ALLE DONNE - Introduzione

By Antonio Guadagnoli

Una Ristampa? - Sì: non mi vergogno,

Donne, di dire a voi la verità;

Stampai la prima volta per bisogno,

Ed or ristampo per necessità;

Non è meglio che godano gli autori,

Che quegl'ingordi degli stampatori?

Voi però che capite la ragione,

Spero che niuna mi sarà contraria

Se faccio al libro mio l'Introduzione;

Perché l'introduzione è necessaria

In ogni cosa, sia pur buffa o seria,

Prima che uno scrittore entri in materia.

Veramente dovea stenderla in prosa,

Come tutti costumano di fare;

Ma temendo che fossevi noiosa,

Io non l'ho fatto per non vi seccare;

Ogni poeta al mondo ha i gusti suoi:

Il mio gli è quello di piacere a voi.

So che a ristampar versi io mal la specolo,

Or che in nuove scoperte ognun s'adopra,

Ché dir si può delle scoperte il secolo;

Ma, Donne, io che volete che vi scopra?

Al più, al più, quel che scoprir vi posso

È la miseria che mi trovo addosso.

Ma perché non vi spiaccia, o desti orrore,

L'orpellerò di lusinghier concento;

Così Frank, astutissimo dottore,

Ricoprìa le sue pillole d'argento;

E il fanciullin, che non sapea di più,

Vedeale belle, e le tirava giù.

Non crediate però, Donne mie care,

Che con questo libretto in poësia

Passar pretenda ai posteri; eh vi pare!

Ci voglion altre barbe che la mia!

Pur gioïrò se, dopo averlo letto,

Esclamerete: oh pazzo maladetto!

E che? seguendo la mania moderna,

Con immagini oscure e color tetri,

Allo squallor di funebre lucerna

Forse cantar dovea tombe, ferètri,

Larve, spaventi, diavoli e versiere,

Per far venire il mal del miserere?

Eh! lasciam pur che le straniere genti

Abbian di cupe idee pieno il cervello;

Ma noi d'Italia nei confin ridenti,

E sotto un ciel così sereno e bello,

D'indole dolce, e pronti all'allegria,

Perché mentir l'ilarità natia?

Per me regalo il pianto alla tragedia,

E il lascio all'elegia dolente e trista;

Non ho lo splin, né vo' morir d'inedia,

Né per pianger vo' perdermi la vista;

Finché la gioventù me lo consente

Vo' divertirmi, e stare allegramente.

Seguiamo il Berni, il quale a piene mani

D'attici sali asperse i suoi quaderni;

Lo so che i miei saran da quei lontani,

Ma non vi dico già d'essere il Berni!

Dico sol di seguir le sue maniere,

E se ridete mi farà piacere.

Se poi non ci riesco, lo sopporti

Ognuna, e lodi almen gli sforzi miei.

A un medico diceva un beccamorti:

Signor Dottor mi raccomando a lei:

Ed ei rispose, a quelle voci mosso,

Figliuol mio caro, faccio quel che posso.

Or, giacché Voi che il libro mio leggete,

Non siete tutte del paese Tosco,

E in conseguenza non mi conoscete,

Né io probabilmente vi conosco,

Così qui parmi che benfatto sia

Darvi uno schizzo della vita mia.

Non v'aspettate già, Donne vezzose,

D'udir qualche amoretto romanzesco,

Qualche galanteria; ché non son cose

Coteste da pigliarsele in bernesco:

E poi, vi parlo da sincero amico,

Certe cose le faccio, e non le dico.

No, no: sol vi dirò, Donne mie belle,

Poiché mi ridon gli anni giovanili,

Come nacquero queste bagattelle,

Che da voi lette diverran gentili;

Ché pregio è sol di Voi, Donne adorate,

Il rendere gentil ciò che guardate.

Almen, quando sapranno le persone

I tempi criticissimi in che ho scritto,

E che l'ho fatto senza pretensione,

Ma sol per trar da' versi miei profitto,

Mi lasceranno, e questo è il mio conforto

Campar da vivo, e benaver da morto. -

Era il pianeta che distingue l'ore

Già vicino ad entrare in Capricorno,

Allorché, coll'aiuto del Signore,

Vidi la prima volta i rai del giorno

Nella diletta Arezzo, un anno pria

Che s'udisse gridar: Vivamaria!

Se l'antico proverbio il ver parlò,

Che tutto quel che in venerdì si fa

Un esito felice aver non può;

Si vede ben che, per fatalità,

Quando la mamma mia mi partorì,

Aspettò per l'appunto al Venerdì.

Poiché quando alla luce i' venni fuori

C'erano in casa mia de' capitali;

Ma o fosser gli stralocchi dei maggiori,

O nuovi impicci, o mangerie legali,

Il fatto è che ogni cosa se n'andò,

E nuda a me la nobiltà restò.

Ch'io vedo, la miseria da vicino

Son, per sua grazia, da sei lustri omai;

Mi strinse in fasce, m'allattò bambino,

Mi prese affetto, e non mi lascia mai;

E quand'uno comincia a dare in giù,

Requiem aeternam, non risorge più.

Or, non crediate che con modi scaltri

Dell'infanzia gli error voglia celare;

Era un monello come tutti gli altri,

Con pochissima voglia di studiare;

Ché da piccini non si può riflettere

All'utile che recan poi le Lettere.

Anzi credea che chi sortì dal fato

La stampa di Signor dovesse avere

Il nobil privilegio d'esser nato

Per non far altro che mangiare o bere;

E che, per conseguenza, onde ben vivere

Fosse inutil saper leggere o scrivere.

Dopo nov'anni e più di tale istoria,

Che a babbo e a mamma non potea piacere,

L'ottimo padre mio, buona memoria,

Con le più dolci c amabili maniere,

Non come quei che dicono che fa

Meglio il bastone, che cent'arri là;

Figliuol, dissemi un giorno il mio buon padre,

Ogni nostra dovizia è omai sparita;

Con mezza dote sol resta tua madre,

Perché quell'altra mezza se n'è ita;

E s'avvien che dal mondo anch'io men vada,

Tu rimani nel mezzo d'una strada.

Speri forse ne' ricchi? Ohimè! non vale

I ricchi a impietosir l'altrui sciagura;

Chi sta bene non pensa a chi sta male,

Ché ognun col proprio braccio si misura;

De' complimenti ve ne fanno assai,

Purché alla borsa non s'arrivi mai.

Non li specchiar sugli altri alla giornata;

Gli ozïosi non prender per modello;

Bello è per quei che campano d'entrata

Il divertirsi tutto giorno, è bello

Un focoso destrier col fren correggere ...

Ma è bello ancora l'imparare a leggere.

Vedi quelle Iscrizioni in marmo affisse,

Talché Arezzo rassembra un cimitero?

Lì s'allattò, là s'educò, qua visse

Un Poeta, un Filosofo, un Guerriero;

Gente in fin ch'ebbe voglia di far bene,

E la Patria ne gode, e se ne tiene.

E mentre ognun fu alle bell'opre intento,

Tu giunto agli anni della discrezione,

Invece di far uso del talento

Che il ciel t'ha dato, ed essere il bastone

Della vecchiezza di noialtri due,

Ti tiri su per asino e per bue?

Va', va': finché non ti sarai cangiato,

Amarti come figlio non poss'io ...

Ah no! gridai con urlo disperato,

Ah non m'abbandonate, babbo mio!

Studierò, buscherò dello monete,

Mettetemi il collar, fatemi prete.

Ed eco che da chierico vestito

Fui posto di dieci anni in Seminario,

E appresi in primo a leggere spedito

L'Uffizio della Vergine e il Breviario;

Ignaro che talor più d'uno accorto

Al saper fa supplire il collo torto.

Pur, quando coll'età crebbe il giudizio,

E vidi che a de' tondi più di me

Si dava la cappella o il benefizio,

Ed a me nulla, m'irritai sì, che

In vece d'ire avanti torna' indietro;

E, mel perdoni Dio, gabbai San Pietro.

La Chiesa non ha molto scapitato,

Ma son io che ho perduto, pover uomo!

Ché a quest'ora potevo esser prelato,

O almeno almen canonico di Duomo;

E senza tanti affanni e tante pene,

Durar poca fatica, e mangiar bene.

Ma più che fare il prete a me piaceva

L'ameno studio della poësia;

Ed a questa inclinato mi rendeva

Il genio, l'estro e la natura mia;

Quando il padre mi disse: e che? sei matto?

Io con la poësia che cosa ho fatto?

Dunque sul primo giovenile errore

Dove volgere il piè, dove l'idea? -

Correan que' tempi che di nuovo in fiore

Eran gli studi nella dotta Alfea,

E cessata dell'armi la paura,

Alla toga cedeva la montura.

Come in tempo di fame o carestia,

S'inurbano a gran torme i poverelli,

E pane, gridan, pane, in ogni via;

Così la gioventù giù da castelli

Da ville e da città piove in Sapienza,

E, scienza, grida ai Professori, scienza!

E ogni tenera madre ch'esecrata

Avea finor la sua fecondità,

Ora è tutta contenta e consolata

Perché va il figlio all'Università;

Ed il dolce pensier le inonda il core

Che va via ciuco, e tornerà dottore.

Sol piangon l'Arti Belle, o piange il Gusto;

E con Minerva Cerere si lagna

Che in questo od in quel giovine robusto

Forte braccio le tolga alla campagna;

Ma lasciam pur che si disperi e pianga;

La penna è più leggiera della vanga.

Io pur, tanto per dir: sono Scolare!

Volea colà dirigere il cammino;

Ma la Legge mi dava da pensare,

Essendo deboluccio nel Latino;

Ma un amico: la porta è grande assai;

Vacci, vacci, mi disse, e passerai.

Tanto, poi soggiungea, quando un legale

Sa il formulario e la tariffa a mente,

E adopra un po' di ciarla naturale,

Le lingue morte non gli giovan niente;

Bisogna far intendere il Toscano

Quando al cliente stendesi la mano!

Oh! quanto è dolce quel sentirsi dire:

Signor Dottor, le faccio reverenza;

Ho qui il sacchetto delle mille lire

In conto della sportula, sentenza,

Scritture, emolumenti ch'ella sa;

E quanto è dolce più quel date qua.

Così la stella che il mio corso regge

Guidommi a Pisa co' più fausti auspìci,

Ed in quattr'anni l'una o l'altra legge

Su i Ristretti imparai de' fidi amici;

Ma crediatemi pur che se l'ostacolo

Superai degli esami, fu un miracolo!

M'avea la noia estenu5to il viso

In guisa, che più d'uno dubitò

Ch'andassi a laurearmi in paradiso:

(Se v'entrino Legali io non lo so);

Pur finalmente, come piacque a Dio,

Potei gridare: oh son dottore anch'io!

Né m'ingannai, ché infatti era dottore;

E il libro mel dicea,

l'anel, la vesta,

L'amplesso, ed il cappel che dal Priore

Messo mi venne pro corona in testa,

Delle trombe il fragor, la gente accorsa ...

Ma più di tutto mel dicea la borsa.

Addio diletti Professor, di cui

Viva memoria in mezzo al core io porto;

Addio Collegio ove quattr'anni io fui,

Addio bel Campanil dal collo torto,

Addio Lungarni, addio Città di studi,

Addio Sapienza, addio sessanta scudi!

Così dicea, ché della Patria in seno

Udia la voce, ed ai paterni lari

Tornar di novo, ed al natio terreno,

Era il desio tra i miei desir più cari;

Ma l'uomo in terra a voglia sua propone,

Mentre diversamente il ciel dispone.

Dottor, nel Foro entrai. Grande è la stanza,

E sul muro all'intorno effigïate

Stan Giustizia, Prudenza e Temperanza;

Due, non c'è mal, si son ben conservate;

Ma sia l'età, sia l'umido del loco,

Sol la Giustizia si conosce poco.

Oh sonate campane! alfin potrò

Qui, dissi, sostener l'altrui ragione,

E legalmente rïentrar vedrò

Nella mia tasca qualche francescone;

Giacché è non ho fatt'altro da scolare

Che pagare, pagare, e poi pagare!

Ma dopoché veduti ebbi parecchi

Ridur di Temi il tempio a paretaio,

(Parlo dei cavalocchi o mozzorecchi),

E a chi c'imballo esser cagion di guaio,

Avventandosi gli uni agli altri addosso

Come due can per disputarsi un osso;

Suscitar liti invece di sedarle,

Delle vedove a danno e dei pupilli,

E le sentenze estorcere con ciarle,

Con raggiri, con cabale e cavilli,

Dei Tribunali abbandonai la via

Bramoso di salvar l'anima mia.

V'è tra i Legali ancor gente incorrotta,

Cui virtù sola alle bell'opre spinge;

Ma chi sta in mezzo al foco e non si scotta?

Chi sta in mezzo alla brace o non si tinge?

E chi può con lo zoppo camminare

Senza che impari anch'esso a zoppicare?

Sciolta frattanto dal mortal suo velo

Era l'amata mia sorella, quando

Anche il buon padre la raggiunse in cielo;

Ond'io senza un quattrino al mio comando,

E colla madre vedova restato,

Grande e grosso, né prete, né avvocato;

Che far dovea fra tante angustie e pene?

Qualcun diceami: sposati a una vecchia

Che sia ricca, e ti lasci da star bene;

Altri poi susurravami all'orecchia:

La man di sposo a bella donna dà,

E un protettore non ti mancherà.

Eh andate al diavol; ci vorrebbe questa!

Sparisce la beltà, la gioventù,

Eppoi la moglie e il pentimento resta,

E i protettori non si vedon più;

No: piùttosto che aver moglie protetta,

Amo la povertà vile e negletta.

Altrui vile e negletta, a me sì cara,

Ché all'infamia non scende e al disonore;

E se nel resto ebbi la sorte avara,

Alti sensi mi dette ed allo core;

Perciò m'ama ciascun, ciascun m'apprezza,

E per me questa e la più gran ricchezza.

Chiedi un Impiego. - Non ne son capace:

Altra testa ci vuole, altro talento!

La branca criminal? . . - No, non mi piace,

Poiché bramo star lieto ogni momento;

Né lì si veggon mai più lieti quadri

Fuorché gruppi di spie, di birri e ladri.

O dunque? - Dunque amo tranquilla e queta

Vita, il ridico, fra gli scherzi e il brio;

E di tanti mestier, quel del poeta

Lo trovo il più conforme al pensier mio;

Sì: per chi gode fare il vagabondo,

Egli è il più bel mestier di questo mondo!

Convien saper, tornando un passo indietro,

Che m'avean per poeta salutato

Fin da che scrissi del mio naso in metro;

E in verità se nome tal vien dato

A chi fa versi, e non ha mai moneta,

Mi stava bene il nome di poeta.

Figuratevi un po' che tremarella,

E che improvviso batticor mi nacque

Nel metter fuori quella bagatella!

Nondimeno il mio naso non dispiacque,

Anzi venne lodato; e giusto, o ingiusto

Fosse l'elogio, so che c'ebbi gusto.

E che? non vi par forse un bell'onore

Per uno zanzarino di Parnaso

Quale appunto son io, dalle Signore

Sentirsi dire: ecco l'autor del Naso!

E per le strade, e per i borghicciòli

Interrogarsi: è quello il Guadagnoli?

Ma mentre sorridevano i lettori

Benigni al Naso del Dottor d'Arezzo,

Lo ristamparon cinque stampatori,

Che il lor naso vendendo a minor prezzo,

Empir di nasi la Toscana, ed io

Non seppi più dove ficcare il mio.

Nondimeno, coraggio! - Al primo scherzo

Un secondo ne aggiunsi, e dopo questo

Audacemente messi fuori il terzo;

Quindi il quarto composi, il quinto, il sesto;

Ma sapete? con tutta la mia vena,

Non accozzavo il pranzo con la cena.

Laonde se vestir fino al presente,

E se ho voluto bevere e mangiare,

Benché l'ozio mi piaccia grandemente,

Ho dovuto anche mettermi a insegnare

Ai fanciulli di Pisa l'idïoma

Che si parlava anticamente in Roma.

Il maestro di lingue egli è un mestiere

Che il suo bene e il suo male in sé contiene;

Se gli scolari han voglia, è un gran piacere;

E grandissimo poi se pagan bene;

E in ver quei d'oltremonte, o d'oltremare,

Per pagar bene van lasciati stare!

Ma tra noi! Se a qualcun voi domandate

Una discreta somma di danaro,

Vi faran far tremila passeggiate,

V'udrete dir che siete troppo caro,

Ed alla fine vi faranno intendere

Che la famiglia non può tanto spendere.

Curiosi! credon fare un grand'avanzo

Col toglier dieci scudi a un precettore,

E poi cento ne sprecano in un pranzo,

In una ballerina, in un cantore,

In tilbury, in pariglie ed in landò,

E i figli restan tondi come un O.

Ma s'egli è ver che sempre sa di sale

Lo pane altrui, non è poco salato

Anche quel d'un Maestro Comunale,

Che si trova ogni giorno circondato

Da trentacinque o trentasei strumenti

Che a quel che dice non istanno attenti!

Ma già, come volete che un bambino

Della Lingua latina si diletti,

Se, invece d'adescarlo, da piccino

Con quel benedettissimo Porretti,

Fastidio, solvo, ed altro verbo strano,

Gli si fa il capo come un tamburlano?

Poi, se gridano un figlio, tal parola

A quante madri s'ode uscir di bocca:

Se non sei buono, oggi li mando a scuola;

E lì ve' dal maestro se ne tocca!

Sicché crede il bambin nel suo giudizio

Non un piacer la scuola, ma un supplizio.

Quindi cresciuti al suon di quelle voci

I ragazzi, si fermano a giocare

Alle piastrelle, ai noccioli, alle noci;

O a mirar cani per le vie ballare,

O a veder levar denti alle persone

Da un ciarlatano, e salan la lezione.

E si vergognan poi questi signori,

Grandi d'età, piccini di cervello,

Di venire alle scuole inferïori;

Metton su baffi, storcono il cappello,

Fumano il sigaretto, il capo frulla,

E in quanto ai studi non si fa più nulla.

Altri s'alzan tardissimo dal letto,

A scuola van quando lor salta l'estro,

Non studian mai per non guastarsi il petto,

E poi pretenderebber che il maestro

Per un pecoro, o un paio di capponi

Diventar gli facesse Salomoni!

China o febbre, un Dottor di medicina

Diceva a' suoi malati all'ospedale;

China o febbre, figliuoli, febbre o china.

Lo stesso io dico a tutti in generale:

O studiar con impegno ed esser uomini,

O in Empoli volar pel Corpusdomini.

Da che fo di ragazzi il precettore,

Povero me! non mi si riconosce:

Avevo un par di gote da fattore,

E adesso eccole qui, son flosce, flosce:

Ho poi due gambe che appena sto ritto;

Talché rassembro una mummia d'Egitto.

E poi che tanto t'affatichi e studi

Nell'inverno non men che nell'estate,

Qual n'hai mercede? Cencinquanta scudi.

Mangiate! rivestitevi! scialate!

Un povero Maestro Comunale

Guadagna poco più d'un manovale!

Vergogna! Anzi guadagna meno assai;

Ché se han voluto in Pisa ed in Livorno

Del terremoto riparare ai guai,

Han dato ai murator sei paoli al giorno;

E a noi cinque giuliacci al più, al più;

E anche bisogna ringraziar Gesù.

Ma quantunque mi logori il polmone,

E venga ogni di più pallido e scarno,

Ho forse a darmi alla disperazione?

M'ho da gittar dalle spallette in Arno?

Se della morte ho ad appagar le brame,

Meglio è far versi; almen morrò di fame.

Né m'aduli verun per complimento

Col dir: bei versi! oh come son vivaci!

Oh che genio! che ingegno! che talento!

Poiché aborro tai lodi, come i baci

Che si danno alle volte le Signore,

Che son baci di labbra e non di core.

I versi aman la placida quïete,

E fuggono ogni cura aspra e molesta;

Ora, ditemi un po', come volete

Che m'entrin de' bei versi per la testa

Tra le molestie e tra i disgusti amari

Che mi dan, come ho detto, i miei scolari?

Sentiste! due susurrano per otto;

Tre fanno chiasso per una dozzina;

Strepitan quattro almeno per diciotto;

Urlan cinque per una quarantina;

E quando con tal gente si ha da vivere

Quattr'ore il giorno, come si può scrivere?

In verità se nella nobil'arte

De' versi d'occuparmi ho dato un saggio,

Al favor degli amici il debbo in parte,

Ed in parte lo debbo al mio coraggio;

Ma ì debbo più di tutto al mio SOVRANO

Che a me distese la benigna mano.

Per correr miglior acqua alzai lo vele,

E dopo sedici anni abbandonai

Le scuole e gli scolar di San Michele,

E un Istituto a mio piacer fondai

Che fiorì per due lustri, ed or si spera

Che rigoglioso tornerà qual era.

Ma mentre queste care pianticelle

Sotto la man del lor cultor vedea

Farsi ogni dì più vegete e più belle,

E ne gioivo; ohimè! la sorte rea

In terra ogni conforto mi rapìa

Col rapirmi la madre! - O Madre mia,

Accogli queste lacrime che spando,

Dell'immenso amor mio picciol tributo;

Ricorditi di me; ti raccomando

La memoria del ben che t'ho voluto:

Io per conforto avrò nei giorni mesti

Che gli occhi il braccio al tuo figliòl chiudesti.

Da quel giorno fatal Pisa d'aspetto

Cangiò per me; né valsero gli amici,

Né degli alunni l'innocente affetto,

Né il grato rimembrar dei benefici

A rendermene amabile il soggiorno,

Ed al terren natio feci ritorno.

Qui Rettorica insegno ed Eloquenza

Nel pubblico Liceo della Città.

Non ho gran paga, ma ci vuol pazienza;

Son sì aggravate le Comunità

Con strade, piazze, ed illuminazione,

Che non posson pensare all'istruzione! -

Questo finora è stato il viver mio;

Quello che sarà poi per l'avvenire,

Donne, non lo sappiam né voi né io,

E in conseguenza non lo posso dire:

Quanto a me vo' sperar che vada bene;

Se no, piglierò il mondo come viene.

Va' dunque, o meschinella opera mia,

Fra i giovinetti e le donne amorose ...

Ma no, spetta un pochin, non andar via;

Ché prima voglio dir dell'altre cose

Che, per essermi occorse nell'istante,

Formano un episodio interessante.

Sia noto a tutti che il Dottor Antonio.

Che questi cenni di sua vita stampa,

Alla fine or possiede un patrimonio

Da star ben, se ha giudizio, finché campa;

(E averlo a cinquant'anni è indubitato,

Quando il morso del lupo s'è provato).

E questo patrimonio non l'ha fatto

Coll'affittare il soffio dei polmoni,

Colla comune abilità del gatto,

Colle pensioni o gratificazioni,

Col risparmiar le pappe agli spedali,

Col lucrar sugl'impieghi, e cose tali.

Grazie a Dio non ho a farmi alcun rimprovero,

E con chiunque in onestà mi picco;

Certo, che andar la sera a letto povero

E la mattina ritrovarsi ricco

Sembra un sogno, ma pure è realtà.

Ecco dunque la cosa come sta:

Ultimo di sua stirpe, entro Cortona

Moriva un Vecchio generoso e pio,

Mio congiunto, bravissima persona,

E chiamava un erede (che son io);

Ed io non punto sordo alla chiamata,

Presa ho la roba ch'egli m'ha lasciata.

Se il giungere ad avere un poderetto

Parve ad Orazio una gran bella cosa,

E si stimò contento (almen l'ha detto),

IO grillo appetto al Cigno di Venosa,

Che invece d'un poder ne ho avuti sei,

Non debbo esser contento? Eh! non saprei.

Mi spaventava (ormai lo posso dire

Che ne son fuori, e il cielo ne ringrazio),

Mi spaventava di dover morire

Maestro o in San Michele o in Sant'Ignazio;

Perché il morir sì mal ricompensati

Dal Comune, è un morir da disperati.

Oh poveri Maestri di ragazzi,

Siamo trattati proprio come i cani;

Finché abbaiano a guardia dei palazzi,

Tutti con lor sono cortesi, umani;

Quando non son più buoni a far bu, bu,

Una funaccia, un sasso al collo, e giù!

In ogni Uffizio, in ogni Dicastero

Il vecchio, l'impotente ha una pensione;

A chi si logorò nel magistero

Si toglie un terzo della provvisione;

Sicché compie il Maestro Comunale

La brillante carriera all'ospedale!

Ma verrà tempo, e forse verrà presto,

Che i nostri della Patria reggitori

Penseran, dopo tutto, ancora a questo:

Ché se non si provvede ai precettori,

Sempre avremo, progresso o non progresso,

Zucche, Signori, come abbiamo adesso.

Ho militato cinque lustri interi

Nel Corpo dei maestri in vario loco,

( Corpo che non è quel degl'Ingegneri,

Ché questi mangian molto, e quelli poco):

E forse militai non sine gloria,

E qui finì la dolorosa istoria.

Finì? - Ah preveggo che non è finita;

Ché in questa valle misera di pianto

Non si può dar felicità compita!

Anche gli eredi han le lor pene; intanto

La prima annata m'è andata in sinistro:

L'ha beccata l'Uffizio del Registro.

E poi m'assedieranno i conoscenti,

Gli scrocconi, le birbe, i galantuomini;

Ma risponderò lor come ai parenti

Rispose, fatto papa, il Piccolomini:

Quand'ero Enea nessun mi volle, ed io

Non vo' nessuno adesso che son Pio.

Pur, benché vada a rischio ogni padrone

D'esser messo di mezzo alla giornata,

Benché gravosa sia l'imposizione,

Nulladimeno il vivere d'entrata

Una cosa mi par, se mal non scerno,

Comoda per l'estate e per l'inverno. -

Or vanne, o meschinella opera mia,

Fra i giovinetti e le donne amorose;

Va' dove alberga il riso e l'allegria,

E fuggi le persone scrupolose;

Vanne, ti prego la fortuna amica;

Va' ch'io ti mando, e il ciel li benedica.

Pur, se il mio libro dedico alle donne,

Non mi crediate mica un donnaiòlo;

Poiché, sto volentieri fra le gonne,

Ma quanto al resto sono un buon figliòlo;

Ci rido, ci discorro, ci passeggio,

Ma, come dico, poi non c'è di peggio.

Sa il ciel quanto faran strepito e chiasso

Su queste carte i critici, i saccenti!

Chi troverà lo stile troppo basso,

A chi non piaceranno gli argomenti,

Chi mi dirà pesante, chi leggiero,

Chi dirà che ho rubato, e questo è vero.

Già, a dar retta a chi critica e inquïeta

Ci sarebbe da perdere il cervello,

Se lo potesse perdere un poeta.

Lo so da me che il libro non è bello,

Che certe inezie o non doveva farle,

O, fatte, adesso non dovea stamparle;

Ma, santo ciel! si stampan tante cose

Che al pari delle mie destan pietà,

Che al Pubblico dirò, come rispose

(Non so se in Salamanca o in Alcalà)

Agli Esaminator quello scolare,

Il qual era lì lì per non passare:

È ver, Signori miei, non ho studiato,

Egli disse rivolto ai Professori,

E non merito d'esser lau5reato;

Ma è tanta l'indulgenza in lor Signori,

E fan tanti Dottor, che, a parer mio,

Fra l'altre bestie posso starci anch'io!