Antonio Fileremo Fregoso Cavaliere: De la Probità, al probo Enrico Boscano
Solo e pensoso io passegiava un giorno
per un'ombrosa e solitaria via,
ascoso e ancor temendo d'alcun scorno;
e discorrendo con la fantasia,
pensava a la cagion de' mei gran danni,
se da me nasce o da la sorte ria.
Mentre che così andava pien d'afanni,
una cui nom'è Probità sincera
vidi venir ver me con negri panni;
poi che vicina io la cognobbi ch'era,
sdegnato un poco e pur con reverenza,
me dolse esser mai stato in la sua schiera
e disse a lei: – Madonna, è gran demenza
a credere mai più che 'l tuo favore
ad esaltare alcuno abbia potenza:
s'io t'ho servita il sai con puro core,
ma comprendo ch'è ver quel che se dice,
ch'ogni tuo servo in povertà al fin more.
Per te sperai, patrona, esser felice,
poi che da ognuno sì laudar te udiva,
ma secca a mia speranza è la radice.
Con ciance ognun te estolle e dice diva,
ognun la santa Probità te chiama,
ma ne li effetti poi, chi non te schiva?
Se tanti amici avessi quanto hai fama,
serian gli umani, crede a me, beati,
ma ognun finge d'amarte, e poi chi t'ama?
Mira quai sono al mondo li esaltati,
poi giudica il tuo stato da te stessa
e quanto i tuoi clienti son stimati;
donque se vede tua famiglia oppressa,
né socorrer la pòi e aitar la dèi:
a te servire è una roina espressa,
sì che, infelice dea, da te vorrei
licito fusse a me, senza 'l tuo sdegno,
lassar tue leggi in questi tempi rei.
Anch'io forse sarò d'acuto ingegno
reputato fra questi, s'el avvene
ch'io faccia eccesso de le carcer degno;
so che laudar me stesso non convene,
ma pur dirò che natural diletto
sempre ebbi de servire e altrui far bene;
poi ho veduto a me contrario effetto
usar tal gente a cui talor giovai,
né avere a l'amicizia alcun respetto,
ché se qualche piacer li dimandai,
trovato ho il zelo in lor di poi sì estinto
come se visto non m'avesser mai.
Il conversar suo fraudolente e finto
a' probi altro causar non può che male,
ché l'uno ha vero amor, l'altro è depinto;
poi è cosa provata e naturale
che tanto più de li altri è sempre offeso,
quanto è più mansüeto uno animale:
il leon fero de furore acceso
in el maccello morto non se vende,
ma 'l puro agnello in pezzi gli è suspeso;
se l'esser probo, esser leal me offende,
mia sorte ad altra vita me destina
e vòl me volga a quel che 'l vulgo attende.
Farò come colui che la piscina
i'nela corte de su'albergo aveva
fabricata per magica dottrina,
che chi se ne bagnava o ne beveva,
obliviava se stesso e, pazzo uscendo,
mille bestialità di poi faceva:
così de stulti il numero crescendo,
fatti insensati tutti li abbitanti,
restò sano il patron sì com'intendo,
quale tra' savi era un de' più prestanti;
ma da lor furie astretto, per gran tedio
disse: – Che farò sol fra pazzi tanti? –.
E prese per un ultimo remedio
lavarse e bere e diventare insano,
per non sentir de' folli il longo assedio:
prudente usar fra lor li parea strano
e come de fanciulli esser augello,
che strastullando sempre l'hanno in mano.
Però, per minor mal, come fe' quello,
io viverò con gli altri a la moderna,
poi che Vergogna ha perso il suo penello;
per quanto col iudizio mio discerna,
non sa più un volto colorir de rosso,
ben che facesse opre d'infamia eterna,
anze è spesso colui per rude e grosso
che nella faccia mai, per alcun scelo
da lui commisso, s'è de color mosso:
però, segnora, torna, torna in cielo,
ché de' tuoi servi sei la destruzione,
poi che 'l tuo nome non se stima un pelo,
e teco Pietà mena e Discrezione –.