All'Illustrissimo e Reverendissimo Signore, il Sig. Cardinal Carlo Emanuel Pio P...
Gran Carlo, a contemplarvi il pensier volsi,
Ed ora a voi lodar volgo l'ingegno,
Perché di ciò che ne la mente accolsi,
Fora il tacer, più che 'l mio stile, indegno.
E se colà dove mirai non colsi,
Troppo infermo son io, tropp'alto è 'l segno.
Io da voi nulla bramo e nulla spero,
Né mi spinge a lodarvi altro che 'l vero.
Non vi dolga, Signor, che se voi fate
Opre degne d'istoria, altri le scriva.
Di voi memoria a la futura etate,
Se non per voi, sol per l'esempio viva.
E se la lode mia forse sdegnate,
Al vostro oprar più ch'al mio dir s'ascriva.
Quelle virtù ch'io amo e lodo in Vui,
Amerei, loderei, poste in altrui.
A me colà, dove il gran Tebro inonda,
Messaggera di voi la Fama giunse.
Bramai veder se 'l vero a lei risponda,
E di voi, pur ignoto, amor mi punse.
Venni, vidi, trovai che 'l merto abbonda,
E che molto ella tacque, e nulla aggiunse;
Anzi, bugiarda ne' silenzi suoi,
Ella è prodiga agli altri, avara a voi.
Imaginando io figurai gran cose,
Ma poi veggendo io le trovai più grandi.
O Cielo, o tu, cui Providenza ascose
Sì gran tesori in lui, sì memorandi,
Come tante in un sol grazie ripose,
Che fra mille talor dividi e spandi?
O Dio, com'altamente in lui s'aduna
Pregio d'alma, di corpo e di fortuna!
Su la sponda del Po, Signor, sorgeste
D'antichissimo ceppo altero germe.
Fra le serie degli avi, altri n'aveste
Famosi in arme, altri fu grande inerme.
Ma del gran sangue in voi, quando nasceste,
Fur le mete a l'onor prefisse e ferme,
Perché nel meritar glorie ed onori
Furo i vostri maggior di voi minori.
Lo splendor de la stirpe è un dono vile
Del caso, ch'agl'indegni è spesso amico.
Quella che d'altrui nasce è gloria umile,
Ignobil nobiltà, tesor mendico.
Voi giungete, di voi solo simile,
Novella gloria al gran lignaggio antico:
La palma infra le stelle al sol si deve,
Perché dà luce altrui, non la riceve.
Di paterne ricchezze ampio tesoro
Non la Fortuna, ma lo Ciel vi diede,
Perch'ella, cieca al dispensar de l'oro,
Ora il merito avvanza, ora nol vede.
Siete in gran facoltà maggior di loro,
E i vostri beni il vostro merto eccede,
E non si mostra il generoso core
Posseduto da lor, ma possessore.
Di tesoro da voi cura si prende
Sol quanto al ben oprar egli è stormento;
Altri ne l'or de l'or la sete accende,
O ne porge a' piaceri esca e fomento.
Ma la ricchezza in voi tributo rende
De le virtuti al natural talento,
E sapreste, in usar norma e ragione,
Fra i tesori di Crasso esser Catone.
Malagevole impresa aver l'impero
Degl'indomiti affetti e ribellanti,
E non errar, ove dal buon sentiero
Gli allettamenti al traviar son tanti.
Non ha d'anima pura il pregio vero,
Non ha colui de l'innocenza i vanti,
A cui son gli agi e le ricchezze ignote,
Ma colui che non pecca, e peccar puote.
Quell'interna beltà che 'n voi s'asconde
Ne la beltà de le sembianze appare,
Però che l'alma i raggi suoi diffonde
Per le membra, e le fa splendide e chiare.
Così notturna lampa il lume infonde
Ne l'appeso cristallo, onde traspare;
E così rende il sol lucida e pura
Nube, che per sé fora opaca e scura.
Non si sprezzi da voi quel ch'altri onora,
La terrena beltà, dono del cielo:
Più s'apprezza il tesor, quando dimora
Entro un'arca ingemmata o in un bel velo.
Quando in bel tempio deità s'adora,
Cresce in altrui la riverenza e 'l zelo;
E 'n voi mirando, un non so che d'immenso
Forma il pensier da quel che vede il senso.
Donne, dite pur voi, quante svegliaste
Per la costui beltà fiamme nel seno;
Quante lagrime, o voi Ninfe, versaste,
Voi del Tebro, del Po, del Transimeno.
Ma voi, Signor, non però mai lasciaste
Cader da la ragione a' sensi il freno,
E foste al lagrimar di mille amanti
Scoglio di castitade in mar di pianti.
Furo a sublimi studi i pensier volti
Sugli anni ancor crescenti ed immaturi,
E i lor misteri, infra mill'ombre involti,
Non furo al sol del vostro 'ngegno oscuri.
Intempestivi ancor da voi fur colti
Frutti, su lo spuntar del fior, maturi,
Mostrando che 'l saver e 'l cor prudente
Non fu dono d'età, ma de la mente.
Di natura i segreti e le cagioni
Nobil vaghezza a contemplar vi tira.
Sapete ciò che 'nsegni e che ragioni
Il Maestro d'Atene e di Stagira,
Il variar del ciel, de le stagioni,
Ciò che lassù, ciò che quaggiù s'ammira.
O Natura, a costui più nulla ascondi,
Se non fai nuove cose o nuovi mondi.
Quindi l'alma i tesori ond'ella è piena
Con fiumi d'eloquenza altrui comparte,
D'eloquenza che l'alme e sprona e frena,
E conspirano in voi Natura ed Arte.
Quinci profonda e preziosa vena
Or si diffonde in voce, or ne le carte,
E sta in forse il pensier come distingua,
Qual più vaglia, o la penna o pur la lingua.
Qualor la mente alzate, a voi son note
Le qualità de le celesti spere,
E 'n contemplando le superne rote
Conoscete le stelle amiche o fere.
Forse gran cose a voi non sono ignote,
Che stelle vi mostrar fatali e vere.
Vostro futuro imperio omai si scopre
Forse a voi da le stelle, a me da l'opre.
Già la porpora sacra il crin vi cinge,
Grand'onor, ma minor del merto vostro:
A l'imperio del mondo il Ciel vi spinge,
Perché non ceda al secol d'oro il nostro.
Già la porpora in voi d'oro si tinge:
Succederà corona d'oro a l'ostro;
Così, quando lassù spunta l'aurora,
Lo ciel prima rosseggia, e poi s'indora.
Tempo verrà che la canuta chioma
Splenda di tre corone in Vaticano,
E che, del mondo ogni possanza doma,
Terra e cielo quaggiù regga una mano.
Odi quel ch'io prometto, o mondo, o Roma:
S'è ver che 'l Ciel giammai non opra invano,
E se creò costui d'imperio degno,
Dunque viver non può privo di regno.
Allor fian vostre cure opprimer gli empi,
A' rei partir le pene, i premi ai giusti,
Alzar per l'universo altari e tempi,
L'arti avvivar de' secoli vetusti.
Vedransi in voi rinovellar gli esempi
Degli antichi Alessandri e degli Augusti.
Egualmente sarete e grande e Pio,
Fra gli uomini primier, secondo a Dio.
Vorrei più dir, ma la mia mente opprime
Vostra gloria presente e la futura;
E mentre io vo tessendo e carmi e rime,
Sempre è più quel che 'l mio silenzio oscura.
Fors'anco il vostro cor, l'alma sublime
Mia lode al vero inferior non cura;
O vuol, con alti e generosi modi,
Non ascoltar, ma meritar le lodi.