ALLA SIGNORA LUCREZIA TILLI
Gentilissima Lucrezia,
Credo ben che per facezia
M'auguraste l'altra sera
Una colica leggera;
Giacché mai suppor non posso,
Che un cristiano, un ortodosso
Scordar debba in società
La fraterna carità,
Tanto più che le Signore
Soglion esser di buon core.
Che bel gusto! bel diletto
Di sentirmi steso in letto
Far degli urli non più intesi
Dalle orecchie degl'Inglesi,
E veder me fra i dolori,
E le man dei Professori,
Me, che ond'esser senza doglie
Non ho presa neppur moglie.
Che vi giovan le passate
Che i devoti giubbilei,
Quando al prossimo bramate
E le coliche e gli omèi?
Voi che siete così buona,
Così amabile persona,
Or perché cangiare a un tratto?
Cosa diavolo v'ho fallo?
Vi lagnate fortemente
Ch'io partii senza dir niente:
Ma dell'Ussero al Caffè
Non vi dissi forse che
Io di Lucca nei contorni
Sarei stato in pochi giorni;
E richiesta in conclusione
Qualche vostra commissione
Pria di far questo tragitto,
Non diceste: ho scritto, ho scritto?
Perché dunque dar del bue
A chi fa le parti sue?
Vero è ben che precisata
Non fu l'ora dell'andata:
Ma a voi come dir potea
Quel ch'io stesso non sapea?
Infelice! sventurato!
E chi avrebbe immaginato
Di sentirsi per facezia
Dar del bue dalla Lucrezia
Dopo aver speso un'orrore
Per il titol di dottore?
Pur giacché, Crezina mia,
Quella vostra profezia
Della colica leggera
Per adesso non s'avvera,
Ma mi lascia andare in cocchio
Pei dintorni di Saltocchio
E tranquillo mi fa vivere,
Mostrar vo co' versi miei
Che son bue, ma non di quei
Che non san neppure scrivere.
Al ritorno farem poi
Meglio i conti fra me, e voi. -
Di Settembre il diciassette
Dalla villa di Bennette. -
Un poscritto piccinino:
Salutatemi Angiolino.