Arianna a TeseoEpistola decima

By Remigio Nannini

Men rabbiosa di te, men cruda et aspra

Ho ritrovato ogni aspra fera e cruda;

Né di te peggio era fidata altrui.

Et io queste parole e questi versi

Ti scrivo, o Teseo, da quel lido d'onde

Senza me ne portò la vela il legno,

Dove il mio sonno m'ingannò, dove io

Tradi' me stessa, e dove tu tendesti

A' dolci sonni miei sì amari inganni.

Venuta era quell'ora onde la terra

Si sparge intorno di gelate brine,

E cantan gli uccellin tra' rami ascosti,

Quando io, non so s'addormentata o desta,

Ma sonnacchiosa pure, o Teseo mio,

Ambe le man sol per toccarti mossi,

Né trovandovi alcuno, a me le trassi;

E poi di nuovo pur ritento, e stendo

Le braccia mie per tutto il letto intorno,

Né trovandovi te, cacciaro il sonno

Le paure e gli orrori; e sbigottita

Mi lancio fuor de le tradite piume,

E del vedovo letto, e come il sonno

M'avea sparsi i capei, così gli svelsi,

E mi percossi ad ambe mani il petto.

E perch'ancor nel ciel lucea la luna,

Guardo s'io veggia altro che 'l lido e l'acque,

Né poteron mirar quest'occhi miei

Altro che l'acque e 'l lito; ond'io meschina

I piedi infermi, i cui dubbiosi passi

Facea l'arena, e la paura lenti,

Or quinci or quindi lagrimando mossi:

E mentre ch'io per tutto il lito andava

Teseo chiamando, i cavi sassi solo

Mi rispondeano, e mi tornavan poi

Il tuo bel nome, e la mia voce indietro;

E quante volte io ti chiamava, et essi

Tante ti richiamar, volendo quasi

Porger pietosi a me dolente aita.

Ivi all'onde vicin rimiro un monte,

Nella cui cima gli arbuscei son rari,

Che roso dentro et incavato, face

Pel percuoter de l'onde a l'onde scoglio:

E perch'audace or mi faceva e forte

L'animo insieme, e la paura, e 'l duolo,

Vi saglio sopra, e 'l largo mare intorno

Intorno guardo, e quindi veggio (ahi lassa,

Che ' venti ancor mi ritrovai crudeli!)

Le vele tue tutte gonfiate e tese

Dal gran soffiar di ben rabbioso Noto.

O perch'io vidi, o che veder mi parve,

Io diventai via più che ghiaccio fredda,

E mezza morta in su lo scoglio caddi;

Ma 'l fier dolor non mi lasciò star troppo

Tramortita per terra, ond'io mi sveglio,

Mi sveglio, dico, e con quell'alta voce

Ch'io poteva maggior, l'amato nome

Chiamai più volte, e dissi: u' fuggi, o Teseo?

O Teseo scelerato, eh torna, e volgi

La nave indietro, che vi manca quella

Che per suo merto men mancar devrebbe.

Io dicea questo, e quel che poi la voce

Esprimer non potea, l'espresse fore

Il percuotermi tutta, e furon miste

E le percosse e le parole insieme.

E se pur forse non udivi, io feci,

Perché vedessi almen, scagliando in aria

Ambe le braccia, a la tua nave il segno.

Dipoi legai sopra una lunga verga

I miei candidi veli, ai tuoi compagni

Ed a te crudo ricordando ch'io

Era restata in su l'arena sola:

Ma poi ch'agli occhi miei, lassa, fu tolto

Il poterti veder, poi che sparite

Furon le vele, allor disciolsi agli occhi

L'amaro pianto, e queste luci meste

Si feron per gran duol bagnate e molli,

Che dianzi fur così languide e inferme.

Ma che potevan far quest'occhi miei

Altro che lagrimar me stessa, poi

Che di mirar le vele tue finiro?

Od io men giva scapigliata errando

Qual baccante, che mentre a' sacri altari

Di Bacco i voti, e i sacrifici porge,

Da lui commossa infuriata corre;

O riguardando il mar, sopra una pietra

Gelata mi sedei pallida e smorta,

E non men sasso fui che sasso il seggio.

Spesso ritorno al letto, il quale aveva

Sì dolcemente noi la sera accolto,

Ma non doveva poi renderne all'alba

Ambi noi insieme, e come io posso tocco

In vece tua le tue vestigia belle,

E quei panni felici abbraccio e bacio,

Che le tue membra fer tepidi e caldi;

E co' larghi miei pianti il bagno, e dico:

Tu pur n'avesti due, rendine due.

Perché non siamo a la partita insieme,

Sì come insieme a la venuta fummo?

Dove è gita di me, perfido, ingrato

E crudo letticciuol, la miglior parte?

Che debb'io far? dove n'andrò sì sola?

L'isola è grande, e non si scorge in lei

Umani alberghi, o lavorati campi,

E d'ogni intorno ne circondan l'onde,

Né ci è nocchiero alcun, né legno veggio

Che solchi il mar per sì dubbiose vie.

Ma presuppongo ancor che ' venti amici

Avessi al mio viaggio, e l'onde in pace,

Spalmata nave, e compagnia fidata:

Dove volger mi deggio? oimè! che gire

A la mia patria, la mia patria niega,

E benché 'l mar mi sia tranquillo, e i venti

Mi sien secondi, io nondimen mai sempre

Sarò sbandita, e non mi lice, ahi lassa,

Il veder più la poco amata Creta,

Che di cento città sen va superba,

E dove prese il sommo Giove il latte,

Perché 'l mio padre, e la mia patria, dove

Il giusto padre mio lo scettro tiene,

Per mio fallire ho violata, e sono

Stati traditi i duoi sì cari nomi.

Et allor gli tradi', quando io ti diedi

Le fila che ti fur fidata duce,

Ch'entro a sì cieco periglioso loco

Tu vincitor non rimanessi vinto,

Né vi lasciassi e la vittoria e l'alma;

Allor che tu crudel dicevi: io giuro

Per gli stessi perigli a cui mi deggio

In breve offrir, che mentre ambi saremo

In vita, tu sarai mai sempre mia.

Ecco che noi siam vivi, e non son tua,

O Teseo crudo, se però si deve

Chiamar viva colei che morta giace

Da l'empio inganno del marito infido.

Piacesse al ciel che con l'istessa mazza

Che tu togliesti al mio fratel la vita

Tolta l'avessi a me dolente ancora:

Che quella fé che tu m'avevi data

Saria morta per morte, et un sepolcro

Avria chiusa la fé, le membra, e 'l foco.

Oimè, ch'adesso e' mi sovien quel ch'io

Deggio soffrir, e non pur questo solo,

Ma ciò che può patir negletta donna:

Già mille forme entro al mio petto, ahi lassa,

Di morte accolgo, et è minor tormento

De la dimora del morir la morte.

Già mi par di veder or quinci, or quindi

Lupi venir, che con l'ingordo dente

Straccin le membra mie; e questa terra,

Chi ne l'accerta? oimè, forse produce

Crudi leoni, et arrabbiate tigri,

E dell'onde escon fuor marine belve,

Quant'alcun dice; ma chi vieta ch'io

Non sia dal ferro di qualcuno strano

Acerbamente e trapassata e morta?

Ma questo il fin saria di molti affanni,

Et ogni morte sosterrei, pur ch'io

Non sia da qualchedun condotta schiava

D'aspre catene amaramente cinta,

Che trar mi faccia qual negletta serva

Lo stame vil da la conocchia grave,

Che del gran Minos son pur figlia, e sono

De la figlia del Sol del ventre uscita,

E quel che più ne la memoria tengo

E stimo più, ti son pur stata sposa;

E s'ho veduto l'onde, e i lunghi lidi,

Da' lidi e l'onde gran perigli aspetto:

Sol mi restava il ciel, ma temo l'ire

De le stelle crudeli, e son qui sola

Restata cibo all'affamate fiere;

E se qui dentro pur qualch'uomo alloggia,

Io non mi fido, ch'una volta offesa,

Col proprio esempio e con l'istesso danno

Ho 'mparato a temer gli uomini strani.

Oh volesselo il ciel ch'Androgeo morto

Unqua non fusse! che tu, trista Atene,

Non avresti già mai pagato il fio,

Con la morte de' tuoi, de la sua morte,

E tolto non avresti, o Teseo crudo,

Col nodoso troncon l'alma al mio frate;

Né le fila t'avrei date per duci,

Cui raggirando a le tue mani intorno

Ti ritornasser drittamente al varco.

Ma non mi meraviglio omai che tua

Fosse l'alta vittoria, e che la belva

Biforme per tua man restasse morta,

Che ben che 'l petto non coprissi d'arme,

Non ti poteva trapassare il core

Col duro corno, e vi portasti teco

I duri sassi, e l'adamante, e 'l ferro,

E durezza maggior, perch'al tuo petto

Il ferro cede, e l'adamante, e 'l sasso.

Ahi sonno, ahi sonno tristo, ahi sonno crudo,

Perché mi festi, oimè, cotanto pigra?

Ma io dormir doveva una sol notte,

Che fosse stata a' dolent'occhi eterna.

O crudi venti, che sì pronti e levi,

E sì veloci ne' miei danni fuste;

Ahi, cruda man, ch'al mio fratello hai tolto

La vita, or me sì crudamente uccidi;

Fede crudel, che col tuo nome vano

Ingannasti colei, che poco accorta

E troppo amante, ti si diede in preda!

Contra me dunque han congiurato insieme

La fede, il sonno, e 'l vento, e da tre dii

Stata tradita son donzella inerme,

Cieca, perduta, inamorata, e sola.

Adunque io non vedrò ne la mia morte

Di mia madre pietosa i pianti pii,

E non avrò chi con pietà mi chiuda

Le luci mie ne la mia trista fine?

E lo spirto infelice errando andrassi

Per l'aure peregrine, e i membri morti,

Lassa, non fien da qualche amica mano

Amicamente imbalsimati et unti?

Anzi i marini augei volando andranno

Sopra l'ossa insepolte, e queste fieno

Le meritate mie funeree pompe?

Ma quando arriverai co' legni in porto

E per mercé de' merti tuoi sarai

Da la tua patria caramente accolto,

Quando fregiato di corone e palme

Tra' tuoi compagni te n'andrai superbo,

E narrerai con qual valor togliesti

Al Minotauro l'alma, e come uscisti

Sicuro fuor de le dubbiose vie,

Racconta ancor come in sul lido sola

Tu m'hai lasciata, e m'hai tradita, ch'io

Esser non deggio a le tue glorie tolta.

Crudel, tu non sei già mai d'Egeo nato,

Né d'Etra ancor, ma fuor de' sassi uscisti

E del rabbioso mar, qualor più freme.

Oh facesser gli Dii ch'avessi scorto

Da l'alta nave me dogliosa e mesta!

Che la dolente imago avrebbe mosso

Gli occhi tuoi crudi a lagrimar mia sorte.

Ma guarda almen con la pietosa mente

Come io mi sto qui sconsolata e sola,

Quasi uno scoglio, sopra un scoglio assisa,

Dove percuotan le vaghe onde; e guarda

Le sparse chiome, e la bagnata gonna

Da le lagrime mie già fatta grave,

Come da larga e rovinosa pioggia;

Guarda, deh guarda ancor come il mio corpo,

Non altrimenti che percosse biade

Dal rabbioso Aquilon, si batte e trema,

E come poi con la tremante mano

Questa carta ho vergata, il che ti mostra

L'ordin mal dritto de' miei tristi versi.

Io non ti vo' pregar per alcun merto,

Poi che 'l maggior m'è così mal successo:

Ma s'al mio merto guiderdone alcuno

Non si convien, non si convien la pena;

E s'io non fui cagion de la tua vita,

Non hai, empio, cagione ond'esser deggia

Trista cagion de la mia trista morte.

Ecco che queste man già stanche e lasse

Di battermi, infelice, oltra il gran mare

Umilemente, o Teseo mio, ti porgo,

E mesta in volto ti dimostro questi

Capei negletti, ch'avanzati sono

A' fieri oltraggi del mio duolo immenso;

E se posso pregar, ti prego, ahi lassa,

Per l'onde calde che dagli occhi fore

Mi traggon l'opre tue crudeli et empie,

Che tu ritorni, e col mutato vento

Volga la nave: eh torna, eh torna, o Teseo:

Che s'io pria mi morrò, pietoso almeno

Ne porterai l'infelici ossa teco.