Amor trionfante

By Girolamo Preti

Scesa dal terzo cielo,

Io, gran dea degli amori,

Care piagge latine, a voi ne vegno.

Pace a voi, lieti colli, amate mura,

Ov'ebber culla e tomba

Quelle antiche grand'alme,

Sì chiare in pace e sì temute in guerra.

Per voi ritorno in terra,

Per voi, piagge beate,

Lasciai la terza sfera,

Non che Pafo e Citera.

Venni; ma non vogl'io, diva amorosa,

Star tra voi neghittosa.

Venni a voi per destar cocenti ardori

Ne' più gelidi cori.

Vendicherò l'orgoglio

Di quell'alme superbe

Che scherniscon d'Amor l'arco e la face.

Porterò guerra e pace

Ne le risse amorose.

Voi, crude alme ritrose,

O provate o fuggite

Le mie fiamme schernite:

Or qui regna Ciprigna e regna Amore.

Se qui si trova un core

Che non senta d'Amor lo strale e 'l foco,

Omai cangi pensiero, o cangi loco.

Lungi, lungi da noi, Venere bella,

Il tuo lascivo ardore:

Questo è popol di Marte, e non d'Amore.

No, no, caute fuggite,

O anime d'Amor libere e sciolte.

Venere lusinghiera

Non dà mai gioia intera.

Dolcemente invaghisce,

Mortalmente ferisce;

Vi promette dolcezze, e porta doglie,

Il meno vi concede, il più vi toglie.

Io, quell'Adon, quell'io,

Che ben amando provo

Quanto Amore ha di gioia,

Quanto Amore ha di noia,

Fede farò ch'innamorato affetto

Poco sente il dolor, molto il diletto.

Io, che son dea guerriera,

Non vuo' che imbelli amori

Vadan per queste sponde

Struggendo l'alme, effeminando i cori.

Cadan l'armi d'Amore a terra sparte,

Ceda senso a ragione, Amore a Marte.

Io, che son la Beltà,

L'armi tue vincerò.

Se Marte pugnerà,

Di lui trionferò.

Senz'arme ferirò

Marte sì ch'amerà.

Per noi guerra farà

Un bel viso, un bel guardo, un bel crin d'oro.

Contro le forze mie,

Contro il mio strale,

Nulla può la ragion,

Forza non vale.

O cieli, o Dei, quai meraviglie ascolto?

Saran mie forze inferme

Contro ignudo fanciullo e diva inerme?

Ah pur provasti ancor, nume guerriero,

D'Amor pungente il dardo;

Sai com'impiaghi un guardo;

Tu pur sai quanto duolo e qual periglio

Porti l'arco d'un ciglio,

Poich'agli assalti di fanciullo ignudo

Spada poco giovò, nulla lo scudo.

Domatrice del mondo

Roma son io, che con incendi e guerre

Domai popoli e terre.

Domerò ben ancor tenero arciero,

Sì che vinto e fugace

Non turberà mio impero:

Perché quando a virtute Amor soggiace,

Ha spuntato lo stral, fredda la face.

Armerò di virtù Roma guerriera,

Sì che, facendo Amor guerra ad altrui,

Trionferà di loro, ella di lui.

Trionfai di virtute

Con quest'armi omicide;

Marte, deh dillo tu, dicalo Alcide.

Vinsi, ignudo fanciul, forza e valore,

E trionfò de' trionfanti Amore.

Altri tempi, altre voglie.

Il senso mi legò, virtù mi scioglie.

Non è vero trionfo

Guerriera alma legar sola una volta,

Se per man di ragion poscia fu sciolta.

M'è più caro il languire arso ed avvinto

Da un bel crin, da un bel volto,

Ch'esser gelato e sciolto.

E bramo anzi morire,

Che senz'amor gioire.

Alme d'Amor rubelle,

Farò cruda vendetta

Con quest'aspra saetta.

Provin l'alme spietate

Qual sia forza d'Amor, qual di Beltate.

E chi provar non volse Amor pietoso

Il provi aspro e penoso.

Ahi feritor crudele!

O dolcissimo arciero!

Oimè, piaga mortale!

Ahi, com'offende Amor, come saetta!

Quando pensi fuggirlo, allor ti giunge,

Quando credi schermirti, allor ti punge.

Me non giunse e non punse

D'Amor l'acuto strale,

Benché crudo ferisca e porti l'ale:

Perché, quando virtute altrui difende,

O si spunta lo strale, o non offende.

Sperai dianzi, sperai

Con romano valor domarlo anch'io,

Ma il crudel mi ferio.

Facciasi, poich'Amor volse piagarmi,

Breve tregua con l'armi.

Abbia questo trofeo

La stagion di Lieo:

Se lieta è la stagion, noi lieti amiamo.

Ah, poich'Amor vuol pur che s'ami, amiamo.

Amore, ecco la spada, ecco lo scudo,

Eccoti 'l core ignudo.

Cede già di quest'arme il grave incarco

Al tuo strale, al tuo arco.

O miracol d'Amore:

Mirate, alme rubelle,

Amor fatto guerriero, e Marte imbelle!

Ami chi non amò,

Avvampi chi gelò.

Marte, che ghiaccio fu,

Or sente il foco più.

Ami chi non amò,

Avvampi chi gelò.

Chi d'Amor sciolto va

Suoi lacci proverrà,

E chi più duro fu

D'amor languirà più.

Chi d'Amor sciolto va

Suoi lacci proverrà.

Chi lo stral non sentì

Sarà ferito un dì,

E chi più lieto fu

D'amor piagnerà più.

Chi lo stral non sentì

Sarà ferito un dì.

Quanto gelai, tant'ardo,

E 'l mio foco è maggior, quanto è più tardo.

Quel cor che tardo amò, tosto si pente:

Chi fa schermo al mio stral, più crudo il sente.

Io, c'ho vita dal foco,

Volai, quasi fenice, al foco ond'ardo;

Né de l'ardor mi pento,

E quanto egli è maggior, più dolce il sento.

Sì, sì, lo stral d'Amor fere chi fugge,

Se lo strale è lontano, ei più lo spinge,

Quando il laccio si fugge, allor più stringe.

Ah, chi non sente amore,

O non vive, o non vede, o non ha core.

Ma in voi, donne spietate,

Cui non tocca d'Amor l'arco o la face,

Troppo mal si conface

A sì rara beltate

Barbara feritate.

Oggi ad amar v'invita

La stagion degli amori.

Sembra un angue tra fiori

Fra sì vaghi sembianti alma sì fera.

Ah, negletto non pera

De la beltate il fiore!

Ah, se qui vive un core

Che da' lacci d'Amor vada disciolto,

Omai cangi pensiero, o cangi volto.

Sì, sì, tigri, lasciate

Bellezza o crudeltate!

E sien l'anime altere

O men belle o men fere.

Il fior de la beltade

Tosto vien, tosto cade.

Per far di voi l'etade avare prede

Muove rapido il piede.

Sì, sì, tigri, lasciate

Bellezza o crudeltate.

Ah, chi non sente amore,

O non vive, o non vede, o non ha core