Atlante Nano.

By Giovambattista Marino

Io non so se vedreste il mio ritratto

se non dicessi ch'io son qui da presso.

Tra l'esser poco e 'l non esser affatto

chi cerca un mezo sappia ch'io son desso.

Se ben son per qualcosa stato fatto,

per esser nulla mi manca un sommesso:

ma ben che nulla io sia, non mi confondo,

ché pur di nulla fu creato il mondo.

Epicuro, ch'avesti opinione

che d'atomi composto il mondo sia,

poi che voler cercare in conclusione

più picciolo corpuscolo è pazzia,

vieni un poco a veder questo melone,

vieni a veder la personcina mia.

Giureresti per Dio, se mi vedessi,

che da me tratti fur gli atomi istessi.

Natura fece come fa il Notaio

che le cetere accorcia per la fretta,

o come fa talor qualche Libraio

quando in sedici lega un'operetta.

Perch'io mi sono a punto, come paio,

una cifra in compendio ben ristretta,

e posso dirmi, di sua man formato,

un epilogo d'uomo abbreviato.

Spesso quando si sforza la persona

per far gran cose, dà in coglioneria:

ella mi fece una certa testona

che calzerebbe bene ad un Golia.

Cominciò bene (è vero) la minchiona,

ma finì nel malan ch'Iddio le dia.

I monti partorìr con gran pericolo,

e 'n fin ne nacque un animal ridicolo.

Pur non si vuol riprendere il Fattore

per avermi abbozzato sì stravolto:

il balsamo finissimo licore

spesso in più rozo vaso sta raccolto.

Oh quanti son, che mostrano di fore

grazia negli atti, e leggiadria nel volto,

che dentro non han dramma di cervello!

Per queste stravaganze il mondo è bello.

Suol di sua mano un Scrittore eccellente

con artificio raro ed ingegnoso

dentro un guscio di noce sottilmente

rinchiudere il Petrarca, o il Furioso.

Miniatore industre e diligente

col pennel dilicato e studioso,

più che 'n una Balena, s'affatica

in formar una mosca, una formica.

Hercol già sì terribil fantaccino

da' pari miei fu maltrattato in guerra,

ed un animaletto piccolino

il Crocodilo smisurato atterra.

Il buono è sempre poco per destino,

sempre nel poco gran valor si serra.

E qual in sé maggior virtù concepe:

un stronzo di Somaro, o un gran di pepe?

Scende la razza mia da quel Monicchio

che de le risa fe' scoppiar Margutto;

se ben, secondo alcuni, Farfanicchio

mi generò mandando fuora un rutto.

E second' altri, io sbucai fuor d'un nicchio,

e per diritta linea fui produtto

da quel tremendo e fiero animalone

che morsicò Morgante nel tallone.

Chi dice ch'io son nato d'un battaglio,

chi d'un carcioffo, e chi d'un salsicciotto.

Altri vuol che mio padre sia un sonaglio,

altri un cotogno, ed altri un cedrolotto.

Chi m'ha per fongo, e chi per spicchio d'aglio,

chi per lumaca, e chi per Scimiotto.

Affermàr molti che dentro una buca

fui vomitato da una Tartaruca.

Mi fan figliuol di Fisignatto topo,

che fu contro le Rane generale,

dicon che fui pisciato da un Ciclopo,

e che scappando ruppi l'orinale.

Altri mi fa de la genìa d'Esopo,

con dir che mi cacò dentro un stivale.

Sospir di Rodomonte altri mi dice,

che m'essalò chiamando Doralice.

Il Sì e 'l No son miei fratei germani,

e Lectio Sabatina è mia sorella.

Per far un palmo giusto con le mani,

non han misura i Sarti la più bella.

Han da me copiato i Ceretani

il Mastro Muzio, ch'è una bagatella.

Io scopersi ai Grammatici il secreto

che s'aggregasse l'I ne l'alfabeto.

Non è Granchio nel mar tanto minuto

ch'al busto mio paragonar si deggia.

Il Ravanel, ch'è sì poco membruto,

quand'è vicino a me, torrioneggia.

Se veder si potesse lo starnuto,

over (con riverenza) la correggia,

sarei come un Pigmeo presso un Gigante,

o una pulce a lato a un Elefante.

Lo Scarafaggio mi par tanto grosso,

ch'io l'ho per contrafatta creatura.

Ogni pestello mi sembra colosso,

ogni fiasco m'avanza di statura.

E s'una Zucca mi cascasse a dosso,

mi darìa il mal de la mala ventura.

Quante volte pensai veder di bronzo

un Pilastro, un'Aguglia: ed era un stronzo.

Fuor di casa non vo molto a diporto,

perché la Gru non m'abbia a dosso l'occhio;

e rade volte ancora esco ne l'orto,

che la biscia non m'abbia per ranocchio.

Un giorno fui per rimanervi morto,

ch'urtai del capo a un gambo di finocchio.

Un'altra volta ancor per la campagna

restai quasi impiccato a un fil d'aragna.

Posso servire al petto per gioiello,

o per branchiglio, tanto son piccino.

Se vo' da terra levare un granello,

io ho sempre bisogno de l'uncino.

Se fossi verbigratia petrosello,

non empirei di salsa un scodellino.

Chi pigliasse a trinciarmi per capriccio

non ne potrebbe far mezo pasticcio.

De la fodera vecchia d'un brachetto

mi fo calze, mantel, saio, e zimarra,

e me n'avanza ancor per un farsetto

e per una montiera a la bizarra.

Adopero un dital per corsaletto,

ma che direte de la scimitarra?

Mi servo spesso d'un ago spuntato:

ma perché pesa, non la porto a lato.

Donne, vedeste mai, che vi rimembri,

una figura meglio organizata?

Non vi burlate punto de' miei membri,

c'ho ben qualch'altra parte avantaggiata!

Ben che scarso di peso io vi rassembri,

l'aggionta è vie maggior che la derrata.

Del resto è meglio ch'io sia così fatto,

ché 'n ogni buco sùbito m'appiatto.

Accarezzate dunque il vostro Nano,

né vi sdegnate di tenerlo avante:

né d'esser pensi alcun vostro galano

donzel meglio disposto, o più bel fante.

E chi dirà che d'ogni altro Cristiano

io non sia più leggiadro, e più galante,

se diventa in me grazia anche il difetto,

e l'imperfezzion mi fa perfetto?