Alla musica

By Girolamo Fontanella

O sovrana virtù, ch'insegni l'arte

Ch'hanno i cieli fra lor vari e diversi,

E coi numeri tuoi vergati in carte,

Dai misura a le voci, anima ai versi.

Tu canora magia, ch'entri innocente

Ne' begli animi a far cortesi prede,

Che riscaldi l'ingegno, alzi la mente,

E del ben di là su fai in terra fede.

Deh, se grato piacer, nobil ristoro

Porgi agli animi altrui con dolci incanti,

Perch'io tessa di te ricco lavoro,

Tu coi numeri tuoi tempra i miei canti!

So che bella virtù di dolci corde

Porta d'alta salute apre ai languenti,

Che 'n udir l'armonia l'alma concorde,

Tempra gli organi suoi dentro i concenti.

Questa mole sì bella, ove sì accorta

D'esser varia a tuttor gode Natura,

Da divina virtù temprata e scorta,

Ha negli ordini suoi metro e misura.

Spira il tutto armonia, varie ne' suoni

Sono musiche in ciel le sfere anch'elle;

E le battute armoniose e i tuoni

Tremolando là su fanno le stelle.

Ne l'umano composto e intorno al mondo

Gli elementi fra lor musica fanno,

Serban musico stil, vari nel pondo,

Con discordia concorde uniti stanno.

Par che il liquido mar canti confuso,

Par che dica a la sponda in rauco suono:

“Non solo il ciel fa melodia là suso,

Or che mormoro anch'io, musico sono”.

Serban musici ancor leggi e costumi

Per le selve dispersi i pinti augelli;

Sono musiche ancor le fonti e i fiumi,

Gorgogliando fra lor limpidi e belli.

Sono armonici ancor gli alti concetti,

Che producon là su quei spirti assisi;

E fra questi e fra quei con puri affetti

Passan musici ancor gli eterni avisi.

Manda vago fanciul querulo pianto,

Mentre in picciola culla accolto giace;

Ma cheto poi de la nudrice al canto

Chiude in sonno le luci e posa in pace.

Può di nenia gentil dolce lusinga

Fare al vago bambin frode soave,

Sì che lieto a giacer dolce l'astringa

In grembo al sonno, addormentato e grave.

Ebro d'alto furor nettare fiocca

Ne' suoi lirici versi un cigno amante,

Se la vaga armonia di bella bocca

Con l'orecchio e col cor beve anelante.

Sveglia il senno e l'ardir franco guerriero,

Sprezza armata falange ove è più folta,

Serba in mezzo le morti animo altiero,

Se di timpano o tromba il suono ascolta.

Ben di Mida ha l'orecchio ispido e nero

Chi a la dolce armonia l'udito serra;

Fiera dirsi non può, che pur le fere

De la dolce armonia godono in terra.

Spira in rustica avena aura di fiato,

Per trar rozzo pastor dolce concento,

E vede poi, ch'obediente a lato,

Baldanzoso gli corre il bianco armento.

Corre al suon de la piva il caprio snello,

E la fronte ramosa il cervo inalza;

Gusta il musico trillo, ebro di quello,

Da la cima del monte ergesi e sbalza.

Scuote l'onda del crin, batte la terra;

Può nitrir d'allegrezza alto e feroce

Generoso destrier, lampo di guerra,

Se di bellica tromba ode la voce.

O di bell'armonia magiche prove!

Fan pietose le fere e dolci i tassi,

Placan l'ire del mar, l'ire di Giove,

Danno senso a le piante, anima ai sassi.

Vide il lesbio cantor curvo delfino

Per l'ionico mar movere il corso;

E 'l suo canto in udir dolce e divino,

Dirgli poi lusingando: “Eccoti il dorso”.

Mira il giovine Orfeo quel che n'impetra;

Per ritrar la sua sposa entra in Averno,

Scala fa d'armonia l'eburnea cetra,

E per via di pietà scende a l'Inferno.

Sa, canoro architetto, il re tebano

Fredda pietra animar rigida e dura,

E con fabbra non già, ma dotta mano,

Popolosa città cerchiar di mura.

Tu ch'in donna pietà svegliar non puoi,

Che ritrosa al tuo mal gela ne l'ira,

Se piegarla desii, piagarla vuoi,

Prendi, musico arcier, l'arco e la lira.

Lingua fabbra di canti esca è d'amore;

Ne la notte il suo stil suona più chiaro,

Dà soave soave in mezzo al core

Per la via de l'orecchio un dolce amaro.

Non da maglio fabril che scenda alterno

Su l'incude battendo il ferro torto,

Ma dai moti del ciel, che gira eterno,

Prese gli ordini suoi musico accorto.

Ben canoro Prometeo in terra volse

Trasportar l'armonie là su rinchiuse,

Chi le regole e i tuoni in voci accolse,

Et in numeri belli i detti chiuse.

Può d'angelico plettro un colpo solo

Nel serafico padre esser sì forte,

Ch'in languir di dolcezza in mezzo al duolo,

Ne la vita provò dolce la morte.

Ah, s'è ver che dal ciel l'anima uscita,

Ne l'esilio del corpo abita e stanza,

In udir melodia dolce e gradita,

Di tornar colà su prende baldanza!

Vola sciolto il pensier, stupido il senso

Vien dal numero dolce in ciel rapito;

Ratto in estasi il cor nel gaudio immenso,

Ei di vivo non ha fuor che l'udito.

Così, donna, fai tu, lunge dai fasti,

Chiusa in picciola cella, ardendo in zelo,

Ti fai scala del canto e sono i tasti

Del bell'organo tuo gradi nel cielo.