ASTOLFO

By Giovanni Pascoli

Lo rivedo il marmoreo palazzo

delle gronde vocali

al lume della luna; ed un rombazzo

v'odo ancor oggi d'ali,

v'odo un festoso strascichio di gonne,

v'odo un clangore arguto

di spade, gaie risa odo di donne,

e il canto del leuto;

or come allora. Allor dalle aie i cani

abbaiavano al vento:

e vedevi di pioppi, olmi ed ontani

tutto un torneamento.

Ma poscia, un tratto che pendeva all'Orsa

cheta la luna appresso,

e gli alberi affannati dalla corsa

palpitavan sommesso,

in quella ch'io piangea l'amor mio bello

che m'ha beato e ucciso,

scoppiava nel silenzio uno stornello

dolce come un sorriso...

Tu sul caval del paladino errante,

che per aria galoppa,

nano gentile dal cappel sonante

allor saltasti in groppa.

Il rosaio fremeva a l'albaspina

d'uno stupor tranquillo,

quando si scosse dalla tua testina

un saluto e uno squillo.

Pispigliavan le rose: Oh! la regina

del Catai si fa sposa.

Angelica, gemeano i fiordispina,

là, nel Catai, riposa;

riposa in pace; e non cred'io che un gaio

sogno d'amore e' sia:

cadon le stille, sibila il rovaio;

è un sogno di follìa!

Quando, di marzo, il plenilunio piove

sogni ed influssi d'oro,

s'avvian gli erranti per le cerche nuove

coi grandi antiqui loro:

ad atrii ignoti sostano; i bordoni

posano accanto all'arpe.

C'è un viavai di dame e di baroni,

lampo di veli e sciarpe;

piantato d'aste e di pennoni è il campo

con lunghe ombre di cocchi,

e, sparse intorno, le corazze un lampo

sprizzan d'acciaio agli occhi.

Empiono intanto dame e cavalieri

la notte di sussurro,

e là bianche chinee, bianchi destrieri

bevono al lago azzurro.

Ma noi mendichi intorno a un'abetaia

intera ci s'assetta,

e si ride e si ciancia a quella gaia

fiammata che scoppietta;

noi si ride e si ciancia, e ci trabocca

di fiera gioia il cuore,

se una favola industre esce di bocca

al buon novellatore.

O dedalei poemi onde il sonoro

ritmo che il cor ritenne

somigliava un trottar di Brigliadoro

per le fatate Ardenne!

come sentivo di passar per alti

silenzi di verzura,

su cui d'un tratto campeggiavan spalti

grigi e muscose mura!

O bianca nube, stormi d'alcioni

fluttuanti lontano;

o bianchi veli, o rosee visioni

che ho perseguite invano!

Oh! poi che all'una delle fonti io bebbi

il caldo dell'amore,

e, all'improvviso rifluire, io m'ebbi

posta la mano al cuore,

cuor palpitante d'ombre cupe e raggi,

qual nuvolaglia a sera;

spronai, fanciulla, per sentier selvaggi

la mia speranza altera;

l'altero amor, tra l'ombre e le morgane

nel silenzio e il sussurro

pel monte e il pian guadando le fiumane

guadando il cielo azzurro,

io spronai: verso te lanciai Rondello

ch'al piè del nembo ha l'ale,

e Brigliadoro che va qual vascello

gonfio di maestrale,

scossi le briglie a Rabican che i laghi

col piede asciutto sfiora,

e il fianco strinsi ad ippogrifi e draghi...

ma non t'ho giunta ancora.

Qual mai tempesta portati? qual dio

volo ti dà leggero

più di Rondello e Rabican, del mio

cuore, del mio pensiero?

perché m'accenni della man fuggente,

perché rivolgi il viso,

ridi e dilegui luminosamente

nel lampo del sorriso?

Dilegui, e l'ombre calano, ed io sento

un brusìo d'acque ignote,

e ascolto appena il crepito onde il vento

le foglie morte scuote;

mentre il cavallo piega le ginocchia

lente nel reo cammino,

di qualche pina il suono odo che crocchia

su nel silvestre pino.

Crescono l'ombre ed il silenzio sulla

terra, nel ciel, nel cuore

mio, per tutto. Che grigia landa brulla

questa dove il sol muore!

In faccia a me scintillano le pozze

d'un ghigno ultimo, orrendo,

poi verdi e gravi sotto l'alghe rozze

s'adagiano dormendo.

Mi si arresta il corsier, mentre rimango

irresoluto e solo:

le salde zampe guazzano nel fango,

fiutan le nari il suolo.

Cessò sui vepri e sui ginepri l'izza

della cicala adusta,

né più da' cardi crepitanti schizza

la fragile locusta.

Or s'è levato in mezzo del tranquillo

piano il lamento eterno

della rana che rantola e del grillo

che trilla in suon di scherno.

All'orizzonte la vermiglia frangia

che cingea la campagna

bigia, in un vallo basso ora si cangia

di livida montagna.

E il vallo basso e plumbeo mi serra

il cielo intorno via

più, quanto più la desolata terra

s'apre alla vista mia.

O patria! o casa piena di bisbigli

e d'ombre rosee! In faccia

lieti le stanno i sicomori e i tigli

e il gelsomin l'abbraccia;

oh! le aurate fantasime di gloria

cadono, nebbie vane;

s'io ne vedo apparir nella memoria

le verdi persiane,

se tra que' bossi accorra a me, la fiamma

della sorpresa in viso

e della gioia... Quai lagrime, o mamma,

t'innondano il sorriso!

Come somiglia la tua gioia al pianto

di noi; come alla morte

il tuo pallore! Della casa intanto

non stridono le porte;

non s'apre ogni finestra con giocondo

émpito di battenti,

non vedo a ognuna comparire un biondo

capo che a me s'avventi

augurando. Addio patria! Sulla muta

landa, improvviso romba

uno stormo che migra e che saluta

con un clangor di tromba.

Suona un lieto clangor nelle profonde

solitudini. È il lento

stuol delle gru che verso ignote sponde

va tra la notte e il vento.