Arianna

By Giovambattista Marino

Poich'ebbe il Greco infido,

ritornato di Creta

già vincitor del Minotauro orrendo,

dala riva di Nasso

salpato il ferro e 'l canape disciolto,

la misera Arianna,

rotta dal mare e dal viaggio stanca,

dormì finché in Levante

a risvegliarsi incominciò l'Aurora.

Era apunto ne l'ora

ch'ella, per intrecciarsi

di rosate ghirlande il biondo crine,

e per abbeverar di manna fresca

i sitibondi prati,

del'indico orizzonte

lo stellato balcone aprir volea.

La rugiadosa Dea,

minor luce di Delo,

già cacciatrice in terra,

or fatta cerva in cielo,

con argentate corna

per le tenebre rotte

dela candida notte

le saette d'Apollo iva fuggendo.

L'aria era bianca e bruna,

tinta d'ombra e di luce,

con colore indistinto

un bel misto facea d'alba e di luna.

Quand'ecco arrivar quivi

il più giolivo, il più giocondo Dio,

dico Bacco gentile,

che con sue liete e strepitose squadre

in ricca poppa altier facea ritorno,

trionfator del'espugnato Gange;

e come vide quella

non più veduta in sì remota parte

solitaria bellezza,

accostato ala riva il cavo pino,

dolce fermossi a contemplarla intento.

Sovra l'orlo del lido

piantata era la tenda,

dove giacea l'innamorata donna;

nuda no, d'una gonna

velata sol semplicemente bianca,

del cui morbido argento avea le trame

figurate a fogliaggi un bel lavoro

di porpora con oro.

Pendean d'ambe l'orecchie

due ricche navicelle

del più fino smeraldo,

ch'avean d'oro le sarte e d'or gli arredi.

Cerchiava l'alabastro

dela colonna pura,

che reggea l'edificio del bel volto,

collar fatto di smalto

a foggia d'angue attorno, a cui di bocca

di lucenti rubini uscian tre lingue.

Nel mezo dela fronte

un'aquiletta d'or tenea tra l'unghie

grossa fuor di misura

di diamante angolar forbita punta.

Le chiome senza legge

scompigliate serpendo

fuor d'un bel nastro di purpurea seta

traboccavan su 'l tergo e su la guancia;

et era quel disordine sì bello,

che superava ogni ornamento, ogni arte.

Giacea supina e 'l collo

curvo alquanto e cadente

ver l'omero sinistro, in su 'l guanciale

riversava la testa,

e l'eburneo canal mostrava tutto

dela leggiadra e dilicata gola.

Del'abito sottile il drappo lieve,

e dela prima spoglia il bianco lino

fin'al bellico era scorciato e scinto;

sìche presso ai confin del varco estremo

et ai recessi interni

del'ultime bellezze, ove Natura

vergognosa s'asconde,

scopria del vago seno

le palpitanti e tepidette nevi.

Ma, benché sonnacchiosa,

tanto avea di riguardo,

che mentre inutil peso

pendeale a terra dala spalla ignuda

ozioso e dimesso il braccio manco,

acciò che 'l vento ardito

non le facesse alcun lascivo oltraggio,

su la vesta dormendo

tenea la destra e le 'mpediva il volo.

Le vezzosette piante

scalze e senza coturno,

toccando la vicina umida sponda

si lavavan ne l'onda,

e nel margine erboso,

a cui dal'onda istessa

intessuto di limo

verde, rosso, ceruleo, azurro e giallo

orlava il lembo un natural riccamo,

sovente il mar con mormoranti baci

a lambirle il bel piè stendea la lingua;

e fatto nel baciarlo

del suo spumoso argento

con quel latte animato

paragon di candore,

vinto cedeagli e ritirava il passo.

Stupido e tutto pien d'alta vaghezza

pende da quell'oggetto

l'immortal giovinetto. Ancor su 'l mento

il bel fior giovenil pullula acerbo.

L'asta del verde tirso,

la cima armata di pungente ferro,

ha ne la destra, e vi s'appoggia alquanto.

Tien di branche di viti e di corimbi,

che gli scusano insieme

e cappello e ghirlanda,

impedita la chioma, onde pendenti

di bacche nere e grappoli vermigli

tremolanti leggiadri

fanno dolce ombra al'infocato volto.

Sfavillan gli occhi d'un purpureo raggio,

e tra viticci e tralci

spuntan fuor dele tempie

di curvo e lucid'osso

duo ben formati e pargoletti germi,

che di Cintia crescente

fanno vergogna ale superbe corna.

Picchiata spoglia d'indica pantera

è la sua vesta et un bel zanio fatto

di pelle pur di cavriuol selvaggio

va per traverso a circondargli il fianco.

Mirala e non respira

tra gioia, e meraviglia

più d'amor che di vin ebro Lieo;

e se non fusse il pampinoso impaccio

de' racemi intrecciati e dele foglie,

che gl'implican la fronte,

già baciata l'avrebbe.

Pur talora appressando

a que' soavi aneliti la bocca,

la bacia, e non la tocca;

e 'n voce piana e con parlar sommesso,

mormora questi accenti infra se stesso.

– Silenzio, o Fauni,

tacete, o Ninfe,

non percotete

il suol col piede,

il ciel col grido,

né più col suono

de' cavi bronzi

interrompete

l'alta quiete

di questa Dea.

Fermati o mare,

cessate o venti,

non sia chi svegli

Venere bella,

che qui riposa.

Venere è certo

costei, ch'io veggio

dormir su 'l lido.

Ma dov'è il cesto,

di cui si cinge?

No, no, più tosto

fia Pasitea,

ch'oggi si sposa

(credo) col Sonno.

Ma chi mai vide

Grazia vestita,

se sempre tutte

van senza spoglie?

La Luna è forse,

che, come amica

de' salsi umori,

lungo il mar giace?

Ma come in pace

senza l'amato

Pastore a lato

dorme soletta?

È forse Teti

dai piè d'argento,

ch'uscita è fuori

de' suoi cristalli?

Ma quando mai

lasciate l'onde

viene a le sponde

se non ignuda?

Forse è Diana,

che dala caccia

tornata stanca,

poiché i sudori

terse ne l'acque,

quivi si giacque?

peròche in vero

suol la fatica

partorir sempre

sonno soave.

Ma non ha l'arco

né la faretra,

e non ha punto

d'asprezza in volto.

Chi sa se fusse

Minerva casta?

Ma chi l'ha tolto

lo scudo e l'asta?

Fauni aspettate,

Ninfe tacete,

deh non rompete

quel sonnarello,

che mollicello

lega colei,

che m'ha legato.

Ben io vorrei

veder aperte

quelle finestre

di paradiso,

ma non ardisco

di far offesa

ai duo bei soli,

ch'ascosi dentro

le proprie sfere,

posano alquanto

dai faticosi

giri amorosi.

Sonno, deh come

tu che sei figlio

del'ombra oscura,

abiti albergo

di tanta luce?

Ahi, che quel sonno,

che la nutrisce,

è forse quello,

ch'ella rapisce

agli occhi altrui.

Dormi pur, dormi

qualunque sei,

ch'anzi vogl'io

far che ti prenda

più dolce oblio

al mormorio

de' pianti miei.

Tacete, o Ninfe,

silenzio, o Fauni –.

Così Bromio dicea, rapito e fiso

ne la beltà dela donzella estrana,

ma quando in atto poscia egli la vide

già di destarsi e d'aprir gli occhi al giorno,

per aspettar di tal ventura il fine

si ritrasse in disparte. Et ella, sciolta

da' legami di Lete, ecco si volge,

e per Teseo abbracciar la man distende

una e due volte, et una e due la tragge

senza nulla toccar che 'l letto voto.

Tosto allor la paura il sonno scaccia,

lascia le piume vedove, né trova

il fallace consorte e 'l porto scorge

solitario di navi, e muti intorno

del'erma spiaggia i desolati orrori,

se non quanto sol ode appo la riva

gemer le folichette e gli alcioni.

Battesi il petto e Teseo indarno chiama,

né v'ha chi le risponda altro che gli antri.

Contro il sonno s'adira e di sestessa

duolsi piangendo e sua pigrizia accusa.

S'aggira, e come stolta, ove la porta

l'amoroso furor, corre per tutto,

e quinci e quindi pur cerca e ricerca

il predator de' suoi scherniti amori.

Non più composto, o ritenuto a freno

dal'aurea rete è l'aureo crin, ma sciolto

piove in più sferze, né del crespo velo

ombrato e chiuso il bianco sen s'asconde,

né più si stanno entro l'avara vesta

imprigionate l'acerbette mamme.

Dela ricca faldiglia al suol le cade

negletto e sciocco il ben fregiato lembo;

né perché 'l falso umor l'offenda o bagni,

altra cura ne tien, se non che sola

quella parte del drappo, onde si copre

del piede il vivo e candido alabastro,

s'alza talor, perché tra via l'impaccia.

Ne la più alta e ruinosa cima

delo scoglio scosceso, onde gran tratto

può su per l'onde spaziose et ampie

allungar la veduta, in fretta sale;

e quindi vede, o di veder le sembra

(ch'è l'aria ancora tra luminosa e fosca)

con veloce discorso a vele tese

il legno ingannator volar per l'alto.

Teseo, Teseo, iterando alza lo strido,

e perché lena d'arrivar tant'oltre

la voce stanca e debile non ave,

co' panni accenna e con la man da lunge;

ma poco val, ché la fugace prua

con sì rapida fuga i flutti taglia,

che fa dagli occhi suoi sparir l'antenne.

Quindi occupata dal soverchio affanno

cade in angoscia e languida et essangue

s'abbandona e tramore, alfin si leva.

Di novo impaziente ala marina

scende anelando, al padiglion ritorna,

e del'ingiusto talamo si lagna,

che, del'ospizio suo rotta la fede,

quel che dianzi ebbe intero, or rende scemo.

Indi dolente e disdegnosa in guisa,

che fa dolce il dolor, bello lo sdegno,

fin dal fondo del cor traendo a forza

da largo pianto accompagnati e tronchi

da ferventi sospir spessi singulti,

consuma i gridi inutilmente e perde,

parlando al sordo mar, questi lamenti.

– Misera, e chi m'ha tolto

il mio dolce compagno?

Lassa, perché quel bene,

ch'Espero mi concesse,

Lucifero mi fura?

Perché quanto cortese

mi fu la sera oscura,

tanto l'aurora chiara

mi si dimostra avara?

Dite, ditemi, o scogli,

duri scogli, aspri sassi,

chi è, chi m'ha rapito

colui, che mi rapio,

dala paterna reggia?

Se fu Borea superbo,

supplico Orizia bella

che 'l faccia un'altra volta

risospingere al lido.

Se Zefiro spietato,

prega Clori pietosa,

ch'ogni piacer gli neghi,

tanto ch'a me nol renda.

Se fu fors'Euro audace,

o pur Noto rapace,

con Eolo mi querelo,

e le lor fraudi accuso.

Ma se sol per fuggirmi,

fellone e traditore,

il crudo Teseo mio

sen va da me lontano,

abbia al suo corso iniquo

l'onde contrarie e i venti,

le stelle e gli elementi.

Dunque, perfido, dunque

a questa guisa lasci

colei, che per te solo

lasciò la patria e 'l padre?

Io ti campai la vita,

tu m'esponi ala morte.

Io ti donai lo stame,

per cui libero uscisti

dagl'intricati giri

del carcere confuso.

Tu tra questi deserti,

ond'uscir mai non spero,

inculti abbandonati,

disleal, m'abbandoni.

Io ti sottrassi al rischio

del gran mostro biforme,

et ala tua posposi

la fraterna salute.

Tu sì malvagiamente

ingrato e sconoscente

preda mi lasci et esca

dele selvagge fere.

Ecco le ricompense

del'amor, che t'ho mostro.

Ecco i premi, ch'acquisto

di quanto ho per te fatto.

Oh del mar, che ti porta,

più instabile e crudele!

Vele fugaci, o vele

che di liev'aura gonfie

su per l'acque volate,

se la vostra bianchezza

rappresenta il candore

dela mia fede pura,

la vostra leggerezza

si rassomiglia al core

volubile incostante,

del mio fallace amante.

Oh inganno malvagio,

oh tradigion perversa!

Son questi gl'imenei,

queste son le promesse?

I giuramenti questi,

quando la fé mi desti

con maritaggio altero

voler farmi beata?

Oh sciocca e forsennata

femina, che si piega

ad amator che prega.

Ah non sia sì leggera

vergine mai, che creda

a lusinghe et a vezzi

di giovane importuno,

che mentre il desir ferve,

tutto promette e giura;

ma tosto ch'adempito

ha l'ingordo appetito,

passa l'amor, né cura

sacramento né patto.

Si sazia immantenente,

ama cangiar sovente,

et apena veduta,

nova beltà desia,

e 'l primo foco oblia.

Oimè come non temi

al tuo grave peccato

dal ciel giusta vendetta,

spergiuro scelerato?

Ma che? sempre l'ingrato

suol essere infedele.

Felice, oh me felice,

se mai l'attiche navi

l'ancore nel mar nostro

non avesser gittate,

né questo maledetto

peregrino straniero

ad approdare in Creta

fusse giamai venuto;

oh fusse al Ciel piaciuto,

ch'ucciso pur l'avesse

nel cieco labirinto

il Semitauro fiera.

Lingua mia folle, ah taci,

che di colui, ch'adoro,

lo scherno ancor m'è dolce,

l'inganno ancor m'è caro.

Teseo mio, ti perdono,

torna, deh torna indietro,

menami teco e poi

ti servirò d'ancella,

se non vorrai di sposa.

Ti tesserò le tele

per la novella moglie;

t'acconcerò le piume,

dove con lei ti corchi;

darò l'acqua ale mani,

se non con altro vaso,

con l'urne di quest'occhi.

Pur ch'io goda de' tuoi

il desiato raggio,

in ufficio sì vile

mi terrò fortunata.

Tu, che del mar sei nata,

madre d'Amor benigna,

bellissima Ciprigna,

perché nel mar permetti

un tanto tradimento?

Né fai ch'arresti il vento

la fuggitiva armata?

Che farò, sventurata?

Ho perduto in un punto

Creta insieme et Atene,

e genitore e sposo.

Lassa, dove rimango?

Misera, dove andronne?

Drizzerò forse i passi

al patrio monte Ideo,

da cui golfo sì largo

m'allontana e divide?

Rivolgerò le piante,

facendo pur ritorno

al mio tradito padre,

dal cui grembo mi tolsi

per seguir follemente

l'empio mio fratricida?

O consolar mi deggio

sovra il fido e leale

amor del buon consorte,

lo qual da me per l'onde

sì rapido sen fugge,

che l'arrancata voga

de' ben spediti remi

è lenta a tanta fretta?

Ma quando ancor volessi,

oimè, quinci partire,

qual legno attendo in questa

solitudine orrenda,

da cui sbandito veggio

ogni commercio umano?

In cui Fortuna scarsa

ne la miseria estrema

non mi concede pure

o d'orecchio pietoso,

udito che m'ascolti,

o di bocca cortese,

voce che mi risponda?

Conviemmi dunque a forza,

esposta ala mercede

o di balene, o d'arche

o ver d'orsi e di lupi,

tra l'inospite rupi

di questa infame riva

(s'alcun ventre ferino

non mi dà pur sepolcro)

insepolta morire.

O, per maggior martire,

di barbari corsari

divenir preda indegna,

che 'n trionfo servile

traggano incatenata

la figlia sfortunata

del nobil re Ditteo,

la nipote del Sole,

la progenie di Giove,

colei, ch'esser devea

d'Atene alta reina.

Deh pria (prego) m'uccida

questo dolor mortale,

mortale et omicida;

solo però ch'è tale,

ch'uccidermi non vale.

Crudel, quando uccidesti

del flessuoso albergo

il feroce custode,

perché non mi togliesti

la vita a un tempo istesso?

Ch'oltre ch'io non sarei

in sì penoso stato,

fora ancor la tua fede

sciolta sì, ma non rotta.

Perché, perché, partendo

almen non mi lasciasti

quella spada inumana,

ch'ancor tinta è del sangue

del mia fratel possente,

acciò che commun fusse

con la sorella insieme

una medesma sorte?

Ma che? mancheran forse

a chi di morir brama

altre guise di morte?

Non credo il Ciel sì crudo

che s'al mio Teseo in seno

poter viver mi toglie,

senza il mio Teseo almeno

poter morir mi neghi.

Chi sarà che mi vieti

che con mortal ruina

da questa balza alpina

traboccando io non pera?

Ma qual'altra caduta

cerco maggior di quella,

onde levata a volo

dal'alta sua speranza

precipita il desio?

Potrò nel mar gittarmi,

e dentro il salso umore

estinguere in un punto

e la vita e l'ardore.

Ma s'io verso da' lumi

e mari e fanti e fiumi,

né mi sommergo in essi,

come morir tra l'acque

esser può mai, ch'io speri?

Se col focile accendo

fiamma ingorda e vorace

per distruggermi in foco,

questo mi giova poco,

che da maggior fornace

sento ognor consumarmi,

né può cenere farmi.

Dunque con forte laccio

stringerommi la gola

e qui da qualche ramo

mi rimarrò pendente.

No, no, che d'altro nodo

più saldo e più tenace

mi tien legato il core,

né mi dà morte Amore.

Sorbir tosco nocente

per uscir d'ogni affanno

fora miglior partito,

se non che 'l petto ho pieno

d'amoroso veleno,

e pur di duol non esco.

Deggio affigermi forse

su la sinistra poppa

due vipere mordaci?

Ma questo che rileva,

se tra gli aspi e le serpi

del'empia gelosia

io vivo tuttavia?

S'io credessi col ferro

quest'anima infelice

discacciar dal suo nido,

con acuto coltello

vorrei passarmi il fianco.

Ma questo è van pensiero,

perché dal cieco Arciero

son con mille saette

in mezo al cor ferita,

né pur lascio la vita.

Ahi, per me non si trova

dunque a trarmi di pena

pena bastante? e mentre

senza morir mi moro,

sarà per maggior male

la mia morte immortale?

Lassa, lassa, che parlo?

Quando pur questa mano

l'ufficio alfin s'usurpi

dela Parca proterva,

se tua son, Teseo mio,

con qual ragion poss'io

togliendo a me la vita,

a te toglier la serva? –.

Così piangeva la giovane dolente,

e 'l gran figlio di Semele e di Giove

prendea del suo ramarico diletto.

Et ecco allor de' Satiri la turba

con le stolte Bassaridi in un coro,

e 'l buon Silen decrepito e canuto,

tinto di mosto e stupido di sonno,

con basse ciglia e tumide palpebre,

curvo e gravoso e tremulo e cascante

ala disdossa l'asino cavalca,

e soffia e russa e vomita sovente,

e 'n ciascun passo tituba e tracolla.

Ma le Baccanti il reggono e i Silvani,

che 'n strane danze rotano le membra,

et ululando assordano la selva;

e questi vibra il pampino frondoso,

e quei brandisce l'edera ritorta,

e chi tempra la fistula selvaggia,

e chi gonfia la buccina marina,

et altri batte il cembalo sonoro,

et altri suona il crotalo festivo,

e tra sì fatti strepiti e tumulti

con questo canto Libero onorando

de l'Orgie sacre celebran la pompa.

– Evoè,

facciam brinzi al nostro Re.

Beviam tutti, io beo, tu bei

due, tre volte, e quattro, e sei.

Al ristoro dela vita

questo calice n'invita.

Questo è quel ch'al cor mi va,

dallo qua.

Avvi il biondo e 'l purpurino,

vuoi del'oro, o del rubino?

Mio sia 'l primo e tuo 'l secondo;

resti ad ambo asciutto il fondo.

A me l'uno, e l'altro a te

Evoè.

Vedi, vedi come fuma,

come brilla, e come spuma.

È soave et è mordace,

picca, e molce, e punge, e piace.

Gran solazzo è ber così,

prendi qui.

L'acqua pura, l'onda schietta

sia bandita et interdetta.

Chi pon l'acqua nel Falerno

sia sepolto ne l'Inferno.

Tocca il timpano su su,

tuppitù.

Dolce è ben, mentr'io lo stillo,

il gustarlo col serpillo,

ma di gioia io vengo meno

se 'l tracanno a sorso pieno.

Ne la fiasca col crò crò

fa buon prò.

Se talor mi lava il mento,

d'allegria bear mi sento,

se si versa e cade al petto,

rido, e piango di diletto.

Lagrimare e rider fa

sua bontà.

Un di Creta et un di Chio,

bevi tu, c'ho bevut'io.

Nol sorbir, ma bevil tutto

finché resti il fondo asciutto.

Io non posso bever più,

bevi tu.

La tua sete è troppo sconcia,

hai già vota la bigoncia.

Che furor, che furia pazza?

Ecco rotta ancor la tazza.

Io mi tengo apena in piè.

Evoè.

Chi mi spigne? chi mi tira?

Qual vertigine m'aggira?

O che sogno, o che vaneggio,

danzar gli arbori qui veggio.

È pur notte o mezodì?

No, o sì?

Che traveggole ho davante?

E' son pecore e non piante.

Par che l'isola si scota,

è la terra che si rota.

È pur giorno sì o no.

Io nol so.

Ma qual torbida tempesta

crolla intorno la foresta?

Ecco nembi senza fine,

lampi, folgori, e pruine.

Non lasciam di bever già,

che sarà?

Cose nove, cose belle,

cento soli, e cento stelle.

Ah no, no, son parpaglioni,

son zanzare, e farfalloni.

Una, due, sett'otto, e tre.

Evoè –.

Volgesi al tempestar di quelle tresche

l'addolorata e timida fanciulla,

e di spavento e di stupore impetra.

Ma Dioneo di sua beltate acceso

poic'ha di quell'affar compreso il tutto,

fatto pietoso del'indegno oltraggio,

ridente in vista e con sembiante allegro

le s'avicina e le s'asside a lato;

poi pian pian ragionando al'infelice

benignamente la conforta e dice:

– A che ti lagni, o bella,

di quel crudel, di quel villan d'Atene?

Dunque ancor ti soviene

di Teseo, quando Bacco hai già marito?

Fia più da te gradito

dunque un mortal ch'un immortale amante,

in cui bellezze tante,

in cui regnan virtù tante e sì nove?

Tosto dirai ch'a Giove

l'umil tuo genitor non si pareggia,

e che del Ciel la reggia

troppo è miglior dela tua patria Creta.

Destin d'alto pianeta

qui non a caso il mio navilio scorse.

Amor, Amor fu forse,

che mosse i remi miei, le vele sciolse,

perché pietoso volse

serbarti ad altre nozze, ad altro letto.

Qual onor, qual diletto

bramar giamai tu stessa unqua sapresti?

Negli alberghi celesti

socero avrai Saturno, e me consorte.

Ala tua lieta sorte

invidia porterà più d'una dea.

Né di Cassiopea,

né d'Andromeda il lume al tuo fia eguale.

Di tanta luce e tale

circondar ti prometto il tuo crin biondo

che stupefatto il mondo

ammirerà viè più d'ogni altra stella –.

A questo dir la sconsolata tace,

né ricusa, né vole; e come quella,

che dela fé del'uomo ha fatta prova,

ritrosa ancor, non volentier consente.

Ma di Bacco fratello, Amor volando

con sua madre v'accorre, e Citerea,

ch'è del vermiglio Dio fidata amica,

e da lui scompagnata agghiaccia e torpe,

spenta nel cor di lei l'antica fiamma,

in un punto v'imprime il novo foco;

ond'alfin persuasa ella s'accende

d'altre faville, e de' passati ardori

la memoria in oblio tutta sommersa,

del suo Proco divin gli alti imenei

senza repulsa ad accettar si piega.

Del'inno marital cantaro i versi

Satiri e Fauni, e ne le feste illustri

menar le Ninfe saltatrici i balli.

Ma di purpurei fior, d'arabe fronde

agli sposi felici Amor compose

di propria mano le rosate piume.

Vener dal crin, per contemplarla apieno,

preziosa corona allor si tolse,

opra già di Vulcan, fregiata e ricca

di sette ardenti e fulgidi piropi,

et ornandone a lei le bionde trecce

le ne fe' don. Poi per compir la dote

vols'anco il Vago immortalarla in cielo;

e, del ciel collocata in que' confini,

là dove gela il guardian del'Orse,

cangiò le gemme sue lucenti e belle

in altrettante stelle.