ALLA SIGNORA LUCREZIA TILLI

By Antonio Guadagnoli

Gentilissima Lucrezia,

Credo ben che per facezia

M'auguraste l'altra sera

Una colica leggera;

Giacché mai suppor non posso,

Che un cristiano, un ortodosso

Scordar debba in società

La fraterna carità,

Tanto più che le Signore

Soglion esser di buon core.

Che bel gusto! bel diletto

Di sentirmi steso in letto

Far degli urli non più intesi

Dalle orecchie degl'Inglesi,

E veder me fra i dolori,

E le man dei Professori,

Me, che ond'esser senza doglie

Non ho presa neppur moglie.

Che vi giovan le passate

Che i devoti giubbilei,

Quando al prossimo bramate

E le coliche e gli omèi?

Voi che siete così buona,

Così amabile persona,

Or perché cangiare a un tratto?

Cosa diavolo v'ho fallo?

Vi lagnate fortemente

Ch'io partii senza dir niente:

Ma dell'Ussero al Caffè

Non vi dissi forse che

Io di Lucca nei contorni

Sarei stato in pochi giorni;

E richiesta in conclusione

Qualche vostra commissione

Pria di far questo tragitto,

Non diceste: ho scritto, ho scritto?

Perché dunque dar del bue

A chi fa le parti sue?

Vero è ben che precisata

Non fu l'ora dell'andata:

Ma a voi come dir potea

Quel ch'io stesso non sapea?

Infelice! sventurato!

E chi avrebbe immaginato

Di sentirsi per facezia

Dar del bue dalla Lucrezia

Dopo aver speso un'orrore

Per il titol di dottore?

Pur giacché, Crezina mia,

Quella vostra profezia

Della colica leggera

Per adesso non s'avvera,

Ma mi lascia andare in cocchio

Pei dintorni di Saltocchio

E tranquillo mi fa vivere,

Mostrar vo co' versi miei

Che son bue, ma non di quei

Che non san neppure scrivere.

Al ritorno farem poi

Meglio i conti fra me, e voi. -

Di Settembre il diciassette

Dalla villa di Bennette. -

Un poscritto piccinino:

Salutatemi Angiolino.