ancor che a quella unita

Di Zelinda or non più sia la mia vita,

Con bel piacer ritorna

Spesso a quel giorno il core,

Che pria la vide, adorna

Di grazia e di pudore,

Cortese, e grave il guardo e la favella,

Luna, quale sei tu, modesta, e bella.

Ma se la faccia pura

Talora involvi d'una nube oscura,

E ripercuoton l'onde

Luce più scarsa, e mesta,

E annerasi ogni fronde

Della muta foresta,

Più l'alma è trista, e sotto nube anch'essa

D'atri pensier si riconcentra oppressa.

Allor, come dubbiosa,

Ed instabile qui giri ogni cosa;

Come, Dea sorda e forte,

Necessità qui regni,

E sieno al fin di morte

Preda i più bei disegni,

L'alma volgendo va gelida e bruna.

Esci, ah tosto esci di tua nube, o Luna.

Te ricomparsa appena,

Torna teco a brillar l'alma serena.

Qual d'Oriente vaga

Sposa, che il vel rimova,

Onde ogni volta piaga

Nel suo Signor fa nova:

Tal esci dalla tua veste superba

Per quelle tue lucenti orme, che serba.

Mutasi allor la negra

Scena in un punto, e terra, e ciel s'allegra:

E con piacer l'erbette,

Pria tutte a brun dipinte,

Mirano le caprette

In pallid'or ritinte;

Gli occhi sovra le cose errar già ponno,

Ed è più bello di natura il sonno.

Volge stagion talora

Che in ciel t'incontri con l'altera Aurora.

Placida Dea, tu poco

A pugnar seco aspiri,

Ma cedi pronta il loco,

E il raggio tuo ritiri,

Paga che tanto a lei dell'emisfero

Men lungo sia, che non a te, l'impero.

Però che alquanto albeggia

Pria quella Diva, e alquanto indi rosseggia:

Ma tosto il Sol l'ha colta,

Tosto per lui dell'aria

La signorìa l'è tolta:

Trapassa solitaria,

Sconosciuta trapassa entro il suo velo

Nel color tinto, in cui si tinge il cielo.

O al lume tuo sereno

Sieda l'Estate, discoperta il seno,

O il Verno assiderato

Vada i tuoi rai cercando,

Alcun tepor bramato

Quasi trovar sognando,

Così tu mia sia destra, inno canoro

Batterà sino a te le penne d'oro.

E allor che infermo e stanco

Trarrò nelle giornate ultime il fianco,

Che al tuo silenzio opaco

Mi fia l'errar fatica,

Mi fia la selva, e il laco

Solo delizia antica,

Nel mio ritiro un de' tuoi rai discenda,

E sul bianco mio crin dolce risplenda.