ATTO V

By Giulio Filippi

Se gli è ver, come si dice

Dalla bocca di persone,

Che sia morto il buon padrone,

Golo è l'uomo più felice.

Se gli è morto, hai ben ragione;

Ma lo vedo in molti affanni:

Non mi metterei suoi panni,

Se mi dessero un milione.

Vedi, ad onta della festa

Come gli è triste nel volto;

A vederlo sembra stolto:

La calunnia lo molesta.

Dici il ver, caro cugino;

Io lo stavo a rimirare

Quando stavano a mangiare

Pochi cibi o niente vino.

Che vuol dir quest'allegria

Questa sera nel castello?

Ho invitato questo e quello,

tutta questa signoria.

Cedi a me tutte le chiavi

Che appartengono al castello;

Tu, mio fido, vai al cancello:

A chi sorte pene gravi.

Mio signor, voglio avvisare:

Nella stanza qui vicina

C'è un'afflitta signorina

Che con te vuol ragionare.

Io desidero ascoltare;

Di' che venga a mia presenza.

Mio signor, con riverenza.

Tengo un pegno a te da dare.

Mi lasciò la tua consorte

Questa busta sigillata

Perché a te l'avessi data,

Se a tornare avei la sorte.

Al presente ti ringrazio

Del portato a lei rispetto;

Gran ricchezza ti prometto

E il cuor tuo resterà sazio.

'Amatissimo consorte,

A te scrivo questa mia;

Credo grata a te ne sia

Benché me condanni a morte.

In quest'orrida prigione,

Questo foglio steso a terra,

L'innocenza mia si serra:

Scrivo a te di ginocchione...

Fra poche ore mi presento

Alla corte del buon Dio...

Non resulta il fallo mio

Adulterio, tradimento!

E tu me condanni a morte

E mi accusi malfattrice?!

Desti retta a un infelice

Che respinse tua consorte.

Nonostante, ti perdono

Perché tu fosti ingannato

Da quel Golo che hai lasciato

Alle veci di patrono.

Altrimenti non potresti

Far morire due innocenti

Il tuo figlio... Ah! Questo, senti,

A punire mal facesti.

Altra volta non punire

Senza avere interrogato

La ragion dell'accusato...

E dovertene pentire.

Come noi morì innocente

Il buon Drago cuciniere;

Te lo chiedo per piacere:

Dai soccorso a quella gente...

Chi mi uccide è suo dovere;

Non ha pena da scontare...

Mal contenti stanno a fare

Quel che intima il tuo volere.

Anche a Golo dai perdono...

Io di già gli ho perdonato...

Lui gliè cieco forsennato...

Non lasciarlo in abbandono.

Chi conserva e a te consegna

Questa lettera, mio sposo,

Ricompensa assai copioso,

Che di ciò gliè molto degna.

Ne fu a me fida e gentile

Quando fui da tutti odiata

Perché adultera accusata

Da quel Golo infame e vile.

Dilettissimo mio sposo,

Questo è l'ultimo saluto;

Il destin così ha voluto

All'eterno mio riposo.

Son da tutti presa a beffa...

Sia pur tolta a me la vita:

Vieni, o morte a me gradita!

Son tua sposa Genoveffa.'

Genoveffa me perdona

Come già tuo scritto dice...

Sono l'uomo più infelice...

Come me non c'è persona.

Io più pace sulla terra

Non avrò per la mia vita...

Vieni, o morte a me gradita:

In tue braccia me rinserra.

Golo infame scellerato

Pria di me dovrà morire.

Ferma amico e non ferire

Senza averlo interrogato.

Mio buon Vuolf, hai tu ragione

Io depongo la mia spada.

A pigliar Golo si vada

E portatelo in prigione.

E da lui ne sia occupato

Quella cella ove mia moglie

Molti dì soffrì gran doglie

E mio figlio venne nato.

Fidi miei, sostate un poco

Golo andatemi a cercare:

Io lo voglio interrogare,

Sia portato in questo loco.

Dimmi Golo, che ti ho fatto...

Da potermi meritare

Mia consorte calunniare

Ché il suo onore gliera esatto.

Si gliè ver che gliè innocente!

Preso fui da una passione...

Dissi a lei la mia intenzione...

Mi respinse brutalmente.

In quel punto assai geloso

Che le venni a domandare

Certo te volea avvisare:

Io perciò venni furioso.

Per salvare la mia vita,

Venni a te calunniatore:

Preso fui da un cieco amore

La mia mente era impazzita.

Drago pur morì innocente

Perché lui tutto sapeva...

Tua consorte gli diceva

Quel che a te faccio presente.

Io, caduto in tal cimento,

Non sapea più cosa fare

Perché a te stavo a pensare,

Al tentato tradimento...

Io del tutto l'accaduto

Fatta ti ho la confessione:

Sono a tua disposizione

A pagare il contributo.

Per punire il tuo reato

Io non so di te che fare:

Morte è poca per pagare

Questo tuo male operato.

Sia levato a me davanti

Riportatelo in prigione...

Prenderò la decisione

De' tuoi detti calunnianti.

Fidi, a voi chiedo un favore...

Se sentite a me di fare...

Moglie e figlio ritrovare...

Di quell'ossa le dimore.

Siamo pronti all'obbedienza...

Quanto hai detto noi faremo...

Quelle salme troveremo

Dove sia loro esistenza.

Se i due corpi ritrovare

Voi saprete, ai luoghi ameni

Una parte dei miei beni

Giuro a voi di regalare.

Mio signor, doman mattina

Se con me vuoi far sortita,

Una caccia ho stabilita

Alla grossa selvaggina.

Nelle selve di Germania

Ci son lupi, e molti cervi...

Son già pronti cani e servi

Che alla caccia han grande smania.

Per far teco compagnia,

Ti prometto di venire:

Non ti voglio mai disdire

Se ti è presa tal mania.

Se tu sei una creatura,

Vieni fuora e vieni al giorno.

Ah! Chi vedo far ritorno?

Non aver di me paura...

Chi sei tu? Come ti chiami,

Spettro giunto a me davante?

Genoveffa di Brabante,

La tua sposa, se tu brami...

Ordinasti a me la morte

E innocente fui accusata;

Ora qua l'hai ritrovata

La fedele tua consorte.

Ma son desto, o nel letargo?!

Il passato sto a sognare?!

Fatti avanti e non tremare.

Vieni qua dov'è più largo!

Tu lo spirito sarai

Dell'estinta mia consorte?!.

Forse qui ti dieder morte?!.

Parla pur se dir potrai...

Sigelfrido amato sposo,

Non son ombra, ma vivente

Genoveffa veramente...

Non restar più pensieroso...

Quei carnefici ordinati

Di levare a me la vita,

La mia prece acconsentita,

Mi lasciaro in questi lati.

E, scampato tal periglio,

Quella cerva ci ha nutrito

Col suo latte a noi gradito

Tanto a me come a tuo figlio.

Rasserena la tua mente...

Torna in te, non vacillare...

Se puoi un verbo palesare,

Tua consorte hai qui presente...

Sento i sensi e la favella

Ritornare a poco a poco:

Nel trovarti in questo loco

Io restai privo di quella...

Or ti vedo qui davante

In cotesta condizione

Senza colpa, né cagione...

Genoveffa di Brabante!

Io colpevole ne sono;

Me condanna, mia consorte!

Che sia data a me la morte,

Non son degno del perdono...

Del perdono non languire...

Io di già ti ho perdonato

Perché tu fosti ingannato

Da chi te volea tradire.

Nel sentire il tuo perdono

Senza me rimproverare,

Poco è certo il ringraziare

Il tuo cor gentile e buono.

E del figlio cosa è stato?

E' sortito per la selva

A cercar cibi alla cerva

Cui è tanto affezionato.

Mamma! Mamma!

Enrico caro

Non aver di lui timore;

Questo è nostro salvatore,

Prenderà di noi riparo.

Qual sarà la nostra sorte

Spiega a me, mammina mia,

Se di qua ci porta via,

Dopo a noi darà la morte?...

No, mio caro figlio amato,

E' tuo babbo,... quel signore

Che ne piange dal dolore

Nel vederci in questo stato.

Bacia, Enrico, a lui la mano...

Sigelfrido, tergi il pianto...

Il tuo figlio hai teco accanto

Che fu troppo a te lontano...

Son fra il pianto e l'allegrezza...

Vieni, figlio, alle mie braccia...

E ch'io baci la tua faccia...

Falla a babbo una carezza...