Alla sepoltura del Sannazaro
Sorge lungo il Tirreno
Colle, ch'è de le Grazie amato albergo;
Prende il nome dal mergo,
E mille fiori et augelletti ha in seno.
Qui sotto un ciel sereno
Il mar soave e placido rimbomba,
Ai cigni è cuna, a le Sirene è tomba.
Qui tra marmi di Paro,
Sincero il pescator giace sepolto,
Che nel suo velo accolto,
Fu tanto al mondo et a le Muse caro,
Cigno celebre e chiaro;
Or ne la bianca et intagliata pietra
Gli sta mutola a piè l'eburnea cetra.
Vola il garrulo vento
Intorno a l'urna sua, placido e grave;
Querulo, ma soave,
Col susurro del mar forma un lamento;
Freme l'onda d'argento,
E spezzandosi a piè del curvo lido,
Lagrimosa armonia scioglie nel grido.
Fra querele interrotte,
Pace s'ode sonar, pace quest'onda,
Pace intuona la sponda,
Pace ridice ancor l'antro e le grotte,
Sul partir de la notte,
Correndo al marmo, ove sepolto giace,
Ogni augello risponde: “Abbiti pace”.
Vengon mill'api d'oro
Ne la sua vaga, armoniosa canna,
A delibar la manna;
Gli fanno intorno ossequioso un coro,
Con mormorio canoro.
Né più sui tronchi perforati e cavi,
Ma ne la lira sua formano i favi.
Versa un nembo stillante
Di bianchi gigli e di purpuree rose
Su quell'ossa famose
Con larga mano ogni donzella amante;
Sopra quell'ombra errante
Di sì leggiadro e pellegrino spirto
Abbassa i rami a coronarlo il mirto.
Ogni Sirena intanto
Fa rotto il crine d'or cader sul collo.
Piange Clio, piange Apollo,
Vedovo e sconsolato, in negro ammanto.
Daria voci di pianto
L'umido pesce dal suo petto arguto,
Se non fosse là giù tacito e muto.
D'augelletti dipinto
Gli vola intorno un semplicetto stuolo;
Un si libra sul volo,
E dice in canto: “Il gran Sincero è estinto”;
L'altro da gloria spinto,
Risponde ardito e lo riprende al rivo:
“Che dici, o folle, il gran Sincero è vivo”.
Vivo in terra è per fama,
Vivo sopra le stelle anco è per gloria;
Degno d'alta memoria,
Poetando là su n'invita e chiama,
Là vederne egli brama,
Ove a goder quelle beate note,
Chi colomba non è, volar non puote.