Arezia

By Torquato Tasso

Era ne la stagione,

Che impallidir le chiome

Si veggon de le piante, e gli augelletti,

Che van fuggendo il gelo,

Passar di là da 'l mare

A più temprato cielo;

Già de l'agricoltor le mani avare

Tolto aveano a le viti

Il lor dolce tesoro,

Che parea 'n vista o di piropo o d'oro.

Pria che Venere bella

In orïente splenda,

Risorto era Tirinto;

E la sua viva fiamma,

A l'ombra de la notte umida e bruna,

Sfogava con le stelle e con la luna:

E per quei campi errando

Soletto alfin pervenne

A l'albergo d'Arezia allora quando

Parea de 'l dì nascente

Gravido l'orïente;

Ed ella innanzi a 'l sole

Veggendolo apparire

Pensoso, con le luci a 'l cielo affisse,

A lui rivolta disse: -

Ben m'avveggio, Tirinto,

Qual cagion qui t'ha spinto:

Non son retti da te questi tuoi passi;

Ch'i tuoi vari pensieri,

Come vanno il tuo amor volgendo teco,

Così t'aggiran seco

Per distorti sentieri.

Ma, sia pur stata elezïone o sorte,

Vieni sotto quest'elce in grembo a l'erba,

E meco ragionando de 'l tuo stato

L'interna pena sfoga e disacerba,

E l'affannato petto in un ristaura

A lo spirar soave

Di questa mattutina e placid'aura.

Io vengo, e qui m'assido:

Così avesser riposo i miei pensieri

Com'hanno queste membra;

Chè da l'ora ch'io vidi

Il viso di colei

C'ha tutti in sè raccolti i desir miei,

(Con sospir mi rimembra)

Non ondeggia sì 'l mare

Dove dicon ch'Atlante

Bagna gli umidi piè ne l'onde amare,

Come fa la mia mente

Ora lieta or dolente.

Dimmi, t'è dato mai

Di scoprirle i tuoi guai

Con la tua propria bocca, o con l'altrui?

O pur solo con gli occhi,

Messaggeri de 'l core,

Le mostri il tuo dolore?

Ier mi fu in sorte dato,

Giorno per me beato!

Io la vidi, e l'udii

Parlando sospirare;

E de' suoi lumi ardenti il vivo sole

Accese in me l'ardore;

E l'aura de le sue dolci parole

E 'l vento de' sospiri

Spiraron ne l'incendio e il fêr maggiore.

Nè 'l foco scemerà, ch'ora in me dura,

O varïar d'etate o di ventura.

Poi che già sì da presso ella ti mira,

E tu la miri ed odi,

Godi, Tirinto, ardendo,

E de' pensieri acqueta le tempeste:

Chè, qual tenera rosa

A la rugiada, a l'ôra

De la nascente aurora

Non apre vergognosa

Il suo vermiglio ed odorato seno:

Ma, poi che più vicino il caldo sente

De 'l gran pianeta ardente,

Apre languendo le purpuree spoglie

E 'l bel raggio de 'l sole in grembo accoglie:

Così la verginella

A i pianti ed a i sospiri

Di novello amator che lunge miri,

Chiude il ritroso petto;

Ma, poi che s'avvicina il vivo ardore

D'un amoroso aspetto,

Languendo apre la via per gli occhi a 'l core,

E ne 'l vergineo sen riceve Amore.

Ma come t'udì Clori

Quando le apristi le tue pene ascose?

E come ti rispose?

Ella, cortese in vista e vergognosa,

Di purpureo color tinto il bel volto,

Talora il dolce sguardo in me volgea,

E poi gli occhi chinava;

Ma quando chiuse a la mia voce il passo

L'affetto che volea

Tutto in un tempo uscire, in me li affisse

E sospirando disse:

- Tirinto, io t'amo ed amerò mai sempre,

Quanto più cosa a 'l mondo amar conviensi;

Però de la mia fè vivi contento,

Se pur ti poss'io dar gioia o tormento. -

Vero è quel che si dice,

Ch'infinita è la voglia de gli amanti:

Tu mostri esser dolente, e sei felice.

A tai parole sì cortesi e care,

D'amorosa baldanza il cor ripieno,

Mossi per gire a lei:

Nè però m'appressai, ch'in un baleno,

Vidi nubi di sdegno il bel sereno

De 'l volto aver coperto, e vidi uscire

Da' begli occhi lucenti

Folgori d'ira ardenti;

Indi fe' segno di partirsi. Allora

In atto supplichevole e tremante:

- Non sol (dissi) tu puoi, anima fera,

Levare a questi miei languidi lumi

Il lor più caro obietto,

Ma questo afflitto cor trarmi da 'l petto:

Non farai già, mentre avrò spirto e core,

Idolo mio crudel, ch'io non t'adore.

Deh! torna a me, deh! torna!... - e qui mancommi

Lo spirito e la voce; e de 'l mio aspetto

Gli atti languidi e mesti indi le fêro

A temprare il mio duol pietoso invito.

Allora ella si volse

E serenossi in vista,

E i bei pietosi lumi in me converse.

Ben vidi in quel momento

Il bel d'ogni altro bello in me rivolto:

Sì bella è la pietà ne 'l suo bel volto!

Caro e soave sdegno,

Che sol mostrossi ne' begli occhi armato,

Per esser poi da la pietà fugato.

Fu forza alfin partire;

E vidi il suo bel viso

Asperso già di rose,

Smarrirsi in un pallor leggiadro e misto

Di vïole amorose

E di bianchi ligustri:

Onde non fia giammai ch'io non ritegna

Ne la memoria impresso e l'atto e 'l loco,

Esca soave de 'l mio dolce foco.

Quest'è segno maggiore

Di vero ardente affetto.

Sparsi di tal colore

Vanno i servi d'Amore.

Godi dunque, Tirinto, e vivi lieto:

Chè, qual giovane pianta

Si fa più bella a 'l sole

Quando men arder suole,

Ma se fin dentro sente

Il vivo raggio ardente,

Dimostran fuor le scolorite spoglie

L'interno ardor che la radice accoglie:

Così la verginella,

Amando, si fa bella

Quando Amor la lusinga e non l'offende;

Ma se 'l suo vivo ardore

La penètra ne 'l core,

Dimostra la sembianza impallidita,

Ch'ardente è la radice de la vita.

Se sperar de 'l mio amor tanto mi lice,

Incendio mio felice!

Non sarà sasso che non arda meco,

Nè fia caverna o speco

Che con me non risuoni il caro nome

E 'l suo bel volto e le dorate chiome;

Nè sarà selva che con le fresc'ombre

Non m'inviti a sfogar l'alma mia fiamma;

Nè sarà pianta che non mostri espresso

Il mio gioir ne la sua scorza impresso;

Nè sarà augello in questi verdi rami

Che non sembri con me cantando dire: -

Clori, non fia che non t'onori ed ami. -

Oh soave languire!

Felice me, s'io vivo in questo stato!

Beata lei, ch'altrui può far beato!

Or mi ascolta, Tirinto.

Poi che la bella Clori,

Onor di queste selve,

Fiamma di mille cori,

Ad ogni altro pastor ritrosa e dura,

A te sol dona il foco

ore, a gli altri il fura,

Donale la tua fede;

E degna la mercede

Sarà de l'alto don che ti fece ella,

Se sì fido sarai com'essa è bella.

Come, Arezia, potrei non esser fido?

Troppo fu dolce la catena d'oro

Con che a la sua beltade Amor m'avvinse;

Troppo il bel nodo strinse,

Ch'unito è sì co' 'l nodo de la vita,

Che scioglier non si può se non per morte;

Troppo aperte de 'l cor furon le porte

Quando la bella imago

A lui pervenne in prima:

Ed ora n'è sì vago,

Ch'ad ogni altra le serra,

Onde non sarà mai bellezza in terra

Ch'in sè rivolga o renda meno ardente

Il bel desio de l'invaghita mente.

Ma se talor la tua leggiadra Ninfa,

Veggendoti da molt'essere amato,

Di pallido timor tingesse il volto,

Temendo che da altrui non le sii tolto,

Lascia pur ch'ella tema, e ch'altri t'ami:

Chè il gelo de 'l timore il foco affina

Ne gli amorosi petti;

Ma non esser cagion de la sua tema,

E sembra ne 'l sembiante

Cortese a tutti, e di lei sola amante.

Nè far giammai de la sua fede prova,

Poi che nulla ti giova:

Sebbene a te paresse,

Come credo che sia,

Più salda che colonna,

Mai non si dee tentar la fè di donna.

Alfin d'esser rammenta

Timido di parole

Seco, e d'effetti audace:

E sappi che non fu mai senza guerra

Il dolce fin d'un'amorosa pace.

Ma ecco, colà veggio

Venire in vista lieti e vergognosi

Calisa e 'l suo Batillo, amanti e sposi:

Felice coppia, a cui concesse Amore

Refrigerio soave

De 'l loro onesto ardore.

Adrio di là se 'n viene

Forse da me, per sfogar meco parte

De le sue dolci ed amorose pene.

Dunque vanne, Tirinto, e lui consola

Poi che sei consolato;

E lieto vivi e godi

Ne le tue fiamme e ne' tuoi cari nodi.

Le grazie ch'io dovrei,

Arezia, non ti rendo;

Ben te le renderei

Se parlasser per me gli affetti miei.

Rimanti dunque, ed importuna guerra

Di noiosi pensieri

Non turbi mai la tua tranquilla pace.

Destro a te giri il cielo,

Ti dia frutti la terra,

Nè pioggia accolta in gelo

Giammai t'abbatta i campi:

Nè mai folgori o lampi

Cadano qui de la gran madre in grembo;

Ti sia l'äer sereno, e largo nembo

Di dolcissima manna e di rugiada

Piova in questa felice alma contrada.