Atteone

By Giovambattista Marino

Ascoltatemi, o selve,

s'udir vi piace il lagrimabil caso

d'Atteone infelice. Era Atteone

d'Autonoe e d'Aristeo

unica prole, unica speme, e cara.

Giovinetto cortese,

e de' parenti e dela patria tutta

dolce delizia e cura.

Altri giamai de' boschi e dela caccia

più studioso o vago

di lui non ebbe in tempo alcun l'ingegno.

O se dardo pungente

scoccando di lontan, veloce arresta

fuggitiva cervetta;

o se spiedo lucente

impugnando dapresso, ardito affronta

furioso cinghiale,

non ha di lui chi più leggiero, o forte

la destra mova, o la persona adatti.

Mai branca aspra e crudel d'orsa montana

non gli fe' per timor volger le terga,

né mai lo spaventò di leonessa

infantata di fresco, occhio tremendo.

Spesso da qualche balza

benché ratto volante,

precipitò la rapida pantera,

e cento volte e cento

il gran Dio de' pastor stupido il vide

dela damma e del daino

la fuga trapassar, quasi baleno.

Veste di bel cerviero,

ucciso di sua man, macchiato spoglio.

Porta d'osso indiano

d'auree fila vergato

lungo corno e ritorto, al collo appeso;

e lo scaggiale, a cui legato attiensi

il sonoro stromento,

fornito è tutto di dorate fibbie.

Per gli omeri a traverso

gli serpe un arco, che d'avorio e d'oro

tutto è commesso, e nel sinistro fianco

da cintura barbarica gli pende

distinto al'arabesca

d'argento fin, di fino smalto, e pregno

di partiche quadrella, aureo carcasso.

Cacciatore infelice, oh quanto meglio

ad altre cure, in altri studi avresti

rivolto il core, essercitato il piede!

Nulla, nulla giovotti

la prestezza del corso;

nulla del braccio e dela man feroce

la destrezza e la lena.

Non del drizzar con infallibil colpo

le pennute saette a certo segno,

l'esperienza e l'arte.

Non del'investigar con traccia accorta

dele fere i covili

l'alta sagacità punto ti valse,

sìche in cervo mutato

non fossi alfin da' tuoi voraci cani

fieramente smembrato.

Già sì strano accidente avea la Fama,

e del bene e del mal publicatrice,

divulgato volando;

e con l'annunzio infausto

ad Autonoe meschina,

messaggiera dolente, alfin ne venne.

Non raccontò, che 'l figlio

vestita avesse già la spoglia estrana,

ma sol che i cani ingordi

lacerato l'aveano a nervo a nervo.

Tosto sonar s'udìo la casa tutta

d'ululati, e di pianti. Il vecchio Cadmo,

avolo del garzon, le man si mise

ne le chiome senili

e stracciolle rigando

di caldi fiumi le rugose gote.

Ma dela madre afflitta

chi può narrar l'affanno?

Graffiossi il viso e flagellossi il seno,

si svelse il crine e si squarciò la gonna.

E più quand'ella vide i mesti cani

giù dal monte correnti

quasi pur compiangendo

del'ucciso Signore

con taciturne lagrime la morte,

dela trista novella

confermarle l'aviso.

Iva l'addolorata

col marito Aristeo di balza in balza

le reliquie disperse

del perduto figliuol cercando intorno.

Videle sì, ma le cangiate forme

raffigurar non seppe.

Trovolle sì, ma in esse

non trovò del suo ben la bella imago.

Più d'una volta il doloroso loco

passò senza pensarvi.

Più d'una volta ebbe a tornarvi, e spesso

l'ossa bramate e cerche

col piè materno ricalcò passando.

Degna certo di scusa

fu la madre infelice.

Vide del cervo le ramose corna,

non vide già del figlio il biondo crine.

Toccò l'ispide sete

dela faccia cervina,

non toccò già del dilicato mento

la lanugine molle.

Pensò di ritrovarlo

qual l'avea partorito,

ma non vi riconobbe

vestigio pur di simulacro umano.

Degna certo di scusa

fu la madre infelice.

Quindi scalza e discinta

varcò del'aspro monte il duro dorso,

e poi che spiò tutti

gli aditi inosservabili del bosco,

tornò stanca al'albergo,

dove sollecitata

dale cure pungenti, apena chiuse

su la punta del'alba

le palpebre al riposo, e furo i sogni,

tra cui versò la mente,

torbidi, orrendi, imaginosi e tristi.

Innanzi le si offerse,

qual proprio e quanto fu, l'estinto figlio,

anima sconsolata, ombra vagante,

tutto lacero il corpo

di profonde ferite, e d'atro sangue

tutto tutto macchiato.

In tal sembianza squallido e dolente

così languidamente

lagrimando le disse:

– Madre, madre, tu dormi,

e 'l mio fato crudele ancor non sai?

Svegliati, sveglia omai. Va, riconosci

la mia mal nota e peregrina forma,

riconosci, et abbraccia

del caro cervo tuo le corna, e bacia

quella discreta e ragionevol fera,

e quelle sparse viscere, che furo

dele viscere tue concetto e parto.

Quel me, quel me tu vedi,

o cara genitrice,

che già con tanto duol, con tanta cura,

generasti e nutristi.

Piagni il tuo dolce figlio

fatto d'altra natura.

Piagni del caro pegno

la cangiata figura.

Felice me, s'al'infelice caccia

involato mi fossi!

Felice me, se dela dea di Cinto

il bel corpo celeste

non mai veduto, o desiato avessi!

M'avesse, per mio meglio,

di terrena bellezza acceso Amore!

Ma io troppo superbo e troppo ardito

ebbi, prendendo a vil nozze mortali,

d'immortali imenei vaga la mente.

Vana speme allettommi e vano grido,

udito già che Febo (ed è pur Febo

di Diana fratello)

con Cirene si giacque,

che del mio genitor fu genitrice;

udito ancor che dela bianca Luna,

fu sposo Endimione,

e che nel ciel pur dala bionda Aurora

fu rapito Orione,

di farmi (ahi pensier folle)

genero di Latona anch'io pensai.

Quindi la Dea crucciosa

mi fe' de' propri cani e preda, e pasto.

Fede (oh madre) ne fan le selve e i campi,

testimoni ne son le piagge e i colli.

Sannol ninfe e pastori,

che ne l'essizio estremo

chiamar m'udiro aita.

Chiedilo ai sassi, ai tronchi,

chiedilo al'aure, al'onde.

Tel diran (se nol credi)

le mie compagne fere.

I cani, i cani istessi

tel direbbono anch'essi

se quell'avide bocche,

che mangiaro il mio corpo, e quelle lingue,

che leccaro il mio sangue,

come pronte già furo a divorare,

fusser atte a parlare.

Ma concedimi, o madre,

(per pietà tel chegg'io) l'ultimo dono.

Non uccider (ti prego)

i miei cari uccisori.

Perdona ai fidi cani,

che fur dela mia morte

senza lor colpa rei. Né meraviglia

s'al lor re sconosciuto

si mostrar sconoscenti.

Dala mutata pelle

errarono delusi.

Scusa de' semplicetti

l'involontario fallo. E qual giamai

fu cane a cervo amico? O chi s'adira

con can che cervo uccida?

Del mio fedel Tigrino

sovr'ogni altro ti caglia. Ahi quanto afflitto,

del'amato maestro

micidiale innocente,

or quinci or quindi circondando i poggi,

simile ad uom piangente,

di pietosi latrati empie la selva,

e ricerca anelante

con curiose nari

del caro morto suo l'orme sanguigne.

Giunto pur dianzi ala funesta valle,

che del tragico mio fiero successo

fu spettatrice e scena,

abbaiando ala rupe

in tal guisa di me chiese novelle:

"Dite, ditemi, o pietre,

chi oggi n'ha rapito

il leggiadro Atteone?

In qual parte, in qual riva

essercita le fere

il nobil cacciatore?

Dite, ditelo, o ninfe".

Così disse Tigrino, a cui la rupe

con tacito parlar così rispose:

"E chi vide di fera,

fera mai cacciatrice?

O qual mai cervo udissi

d'altro cervo seguace?

Atteon, ricoverto

d'adulterino manto,

giace a terra svenato.

Questo medesmo prato,

ch'un tempo esser solea

campo dele sue cacce,

oggi, pur oggi è stato

con strazio inusitato

mensa dele sue carni".

Qui si tacque la rupe, e non pertanto

sue fatiche cessava il mio Tigrino,

quando per onta e scherno

gli disse alfin l'ingiuriata Dea:

"Che val cane omicida

cercar con tanto studio e tanti errori

quel che cibo facesti

dele bramose canne?

Cerca, cerca Atteone

tu, ch'uccisor ne fosti.

Cerca, cerca il tuo duce

tu, che nel ventre il porti.

Eccoti là nel suolo

(se vedergli ti cale)

del'esca tua gli avanzi,

teschio scarno e spolpato, et ossa ignude".

Ma se l'aspra cagion di strage tanta

ti giova, o madre, udir, nulla t'ascondo.

Tra le verdi, frondose, antiche piante

d'un, non so se dir deggia

boschetto o paradiso,

mi scorse empia ventura.

Paradiso, s'io miro

al ben, che vi trovai.

Inferno, s'io mi giro

al mal, che ne portai.

Sai che l'anno è su 'l mezo

dela stagion più calda. Era nel centro

dela sua rota il giorno,

e le colline e i campi

rapido in ciel poggiando

fendea, feria con tanta forza il sole,

che novello Fetonte

rotar quasi parea

molto vicino a terra il carro d'oro.

Sotto il celeste cane

languiano erbette e fiori;

ne le più cupe tane

ricovravan le belve;

le più riposte selve

cercavano gli armenti;

e 'ncontro ai raggi ardenti

facean schermo i pastori

onde fresche, ombre fosche, antri et orrori;

quando la casta e cacciatrice Dea

in compagnia dele più care sue

faretrate donzelle,

stanca di seguir l'orme

dele fere fugaci, alfin fermossi.

Ne la valle Gargafia, ale radici

d'un solitario monte,

spaziosa spelonca apre le fauci.

Appio fiorito e verdeggiante musco

con vari altri arboscelli

sovra, dentro, e dintorno

fan dela bocca sua negra l'entrata.

È dubbio se la rupe

dal continuo picchiar del'onda viva,

che vi sorge e zampilla,

tormentata e percossa,

l'aperse, o rosa e rotta

dal dente voracissimo del Tempo

l'incavò per sestessa.

Ben par ch'ivi Natura,

de' cittadini intagli

imitando i lavori, abbia voluto

discepola del'arte altrui mostrarsi,

però che 'n que' salvatici ornamenti

sembra artificio il caso,

e par l'architettura inculta e roza

ingegnoso modello

di maestro scarpello.

Di pomice scabrosa un arco opaco

e di ruvido tofo ala caverna

fa testugine e volta,

che di spugne e di nicchi

e di rustiche chiocciole e cocchiglie

(quasi natie grottesche)

tutta è fregiata; e quindi i verdi crini

dela madre d'Amor recisi e sparsi

pendere a ciocca a ciocca, e quinci vedi

grondare in varie forme

parte liquide, e parte

gelate, e parte intere, e parte tronche

di rappreso cristallo

gocciole rugiadose,

e di filato argento

lagrimette stillanti.

Quasi concava conca,

il vaso dela fonte

egualmente si spande. Intorno e sotto

ha di molle smeraldo umidi i seggi,

di lubrico corallo algente il fondo;

e dal ciel dela grotta in sen riceve

pioggia di vive perle,

ond'egli cresce, e 'n bel ruscello accolte

l'accumulate stille,

forma di sé con labirinti ondosi

mille vaghi meandri e, mormorando

tra' bei margini suoi, di pietra in pietra

si torce e rompe e fuor del'antro scorre.

Quivi la Dea lentando

l'arco d'argento, e disarmando il fianco

del'aurata faretra,

ad un elce l'appese;

indi il volto di foco e 'l crin fumante

tre volte e tre ne le fredd'acque immerse.

Slacciarsi fe' dale fidate ancelle

l'un e l'altro coturno e, scinta e sciolta

la leggiadretta vesta,

i bei membri spoglionne, e dele spoglie

sovra un letto di fior deposto il fascio,

ne' cristallini umori

tuffossi, e volse che 'l medesmo essempio

ciascuna parimente

dele compagne vergini seguisse.

Or là dove la bella

sagittaria celeste

con le vaghe seguaci era a lavarsi,

per gran sorte giuns'io, che poco dianzi

dale reti partito e dale lasse

lasciati avea nel bosco

i cani a riposar. Riposo ahi troppo

per me duro e crudele,

perché potesser poi con maggior lena

seguitarmi, e sbranarmi.

Era tra' verdi rami,

in guisa pur di padiglione o tenda,

spiegata intorno e tesa

di sciamito vermiglio ampia cortina,

talch'a spiar per entro

apena aver potea passaggio l'aura.

Avean le Ninfe sovra l'orlo erboso

del chiaro fonte acconcia

di rose e d'altri fior purpurea cuccia,

e 'n disparte apprestati,

per rasciugarsi poi,

di zendado e di bisso

sottilissimi veli.

Mentre in loco sì chiuso e sì remoto

le belle natatrici

senza sospetto alcun stanno a diletto,

misero quanto incauto

quivi a caso m'abbatto e quivi arresto

le faticose piante;

né più curai di seguitar la caccia,

perché non mi parea con l'arco in mano

peter mai far di quella,

che con gli occhi facea, preda più bella.

Anzi per pascer meglio,

vagheggiatore ingordo,

del'occhio insaziabile la fame,

infra le fronde e 'l drappo

fattomi più dapresso,

innebriato e tratto

dal piacer giovenile e dala vista

del'offerte bellezze, oltre mi misi,

e dela pura immacolata Dea

il sacro corpo tutto

di parte in parte a misurar mi diedi.

Adombrava il bel loco

fra l'altre arbori eccelse annoso olivo,

tra' cui sacrati rami

baldanzoso et audace

furtivamente a contemplarla ascesi,

là dove tutto intento

al'oggetto amoroso, non sapea

da sì dolce spettacolo levarmi.

Così con doppio fallo il fallo accrebbi,

peròche per veder ciò che non lice

d'una vergine dea,

d'altra vergine dea gravai la pianta.

Ma giuro, e giuro il vero

(sasselo, o madre, il Cielo)

ch'io non pensai, né volli

al'altrui castitate

far con lo sguardo ingiurioso offesa.

Al'alte meraviglie

dela nova beltate

vaghezza simplicissima mi trasse.

Se colpa è risguardar le cose belle,

colpevole mi chiamo.

Eran dala chiarezza

del'onde trasparenti

innargentate l'ombre, e dala luce

dele candide membra

imbiancati gli orrori; onde parea

spuntar ne l'antro oscuro

a meza notte l'alba e, lampeggiando

con sferze oblique e tremuli reflessi

per lungo tratto il vago lume intorno,

qual suol quando la luna

lo suo splendor sereno

vibra nel mar tranquillo,

o quando il sol saetta

con lucido baleno

specchio di bel diamante,

portava agli occhi miei raggi di neve,

ch'abbarbagliando di lontan la vista

mi ferivano il core.

Né con tanto piacer, né così belle

nel tribunal selvaggio

colà del foro d'Ida il Pastor frigio

mirò del ciel le litiganti ignude,

come attonito e lieto

del boschereccio nume

l'immacolate parti

a specolar svelatamente er'io.

I tronchi istessi, i tronchi

rapiti a vagheggiarla ebber (cred'io)

senso di meraviglia, e di diletto.

Che s'orecchie ebber già platani, e faggi

per ascoltar d'Orfeo la dolce voce,

chi potrà dir che non avesser occhi

per mirar di Diana i membri ignudi?

Questi del bosco innamorati figli,

fatti gelosi aprova,

con le braccia frondose

escludendo dal'antro il chiaro lume

dela lampa diurna,

la vista a me concessa

proibivano al sol, che pur volea

con curioso raggio

di cotanta bellezza

spiar furtivo gli ultimi recessi.

Tacea la selva intenta

al celeste miracolo amoroso.

Su l'ali assisi i venti

tenean sospeso il respirar del fiato.

L'aurette vaneggianti,

stupide spettatrici, aveano imposto

alto silenzio ale sonore fronde.

L'acque mute (non altro)

in suo rauco idioma

con lingua di cristallo

mormoravano solo

che la Dea più pudica

confessando ala selva i suoi secreti,

di sestessa facea mostra lasciva.

Girò l'occhio fatale, e 'l guardo obliquo

una Naiade in questo al'arrogante

troppo cupido amante, e sì s'accorse

del'insidia e del tratto; onde gridando

ala casta reina

accusò con la voce,

additò con la mano

del forsennato errante

l'immodestia e l'insania. Et ecco tutto

di man battute e di percossi petti

fan le Ninfe sonar l'ombroso speco.

Qual, per celar sestessa e di natura

i secreti tesori,

dentro il fonte s'immerge, e fa del'acque,

poco fide custodi,

un traslucido velo al seno ignudo;

qual dela Dea pudica

corre ala guardia, indi le tesse intorno

con le braccia intrecciate alcun riparo.

Ella, come s'inostra

adusto nuvoletto a sole estivo,

o qual a noi si mostra

in oriente la vermiglia Aurora,

o come si colora

lassù nel primo ciel di foco e sangue

dela diva medesma il freddo argento

ale magiche note

di Tessaglia o di Ponto,

così tinge il bel volto

di porpora rosata e tale accende

di rubiconda fiamma

la guancia semplicetta.

Frettolosa e confusa

allor come può meglio

il cinto virginal s'annoda al seno;

e parte ricoverta

dal biondo crin disciolto, e parte chiusa

nel bianco lin raccolto,

le vergognose mamme si nasconde.

In me malsaggio e stolto

umidi poi di sdegno i rai contorce,

e di non seco aver l'arco e gli strali

per vendicar l'oltraggio

par che forte le 'ncresca.

Ma non mancaro al suo divino ingegno

armi vendicatrici. Il fonte istesso

ne fu ministro, e furo

arco eburneo la mano e l'onda tersa

argentata saetta, et ella arciera,

ch'al mio viso aventolla,

dicendo, "Io vo' che sia

egual la pena agli ardimenti tuoi;

or va, dillo, se puoi".

Ahi chi credea che 'n animo celeste

albergasse tant'ira? Ecco in un punto,

sorgere in aria e circondarmi un turbo,

ond'io (come non so) ratto trabocco

dal tronco in giù precipitoso al piano.

E quivi alfin m'aveggio

dela trasfigurata mia persona.

Sventurato, ch'apena

di quel fatal umor spruzzato e molle,

tosto m'abbandonò l'umana forma.

Stendesi il collo e dele guance il tratto

in mascelle s'allunga; il naso e 'l mento

si nasconde e si spiana

e la bocca viril s'aguzza in muso.

Dele gambe robuste

s'assottiglian le polpe; i duo sostegni

del corpo si fan quattro,

et ha ciascun di lor l'unghia divisa.

Cresce su per le membra

già candide, or di nero

pomellate, e di punti

variate e distinte, irsuto pelo.

Veggiomi pullulando

spuntar su la cervice

i germogli del'ossa, indi repente

arboreggiando al ciel selva di corna

farmi con cento rami ombra ala fronte.

Insolita paura

entrar mi sento ad abitar nel petto.

Già sgridato e cacciato

dale sdegnose ninfe

timido fuggo, e 'n ciascun passo adombro;

e pur fuggendo, meco

di me mi meraviglio,

e di mia leggerezza, e tanto solo

di me stesso mi resta

che col primiero aspetto

non ho punto perduto

del'antico intelletto.

Viè più ratto e veloce

che turbine o procella,

la foresta trascorro, e fuggitivo

i cacciatori il cacciator paventa.

Deh quante volte e quante

ne' limpidi ruscelli,

ch'attraversando gìan l'erma campagna,

venni a specchiarmi, e fatto

altro da quel ch'io m'era,

stupii quivi mirando

del'imagine mia cornuta, l'ombra.

Quante volte del ciel volsi dolermi

e l'aspre mie venture

disacerbar co' gridi,

ma, movendo la lingua, il mio concetto

vestir d'umani accenti unqua non seppi

e formai flebilmente

urli confusi e gemiti indistinti.

Intanto dela turba

de' sergenti e de' cani,

che riposano al rezo, io son sentito,

i quai l'antico loro

trasformato signor non ravisando,

gli van dietro latrando.

Che farò sfortunato?

Con quell'ingegno alfin, che del'umano,

per miseria maggior, solo m'avanza,

prendo meco partito

d'uscir del chiuso e d'occupar l'aperto.

Così lascio la selva e volgo il corso

su per l'erboso e spazioso piano.

Dando allor fiato e voce

ai sonori elefanti i servi accorti,

dietro ala fuga mia lassan le lasse.

Van con le teste chine

i segusi brittanni insieme, e gli umbri

la mia traccia spiando.

D'Etolia i can loquaci

mi sgridano da lunge.

I veltri iberi e i franchi

sono i primi ala pesta.

Più lontani, e più lenti

vengon gli alani e i corsi.

Seguono i medi, e i persi

temerari et ardenti.

Havvi i seri orgogliosi,

gli spartani animosi.

Havvi i molossi fieri

arrischiati e correnti.

Quei di Caria e di Creta,

e quei d'Epiro e d'Argo.

Con gli arcadi veloci

van gl'ircani feroci,

con gl'indomiti traci

i sarmati mordaci.

Vengonvi i caspi, e gl'indi

bellicosi e possenti,

di guerreggiar esperti

con gli elefanti e i tigri,

ad affrontar avvezzi

non che i tauri e i cinghiali,

i lupi e gli orsi e i pardi,

che del leone istesso,

principe dele fere,

la real maestà temer non sanno.

Per tutto ciò dela salute ancora

non disperava, e non lentava il corso,

anzi quasi sparito

dala vista de' cani e dele genti,

già campato avea 'l rischio, e giunto presso

una densa boscaglia, ivi volea

di tante furie in mio sol danno unite

declinar l'ira ed appiattarmi in salvo;

quand'ecco di traverso

Cloro il mio famigliar, che 'nfino allora

per fuggire il calor del mezogiorno

solo rimaso al'ombra era a posarsi,

al rimbombo de' corni,

de' cacciator, de' cani e de' destrieri,

che tutta risentir facean la selva,

m'uscì sovra repente, et avea seco

Tigrino il mio levriero

più favorito e caro,

figlio di cagna ircana

e d'adultero tigre, onde commisto

di due varie nature e di due semi

nacque parto bastardo,

generoso, spedito, audace, e forte.

Ala preda vicina

il veltro coraggioso

tende l'orecchie e 'l freno,

che 'l morso gli ritien, scotendo, chiede

al suo rettor la libertà del collo.

Et io di sudor molle, e tutto stanco

da così lunga fuga,

anelando et ansando,

senza saver, che dove

al'alta mia tempesta

ritrovar spero il porto,

il naufragio m'attende,

alfin colà trepidamente arrivo;

e conosciuto il cortigian mio fido,

fermo immobile in lui lo sguardo e 'l piede.

D'articolar le voci

ben allor io mi sforzo,

e di dirgli: "Deh porgi

al tuo Signor soccorso".

Ma, lasso, ale preghiere

mancano le parole,

e la lingua impedita

non sa chiedere aita.

Pur con gli atti ragiono, e pur gemendo

pietosamente il mio bisogno esprimo.

Non discorre tant'oltre, e non intende

quelle mutole note il servo incauto,

ma vedutomi fermo,

scioglie al'avido can ratto il collare,

prezioso monil, già di tua mano

(se ti soviene, o madre,)

testo d'oro e d'argento,

e riccamato di rubini e perle.

Innanzi al fresco e libero seguace,

a rifuggir m'affretto.

Misero, ma che prò? Troppo ho vicini

i famelici cani, i quai scherniti

dala spoglia fallace et irritati

dala sdegnosa Dea, con rabbia insana

arrotan contro me de' morsi ingordi

l'armi aguzze e pungenti.

Fu Tigrino il primiero,

che nel fianco sinistro il dente infisse.

Orecchione il secondo

m'azzannò ne l'orecchio.

Sotto la strozza m'afferrò Lionzo,

e Saetta e Maldente

mi ferir l'altr'orecchio e l'altro fianco.

Giunser Ciaffo, Tizzon, Lampo e Licisca,

poi Tanaglia, Moschin, Vespa, e Volante

con altri cento e cento,

ond'a tanto furor convien ch'io ceda,

e caggio al suol su le ginocchia, e tutto

quinci e quindi stracciato a brano a brano

sotto il rabbioso assalto alfin mi stendo.

Ecco intanto il drappello

de' Cavalier ministri,

che, perché sia del gioco e del trastullo

il lor principe a parte,

tengon l'impeto a bada

del popolo latrante,

et empiendo di spirto i rauchi avori

gridan per tutto il bosco,

"Atteone, Atteone".

Al mio nome io sollevo

la sanguinosa testa,

pur come lor dir voglia:

"Son io, chi mi difende? eccomi, amici".

Ma essi, in cui smarrita

ha la notizia antica,

la novella sembianza,

non cessan di chiamarmi.

Ciascun di lor si dole

ch'io sia quindi lontano,

misero, et io mi lagno

che son troppo presente.

Aspettano ch'io giunga,

perch'io sia l'uccisore,

forsennati, e non sanno

ch'io son quivi l'ucciso.

Infuriò dele canine brame

l'ingordigia natia l'offesa Dea,

e per doppio flagel volse che fusse

con tarde e lente piaghe

il trasformato corpo

squarciato a poco a poco.

Mentr'era il crudo stuolo

a strangolarmi et a spolparmi inteso,

meschinel, che potea

se non per entro la scannata gola

gorgogliar fievolmente

querula voce, e senza senso un suono?

Così dagli occhi languidi stillando

per lo volto ferin lagrime umane,

piangea l'ultimo fato,

e tra me scilinguando

sommormorava flebili e dolenti

con angoscia mortal questi lamenti:

"O Tiresia felice,

tu pur Minerva ignuda

a rimirar avesti.

Ella però non volse

con teco incrudelire.

La forma non ti tolse,

la morte non ti diede.

Perdesti i lumi, è vero,

ma 'l lume dela vista

perduto ne la fronte,

ti fu poi doppiamente

traslato ne la mente.

Meco assai più crudele

Diana (oimè) s'adira.

Avess'io pur la luce

perduta di quest'occhi;

e perduta l'avessi

pria che fatti dal Cielo

fussero spettatori

di sì crudel bellezza;

o chi mi tolse il volto

con l'umana apparenza,

m'avesse ancora tolto

l'umana intelligenza.

Io solo, io son quell'io,

che sol misero ottegno

fra tutte l'altre fere

con mostruose membra

consigliato discorso,

sol perché sia 'l mio male

quanto più conosciuto,

tanto viè più sentito.

Deh, s'a me non è tolto

il discorso e 'l consiglio,

fusse a voi dato ancora,

crudelissimi cani.

Fero, fero destino

a me concede, a voi

nega la mente e 'l senno.

Per far viè più crudeli

voi ne la crudeltate,

e me viè più infelice

ne l'infelicitate.

Cani miei, già sì fidi,

or ingrati e rubelli,

ohimè, voi d'ora in ora

tornate in me più fieri.

Mai con sì fatta rabbia

gli orsi e i leoni alpestri

assalir non vi vidi.

E tu, caro Tigrino,

pupilla del mio core,

e tu pur contumace

al mio morir congiuri?

Ahi quella bocca, in cui

spesso dopo la preda

baci soavi affissi,

or non aborre o schiva

di suggere il mio sangue?

La gola, a cui solea

io di mia propria mano

ministrar l'esca e l'onda,

or non ricusa o sdegna

di pascer le mie polpe?

O di signor pietoso

carnefici spietati,

chi creduto l'avrebbe?

Io stesso m'ho nutriti

i miei propri uccisori.

Perché mi perdonaro,

ne' monti e per le selve

le più malvage fere,

s'esser alfin devea

da' miei cari custodi

oltraggiato e tradito?

Ingolato m'avesse

con le fauci sanguigne

la famelica tigre!

Dissipato m'avesse

con l'unghie dispietate

l'orsa arrabbiata e cruda,

misero, pria ch'io fossi

sotto il perfido dente

de' domestici cani

condannato a morire!

O colli amici, o colli

dolci, mentr'al Ciel piacque,

ecco io vi lascio e lascio

con voi la debil vita.

Tu Citerone ombroso

narra ale Driadi amiche

ciò che di me vedesti.

E se i miei genitori

qua volgeranno i passi,

distillando da' sassi

dele tue ciglia alpine

lagrimose pruine,

conta deh conta loro

com'io mi moro".

Palpitante, malvivo e semimorto

queste cose io muggiva

gittando i vani e non intesi preghi,

ai cani inessorabili e feroci.

Ma come a parte a parte alfin da' miei

divoratori immansueti e crudi

trangugiato io mi fossi,

taccio l'istoria amara,

per non rinovellar dela mia morte,

madre, in me la memoria, in te la doglia.

Ciò sol ti reco a mente,

non lasciar insepolto al vento, al gelo

il tuo diletto e sviscerato cervo.

Va, raccogli, e componi

le mie sparse minugia.

Non soffrir che sien fatte

d'altri cani che miei, pastura e gioco.

Né dal'opra pietosa ti distorni

il falso pelo o la mentita faccia.

Sovente oggi di là dove per l'erba

giaccion del corpo mio l'ossa divise,

senza riguardo alcun passasti a caso.

Ma io del loco, ove la forma, e donde

non molto lunge poi lasciai la vita,

darotti un certo, et infallibil segno.

Tu troverai presso l'infausta pianta

con la faretra e le saette al suolo

l'autor d'ogni mio danno, arco mal teso,

se però l'arco e le saette ancora

trasformati non ha la Dea selvaggia

in frondosi arboscelli et arricchiti

di novella verdura i verdi boschi.

Quelle spoglie e quell'ossa insieme aduna,

chiudile in bianco marmo e in nere note

fa ch'un tal carme su scritto si legga:

"Qui sepolta si serba

d'Atteone una parte. Il più di lui

nel ventre de' suoi cani ebbe sepolcro,

quel dì che morto giacque ala fontana,

martire di Diana" –.

Ciò detto la dolente e pallid'ombra

con la notturna vision disparve.

Destossi allor la sbigottita, e quanto

la fuggitiva imagine l'impose

velocemente ad esseguir s'accinse.