Arianna
Poich'ebbe il Greco infido,
ritornato di Creta
già vincitor del Minotauro orrendo,
dala riva di Nasso
salpato il ferro e 'l canape disciolto,
la misera Arianna,
rotta dal mare e dal viaggio stanca,
dormì finché in Levante
a risvegliarsi incominciò l'Aurora.
Era apunto ne l'ora
ch'ella, per intrecciarsi
di rosate ghirlande il biondo crine,
e per abbeverar di manna fresca
i sitibondi prati,
del'indico orizzonte
lo stellato balcone aprir volea.
La rugiadosa Dea,
minor luce di Delo,
già cacciatrice in terra,
or fatta cerva in cielo,
con argentate corna
per le tenebre rotte
dela candida notte
le saette d'Apollo iva fuggendo.
L'aria era bianca e bruna,
tinta d'ombra e di luce,
con colore indistinto
un bel misto facea d'alba e di luna.
Quand'ecco arrivar quivi
il più giolivo, il più giocondo Dio,
dico Bacco gentile,
che con sue liete e strepitose squadre
in ricca poppa altier facea ritorno,
trionfator del'espugnato Gange;
e come vide quella
non più veduta in sì remota parte
solitaria bellezza,
accostato ala riva il cavo pino,
dolce fermossi a contemplarla intento.
Sovra l'orlo del lido
piantata era la tenda,
dove giacea l'innamorata donna;
nuda no, d'una gonna
velata sol semplicemente bianca,
del cui morbido argento avea le trame
figurate a fogliaggi un bel lavoro
di porpora con oro.
Pendean d'ambe l'orecchie
due ricche navicelle
del più fino smeraldo,
ch'avean d'oro le sarte e d'or gli arredi.
Cerchiava l'alabastro
dela colonna pura,
che reggea l'edificio del bel volto,
collar fatto di smalto
a foggia d'angue attorno, a cui di bocca
di lucenti rubini uscian tre lingue.
Nel mezo dela fronte
un'aquiletta d'or tenea tra l'unghie
grossa fuor di misura
di diamante angolar forbita punta.
Le chiome senza legge
scompigliate serpendo
fuor d'un bel nastro di purpurea seta
traboccavan su 'l tergo e su la guancia;
et era quel disordine sì bello,
che superava ogni ornamento, ogni arte.
Giacea supina e 'l collo
curvo alquanto e cadente
ver l'omero sinistro, in su 'l guanciale
riversava la testa,
e l'eburneo canal mostrava tutto
dela leggiadra e dilicata gola.
Del'abito sottile il drappo lieve,
e dela prima spoglia il bianco lino
fin'al bellico era scorciato e scinto;
sìche presso ai confin del varco estremo
et ai recessi interni
del'ultime bellezze, ove Natura
vergognosa s'asconde,
scopria del vago seno
le palpitanti e tepidette nevi.
Ma, benché sonnacchiosa,
tanto avea di riguardo,
che mentre inutil peso
pendeale a terra dala spalla ignuda
ozioso e dimesso il braccio manco,
acciò che 'l vento ardito
non le facesse alcun lascivo oltraggio,
su la vesta dormendo
tenea la destra e le 'mpediva il volo.
Le vezzosette piante
scalze e senza coturno,
toccando la vicina umida sponda
si lavavan ne l'onda,
e nel margine erboso,
a cui dal'onda istessa
intessuto di limo
verde, rosso, ceruleo, azurro e giallo
orlava il lembo un natural riccamo,
sovente il mar con mormoranti baci
a lambirle il bel piè stendea la lingua;
e fatto nel baciarlo
del suo spumoso argento
con quel latte animato
paragon di candore,
vinto cedeagli e ritirava il passo.
Stupido e tutto pien d'alta vaghezza
pende da quell'oggetto
l'immortal giovinetto. Ancor su 'l mento
il bel fior giovenil pullula acerbo.
L'asta del verde tirso,
la cima armata di pungente ferro,
ha ne la destra, e vi s'appoggia alquanto.
Tien di branche di viti e di corimbi,
che gli scusano insieme
e cappello e ghirlanda,
impedita la chioma, onde pendenti
di bacche nere e grappoli vermigli
tremolanti leggiadri
fanno dolce ombra al'infocato volto.
Sfavillan gli occhi d'un purpureo raggio,
e tra viticci e tralci
spuntan fuor dele tempie
di curvo e lucid'osso
duo ben formati e pargoletti germi,
che di Cintia crescente
fanno vergogna ale superbe corna.
Picchiata spoglia d'indica pantera
è la sua vesta et un bel zanio fatto
di pelle pur di cavriuol selvaggio
va per traverso a circondargli il fianco.
Mirala e non respira
tra gioia, e meraviglia
più d'amor che di vin ebro Lieo;
e se non fusse il pampinoso impaccio
de' racemi intrecciati e dele foglie,
che gl'implican la fronte,
già baciata l'avrebbe.
Pur talora appressando
a que' soavi aneliti la bocca,
la bacia, e non la tocca;
e 'n voce piana e con parlar sommesso,
mormora questi accenti infra se stesso.
– Silenzio, o Fauni,
tacete, o Ninfe,
non percotete
il suol col piede,
il ciel col grido,
né più col suono
de' cavi bronzi
interrompete
l'alta quiete
di questa Dea.
Fermati o mare,
cessate o venti,
non sia chi svegli
Venere bella,
che qui riposa.
Venere è certo
costei, ch'io veggio
dormir su 'l lido.
Ma dov'è il cesto,
di cui si cinge?
No, no, più tosto
fia Pasitea,
ch'oggi si sposa
(credo) col Sonno.
Ma chi mai vide
Grazia vestita,
se sempre tutte
van senza spoglie?
La Luna è forse,
che, come amica
de' salsi umori,
lungo il mar giace?
Ma come in pace
senza l'amato
Pastore a lato
dorme soletta?
È forse Teti
dai piè d'argento,
ch'uscita è fuori
de' suoi cristalli?
Ma quando mai
lasciate l'onde
viene a le sponde
se non ignuda?
Forse è Diana,
che dala caccia
tornata stanca,
poiché i sudori
terse ne l'acque,
quivi si giacque?
peròche in vero
suol la fatica
partorir sempre
sonno soave.
Ma non ha l'arco
né la faretra,
e non ha punto
d'asprezza in volto.
Chi sa se fusse
Minerva casta?
Ma chi l'ha tolto
lo scudo e l'asta?
Fauni aspettate,
Ninfe tacete,
deh non rompete
quel sonnarello,
che mollicello
lega colei,
che m'ha legato.
Ben io vorrei
veder aperte
quelle finestre
di paradiso,
ma non ardisco
di far offesa
ai duo bei soli,
ch'ascosi dentro
le proprie sfere,
posano alquanto
dai faticosi
giri amorosi.
Sonno, deh come
tu che sei figlio
del'ombra oscura,
abiti albergo
di tanta luce?
Ahi, che quel sonno,
che la nutrisce,
è forse quello,
ch'ella rapisce
agli occhi altrui.
Dormi pur, dormi
qualunque sei,
ch'anzi vogl'io
far che ti prenda
più dolce oblio
al mormorio
de' pianti miei.
Tacete, o Ninfe,
silenzio, o Fauni –.
Così Bromio dicea, rapito e fiso
ne la beltà dela donzella estrana,
ma quando in atto poscia egli la vide
già di destarsi e d'aprir gli occhi al giorno,
per aspettar di tal ventura il fine
si ritrasse in disparte. Et ella, sciolta
da' legami di Lete, ecco si volge,
e per Teseo abbracciar la man distende
una e due volte, et una e due la tragge
senza nulla toccar che 'l letto voto.
Tosto allor la paura il sonno scaccia,
lascia le piume vedove, né trova
il fallace consorte e 'l porto scorge
solitario di navi, e muti intorno
del'erma spiaggia i desolati orrori,
se non quanto sol ode appo la riva
gemer le folichette e gli alcioni.
Battesi il petto e Teseo indarno chiama,
né v'ha chi le risponda altro che gli antri.
Contro il sonno s'adira e di sestessa
duolsi piangendo e sua pigrizia accusa.
S'aggira, e come stolta, ove la porta
l'amoroso furor, corre per tutto,
e quinci e quindi pur cerca e ricerca
il predator de' suoi scherniti amori.
Non più composto, o ritenuto a freno
dal'aurea rete è l'aureo crin, ma sciolto
piove in più sferze, né del crespo velo
ombrato e chiuso il bianco sen s'asconde,
né più si stanno entro l'avara vesta
imprigionate l'acerbette mamme.
Dela ricca faldiglia al suol le cade
negletto e sciocco il ben fregiato lembo;
né perché 'l falso umor l'offenda o bagni,
altra cura ne tien, se non che sola
quella parte del drappo, onde si copre
del piede il vivo e candido alabastro,
s'alza talor, perché tra via l'impaccia.
Ne la più alta e ruinosa cima
delo scoglio scosceso, onde gran tratto
può su per l'onde spaziose et ampie
allungar la veduta, in fretta sale;
e quindi vede, o di veder le sembra
(ch'è l'aria ancora tra luminosa e fosca)
con veloce discorso a vele tese
il legno ingannator volar per l'alto.
Teseo, Teseo, iterando alza lo strido,
e perché lena d'arrivar tant'oltre
la voce stanca e debile non ave,
co' panni accenna e con la man da lunge;
ma poco val, ché la fugace prua
con sì rapida fuga i flutti taglia,
che fa dagli occhi suoi sparir l'antenne.
Quindi occupata dal soverchio affanno
cade in angoscia e languida et essangue
s'abbandona e tramore, alfin si leva.
Di novo impaziente ala marina
scende anelando, al padiglion ritorna,
e del'ingiusto talamo si lagna,
che, del'ospizio suo rotta la fede,
quel che dianzi ebbe intero, or rende scemo.
Indi dolente e disdegnosa in guisa,
che fa dolce il dolor, bello lo sdegno,
fin dal fondo del cor traendo a forza
da largo pianto accompagnati e tronchi
da ferventi sospir spessi singulti,
consuma i gridi inutilmente e perde,
parlando al sordo mar, questi lamenti.
– Misera, e chi m'ha tolto
il mio dolce compagno?
Lassa, perché quel bene,
ch'Espero mi concesse,
Lucifero mi fura?
Perché quanto cortese
mi fu la sera oscura,
tanto l'aurora chiara
mi si dimostra avara?
Dite, ditemi, o scogli,
duri scogli, aspri sassi,
chi è, chi m'ha rapito
colui, che mi rapio,
dala paterna reggia?
Se fu Borea superbo,
supplico Orizia bella
che 'l faccia un'altra volta
risospingere al lido.
Se Zefiro spietato,
prega Clori pietosa,
ch'ogni piacer gli neghi,
tanto ch'a me nol renda.
Se fu fors'Euro audace,
o pur Noto rapace,
con Eolo mi querelo,
e le lor fraudi accuso.
Ma se sol per fuggirmi,
fellone e traditore,
il crudo Teseo mio
sen va da me lontano,
abbia al suo corso iniquo
l'onde contrarie e i venti,
le stelle e gli elementi.
Dunque, perfido, dunque
a questa guisa lasci
colei, che per te solo
lasciò la patria e 'l padre?
Io ti campai la vita,
tu m'esponi ala morte.
Io ti donai lo stame,
per cui libero uscisti
dagl'intricati giri
del carcere confuso.
Tu tra questi deserti,
ond'uscir mai non spero,
inculti abbandonati,
disleal, m'abbandoni.
Io ti sottrassi al rischio
del gran mostro biforme,
et ala tua posposi
la fraterna salute.
Tu sì malvagiamente
ingrato e sconoscente
preda mi lasci et esca
dele selvagge fere.
Ecco le ricompense
del'amor, che t'ho mostro.
Ecco i premi, ch'acquisto
di quanto ho per te fatto.
Oh del mar, che ti porta,
più instabile e crudele!
Vele fugaci, o vele
che di liev'aura gonfie
su per l'acque volate,
se la vostra bianchezza
rappresenta il candore
dela mia fede pura,
la vostra leggerezza
si rassomiglia al core
volubile incostante,
del mio fallace amante.
Oh inganno malvagio,
oh tradigion perversa!
Son questi gl'imenei,
queste son le promesse?
I giuramenti questi,
quando la fé mi desti
con maritaggio altero
voler farmi beata?
Oh sciocca e forsennata
femina, che si piega
ad amator che prega.
Ah non sia sì leggera
vergine mai, che creda
a lusinghe et a vezzi
di giovane importuno,
che mentre il desir ferve,
tutto promette e giura;
ma tosto ch'adempito
ha l'ingordo appetito,
passa l'amor, né cura
sacramento né patto.
Si sazia immantenente,
ama cangiar sovente,
et apena veduta,
nova beltà desia,
e 'l primo foco oblia.
Oimè come non temi
al tuo grave peccato
dal ciel giusta vendetta,
spergiuro scelerato?
Ma che? sempre l'ingrato
suol essere infedele.
Felice, oh me felice,
se mai l'attiche navi
l'ancore nel mar nostro
non avesser gittate,
né questo maledetto
peregrino straniero
ad approdare in Creta
fusse giamai venuto;
oh fusse al Ciel piaciuto,
ch'ucciso pur l'avesse
nel cieco labirinto
il Semitauro fiera.
Lingua mia folle, ah taci,
che di colui, ch'adoro,
lo scherno ancor m'è dolce,
l'inganno ancor m'è caro.
Teseo mio, ti perdono,
torna, deh torna indietro,
menami teco e poi
ti servirò d'ancella,
se non vorrai di sposa.
Ti tesserò le tele
per la novella moglie;
t'acconcerò le piume,
dove con lei ti corchi;
darò l'acqua ale mani,
se non con altro vaso,
con l'urne di quest'occhi.
Pur ch'io goda de' tuoi
il desiato raggio,
in ufficio sì vile
mi terrò fortunata.
Tu, che del mar sei nata,
madre d'Amor benigna,
bellissima Ciprigna,
perché nel mar permetti
un tanto tradimento?
Né fai ch'arresti il vento
la fuggitiva armata?
Che farò, sventurata?
Ho perduto in un punto
Creta insieme et Atene,
e genitore e sposo.
Lassa, dove rimango?
Misera, dove andronne?
Drizzerò forse i passi
al patrio monte Ideo,
da cui golfo sì largo
m'allontana e divide?
Rivolgerò le piante,
facendo pur ritorno
al mio tradito padre,
dal cui grembo mi tolsi
per seguir follemente
l'empio mio fratricida?
O consolar mi deggio
sovra il fido e leale
amor del buon consorte,
lo qual da me per l'onde
sì rapido sen fugge,
che l'arrancata voga
de' ben spediti remi
è lenta a tanta fretta?
Ma quando ancor volessi,
oimè, quinci partire,
qual legno attendo in questa
solitudine orrenda,
da cui sbandito veggio
ogni commercio umano?
In cui Fortuna scarsa
ne la miseria estrema
non mi concede pure
o d'orecchio pietoso,
udito che m'ascolti,
o di bocca cortese,
voce che mi risponda?
Conviemmi dunque a forza,
esposta ala mercede
o di balene, o d'arche
o ver d'orsi e di lupi,
tra l'inospite rupi
di questa infame riva
(s'alcun ventre ferino
non mi dà pur sepolcro)
insepolta morire.
O, per maggior martire,
di barbari corsari
divenir preda indegna,
che 'n trionfo servile
traggano incatenata
la figlia sfortunata
del nobil re Ditteo,
la nipote del Sole,
la progenie di Giove,
colei, ch'esser devea
d'Atene alta reina.
Deh pria (prego) m'uccida
questo dolor mortale,
mortale et omicida;
solo però ch'è tale,
ch'uccidermi non vale.
Crudel, quando uccidesti
del flessuoso albergo
il feroce custode,
perché non mi togliesti
la vita a un tempo istesso?
Ch'oltre ch'io non sarei
in sì penoso stato,
fora ancor la tua fede
sciolta sì, ma non rotta.
Perché, perché, partendo
almen non mi lasciasti
quella spada inumana,
ch'ancor tinta è del sangue
del mia fratel possente,
acciò che commun fusse
con la sorella insieme
una medesma sorte?
Ma che? mancheran forse
a chi di morir brama
altre guise di morte?
Non credo il Ciel sì crudo
che s'al mio Teseo in seno
poter viver mi toglie,
senza il mio Teseo almeno
poter morir mi neghi.
Chi sarà che mi vieti
che con mortal ruina
da questa balza alpina
traboccando io non pera?
Ma qual'altra caduta
cerco maggior di quella,
onde levata a volo
dal'alta sua speranza
precipita il desio?
Potrò nel mar gittarmi,
e dentro il salso umore
estinguere in un punto
e la vita e l'ardore.
Ma s'io verso da' lumi
e mari e fanti e fiumi,
né mi sommergo in essi,
come morir tra l'acque
esser può mai, ch'io speri?
Se col focile accendo
fiamma ingorda e vorace
per distruggermi in foco,
questo mi giova poco,
che da maggior fornace
sento ognor consumarmi,
né può cenere farmi.
Dunque con forte laccio
stringerommi la gola
e qui da qualche ramo
mi rimarrò pendente.
No, no, che d'altro nodo
più saldo e più tenace
mi tien legato il core,
né mi dà morte Amore.
Sorbir tosco nocente
per uscir d'ogni affanno
fora miglior partito,
se non che 'l petto ho pieno
d'amoroso veleno,
e pur di duol non esco.
Deggio affigermi forse
su la sinistra poppa
due vipere mordaci?
Ma questo che rileva,
se tra gli aspi e le serpi
del'empia gelosia
io vivo tuttavia?
S'io credessi col ferro
quest'anima infelice
discacciar dal suo nido,
con acuto coltello
vorrei passarmi il fianco.
Ma questo è van pensiero,
perché dal cieco Arciero
son con mille saette
in mezo al cor ferita,
né pur lascio la vita.
Ahi, per me non si trova
dunque a trarmi di pena
pena bastante? e mentre
senza morir mi moro,
sarà per maggior male
la mia morte immortale?
Lassa, lassa, che parlo?
Quando pur questa mano
l'ufficio alfin s'usurpi
dela Parca proterva,
se tua son, Teseo mio,
con qual ragion poss'io
togliendo a me la vita,
a te toglier la serva? –.
Così piangeva la giovane dolente,
e 'l gran figlio di Semele e di Giove
prendea del suo ramarico diletto.
Et ecco allor de' Satiri la turba
con le stolte Bassaridi in un coro,
e 'l buon Silen decrepito e canuto,
tinto di mosto e stupido di sonno,
con basse ciglia e tumide palpebre,
curvo e gravoso e tremulo e cascante
ala disdossa l'asino cavalca,
e soffia e russa e vomita sovente,
e 'n ciascun passo tituba e tracolla.
Ma le Baccanti il reggono e i Silvani,
che 'n strane danze rotano le membra,
et ululando assordano la selva;
e questi vibra il pampino frondoso,
e quei brandisce l'edera ritorta,
e chi tempra la fistula selvaggia,
e chi gonfia la buccina marina,
et altri batte il cembalo sonoro,
et altri suona il crotalo festivo,
e tra sì fatti strepiti e tumulti
con questo canto Libero onorando
de l'Orgie sacre celebran la pompa.
– Evoè,
facciam brinzi al nostro Re.
Beviam tutti, io beo, tu bei
due, tre volte, e quattro, e sei.
Al ristoro dela vita
questo calice n'invita.
Questo è quel ch'al cor mi va,
dallo qua.
Avvi il biondo e 'l purpurino,
vuoi del'oro, o del rubino?
Mio sia 'l primo e tuo 'l secondo;
resti ad ambo asciutto il fondo.
A me l'uno, e l'altro a te
Evoè.
Vedi, vedi come fuma,
come brilla, e come spuma.
È soave et è mordace,
picca, e molce, e punge, e piace.
Gran solazzo è ber così,
prendi qui.
L'acqua pura, l'onda schietta
sia bandita et interdetta.
Chi pon l'acqua nel Falerno
sia sepolto ne l'Inferno.
Tocca il timpano su su,
tuppitù.
Dolce è ben, mentr'io lo stillo,
il gustarlo col serpillo,
ma di gioia io vengo meno
se 'l tracanno a sorso pieno.
Ne la fiasca col crò crò
fa buon prò.
Se talor mi lava il mento,
d'allegria bear mi sento,
se si versa e cade al petto,
rido, e piango di diletto.
Lagrimare e rider fa
sua bontà.
Un di Creta et un di Chio,
bevi tu, c'ho bevut'io.
Nol sorbir, ma bevil tutto
finché resti il fondo asciutto.
Io non posso bever più,
bevi tu.
La tua sete è troppo sconcia,
hai già vota la bigoncia.
Che furor, che furia pazza?
Ecco rotta ancor la tazza.
Io mi tengo apena in piè.
Evoè.
Chi mi spigne? chi mi tira?
Qual vertigine m'aggira?
O che sogno, o che vaneggio,
danzar gli arbori qui veggio.
È pur notte o mezodì?
No, o sì?
Che traveggole ho davante?
E' son pecore e non piante.
Par che l'isola si scota,
è la terra che si rota.
È pur giorno sì o no.
Io nol so.
Ma qual torbida tempesta
crolla intorno la foresta?
Ecco nembi senza fine,
lampi, folgori, e pruine.
Non lasciam di bever già,
che sarà?
Cose nove, cose belle,
cento soli, e cento stelle.
Ah no, no, son parpaglioni,
son zanzare, e farfalloni.
Una, due, sett'otto, e tre.
Evoè –.
Volgesi al tempestar di quelle tresche
l'addolorata e timida fanciulla,
e di spavento e di stupore impetra.
Ma Dioneo di sua beltate acceso
poic'ha di quell'affar compreso il tutto,
fatto pietoso del'indegno oltraggio,
ridente in vista e con sembiante allegro
le s'avicina e le s'asside a lato;
poi pian pian ragionando al'infelice
benignamente la conforta e dice:
– A che ti lagni, o bella,
di quel crudel, di quel villan d'Atene?
Dunque ancor ti soviene
di Teseo, quando Bacco hai già marito?
Fia più da te gradito
dunque un mortal ch'un immortale amante,
in cui bellezze tante,
in cui regnan virtù tante e sì nove?
Tosto dirai ch'a Giove
l'umil tuo genitor non si pareggia,
e che del Ciel la reggia
troppo è miglior dela tua patria Creta.
Destin d'alto pianeta
qui non a caso il mio navilio scorse.
Amor, Amor fu forse,
che mosse i remi miei, le vele sciolse,
perché pietoso volse
serbarti ad altre nozze, ad altro letto.
Qual onor, qual diletto
bramar giamai tu stessa unqua sapresti?
Negli alberghi celesti
socero avrai Saturno, e me consorte.
Ala tua lieta sorte
invidia porterà più d'una dea.
Né di Cassiopea,
né d'Andromeda il lume al tuo fia eguale.
Di tanta luce e tale
circondar ti prometto il tuo crin biondo
che stupefatto il mondo
ammirerà viè più d'ogni altra stella –.
A questo dir la sconsolata tace,
né ricusa, né vole; e come quella,
che dela fé del'uomo ha fatta prova,
ritrosa ancor, non volentier consente.
Ma di Bacco fratello, Amor volando
con sua madre v'accorre, e Citerea,
ch'è del vermiglio Dio fidata amica,
e da lui scompagnata agghiaccia e torpe,
spenta nel cor di lei l'antica fiamma,
in un punto v'imprime il novo foco;
ond'alfin persuasa ella s'accende
d'altre faville, e de' passati ardori
la memoria in oblio tutta sommersa,
del suo Proco divin gli alti imenei
senza repulsa ad accettar si piega.
Del'inno marital cantaro i versi
Satiri e Fauni, e ne le feste illustri
menar le Ninfe saltatrici i balli.
Ma di purpurei fior, d'arabe fronde
agli sposi felici Amor compose
di propria mano le rosate piume.
Vener dal crin, per contemplarla apieno,
preziosa corona allor si tolse,
opra già di Vulcan, fregiata e ricca
di sette ardenti e fulgidi piropi,
et ornandone a lei le bionde trecce
le ne fe' don. Poi per compir la dote
vols'anco il Vago immortalarla in cielo;
e, del ciel collocata in que' confini,
là dove gela il guardian del'Orse,
cangiò le gemme sue lucenti e belle
in altrettante stelle.