Autografi della Nazionale di Firenze

By Ugo Foscolo

Allora era da porre

Studio in guadagno, e quegli anni di certo

Foco ajutar, e di tranquilla mensa

Or vano premio a lunghe noje — errai

Orfano, e tanta d'orfani mi vinse

Orfano errai, pietà mi vinse

Pietà ch'io nè di casti abbracciamenti

Nè delle cure d'amorosa moglie

Io non compiacqui mai l'animo mio:

Grand'onta povertà, grand'onta è udire

Vecchio che ami tu pria gli agi o il sepolcro ?

Ugo a ricchezze e. a morte corri;

L'andar con molta salmodia sotterra

Allora era da porre

Studio in guadagni, e questi anni di certo

Foco ajutar, e di tranquilla mensa.

Or vano premio a lunghe noje. Errai

Orfano e tanta d'orfani mi vinse

Pietà che nè di certi abbracciamenti

Nè delle cure d'amorosa moglie

Io non compiacqui mai l'animo mio;

Ma nè a me col mio sangue educo affanni

Nè al tiranno più nerbo, e nuovi schiavi.

Grand'onta è certo povertà, grand'onta!

È udir che ami tu pria gli agi e il sepolcro ?

Queste carni e quest'ossa o madre terra

Ma senza salmodie ti ritorrai.

Talor la mente assente, e il cor ripudia;

Scioperi intanto e non riposi, il mulo

Nota il fosso ove cadde, e dove i ....

Del caduto ronzin fanno banchetto

Notalo e torce; e attende al suo viaggio.

Tu brami .il bene, il mal paventi, ....

Freni; O! se con l'ingegno avesse Giove

Donata la parola al tuo cavallo

Quel che tu non ti dici, ei ti diria.

N'è la notte alle spalle, e non avremo

Sonno queto. — Or perchè sei teco in lite ?

Chi di te amico se non tu ? Chi tuo

Fidato avviso; e chi de' proprii falli

Specchio al presente oprar, più di te dato ?

Ma il tuo Creonte è del rumor volgare

La temenza: a Confucio il polso tendi

Ei questa medicina egli ti porge.

Chi attende le parole indugia l'opra.

Se in tavola dipinta avesse appeso

Si–fatta favoletta a se dinanzi

Gregorio, che nel cor la morte e l'ugne

Di Belzebu cornuto paventava

Uom dotto delle rette e delle curve

Maestro, e sì laudato, e sì perfetto

Che di Dante l'allor diè a Bavio e a Mena

Ridea di Cristo; e non temea di Dio

Nè sperava; e così per sessant'anni

Di alma viril parve agli amici e a' savj —

Ma non a se. — Beveano del polmone

Il viril suco l'ava e la nutrice =

Nè tutto darsi al suo Cielo sapea

Sol refrigerio a chi teme il gran vermo

Il villico mercante

Tornava dalla fiera alla polenta

Nè dal cor torsi l'ava e la nutrice

Lucrezio in volto, e in cor donna Giudea

Ridea di Cristo e non temea di dio

Nè sperava: così per sessant'anni

Spirto viril parve agli amici e a' savj

Non a se:.Ma al suo ciel non sapea darsi

Sol refrigerio a chi teme il gran vermo,

Nè sbarbicar dal cor la balia e l'ava.

Si cacciò sotto, e alfin maladicendo.

Spie gli amici, venduta la fantesca,

Empj i fratelli, e il figliuol suo non suo

E tremando del boja, ed adorando

Del capuccino confessor la barba

Morì il servo di Dio da Toreneto

Plaudendo agli Atei il dì, la notte al papa.

ode il mugnajo

Il cigolar delle stanghe e la zampa

Del suo ronzin, adatta il sacco e dorme

Così troverà omai freno ....

ode il mugnajo

La ruota, il cigolar, la stanga, l'unghia

Del suo ronzin, l'opra s'attende; ei dorme.

Stoico, ben parli; ma se Strofio arguto

Nerbo de' rostri e ubbia jer l'altro al papa,

E l'altro cui il sagrista, e la gazzetta

E i merghi di Romagna Eaco alle Muse

Educaro, e Petecchio a cui diè l'ape

I favi, il pungiglione, ed il ronzio

Se fama e premio han di poeta, e il volgo

Ed il palagio al lor .... risponde

Come il corno al Belloli, io starò inerme

S'ei contro al nostro Appollo o all'amico

Incorrano notturni ? — Arme, poeta ?

O se' tu stesso acciajo fine, e vano

Peso fien l'armi, o al par di lor sei polpa

Ed avran commissione ......

Feriti noi non Strofio ed il Petecchio —

Agamennone odiò Calcante; e crudo

Altero ingegno a bassa alma è compagno

Odiano i regi il vero, e chi alle tarde

Età li manda senza il FORTE E il PIO.

Pur di fama li rode ulcera; e Giove

Che li fe' capitani ai manigoldi

Discerner quanto v'ha da Gianni a Dante

San da loro; se irato o pio non dico

Diuturno freno

Lieve immorsa a' nostri Arconti l'altra

Più grave schiera, — di se poco parla

Nulla de' sommi a' quai l'orco non anco

Con più dolce morso

Ma diuturno i nostri Arconti imbriglia

L'altra schiera. — di sè poco; male

D'ognun; de sommi a quai l'orco non anco

Diè il privilegio della gloria, nulla.

Parlan bensì dei dogmi aurei di Bembo

Aurei di Flacco; di Virgilio il divo

Nome (o d'Omero, se il dottor sa d'alfa)

Crede pupilli senza Brunck, Spevghaser

Jablonski, Walkenaer irte parole:

Vedono libri assai; piangono il guasto

Moderno delle Muse abbigliamento;

Numero e' son d'Arcadie e Accademie

E tra costor Valerio, alto intelletto

Profondo sì che mai occhio nol tenta

Ognun lo estima.

Ma Strofio e l'altro senno or grecizzando

Dottamente, ora l'E muta rimando

Palpano Atride, ei l'ulcera si palpa

E crede – e paga, il professor che teme

Della catedra plaude, e il Sommo, e l'Imo

Ubbidiente a' tripodi di Brera

Plaude. — Vittorio disdegnando vola .

Nè fa motto al boar d'Aulo, e di Delci

Tutti invidian Vittorio, ei nullo invidia

Quindi non fere. — Ei son di due Genie

Dotti; Mena di cenci uscì

Come cinta di folgori e di

Su l'alpi altere Libertà

E' son di due genie

Oggi in Milano Salomoni; ha intero

Ma breve regno su quei cor castrati

L'una. Mena di cenci uscì cantando

Come cinta di folgori e di tuoni

Su l'alpi altere Libertà mostrosse,

E fu per affogar dalla gran voga

Lo stampator — oggi fallì col Vate —

Al verde è Riccio e chi tentò le corna

Al Davanzati

Poichè han di fedeltà specchio nel Tempo.—

Se propizio ti sia sempre il dilemma

Contro agli atomi ciechi, e i cirenei

Lasciami —

perchè incominci all'orbo

Prometti un soldo, e. perchè cessi mille —

E' son di due Genie

Oggi iti Milano Salomoni — Intero

Ma breve ha regno su quei cor castrati

L'una: Mena di cenci uscì cantando

Come cinta di folgori e di tuoni

su l'alpi altere Libertà mostrosse

E fu per affogar dalla gran voga

Lo stampatore: oggi fallì col vate.

Al verde è Riccio; chi tentò se cozza

Il Davanzati accusa or gli sleali

Laudator che il serrato chiavistello

Ed il pavoneggiante occhio e i polmoni

Non temon più. Con più dolce morso

Ma diuturno i nostri arconti imbriglia

L'altra schiera. Di sè poco; male

D'ogn'uom; De' sommi a' quai l'orco non anco

Diè il privilegio della gloria, nulla;

Parlan bensì de' dogmi aurei di Bembo

Aurei di Flacco; di Virgilio il divo

Nome, o d'Omero se il dottor sa d'alfa,

Credon pupilli senza Brunck Spewgaser

Jablonski Walkenaer irti tutori!

Numero ei son d'arcadie e accademie;

Vedono libri assai; piangono il guasto

Moderno delle Muse abbigliamento

E fra costor Valerio alto intelletto

Profondo sì che umano occhio nol tenta

E ogn'uom lo estima; e il loda anche quel sofo

Che dagli estensi ghetti uscì magnate —

Valerio tace ove ognun parla, o ghigna,

Per che non sai; ove ognun tace ei tace

Ma sparuta ha la faccia, e le vesti a

Bardosso, e va come corpo senz'alma.

Ti dice Cristo, e il modo oggi t'insegna

Riccio: chi vuol scienza apra a me dotto

Chi ride chi l'ha in ira e chi il ricetta

Se il can percuoti e' torria e ti vezzeggia;

Petecchio aguata

Ma tanta è del bussar varia la via

Quanta de' vermi varia è la famiglia

Ed io ? La giubba ho monda a forza: Bussa

Ti disse Cristo; attendi a Riccio; e' bussa;

Tu impara: Aprite a me nobile, e ricco,

A me bello, a me dotto, e sapiente.

Chi ride, chi l'ha in ira, e chi il ricetta.

Se alcun lo caccia, il can torna e vezzeggia.

o di molto oro compiaci

Il grave per ferini aliti inglese

S'oltre il oceano e le ....

Ardue ...., ti manda araba stirpe

Di scodato destrier, che al corso passi (?)

Sospiro del P.... e de' leggera (?)

Togli il saver se l'apparenze togli.

Così i gigli e il coral che dal sembiante

Sempre–velato d'Artemisia bionda

Tralucono soavi, in cocchio passa

E gli occhi aguzza la rival contessa

Perplessa dell'invidia:. al di' seguente

Contro que' fiori van gli aerei lini

E i pizzi ad implorar la lavandaja —

Pur quelle rose fur di naviganti

Industria e di botteghe, e mattutina

Noja d'arcano specchio e dell'ancelle,

E fur sospiro di cotanti proci. —

Stoico, non vedi in questa ebbri e danzanti

Venere e Febo fra le schiere tue ?

Ed io ? — Grama ho la giubba e monda a forza —

Bussa ti dice il Nazzareno; or bussa

Tu come Riccio; aprite a me nobile, dotto,

A me bello, a me ricco e sapiente.

Fama di dotto fe propizio a Luigi

Mecenate: — Cadean le penne, e il Ricco

Pascea più lauto la cornacchia. Augusto

Ha più d'uopo di spie, che di sapienti.

E tanto Appollo l'accecò ch'ei tiene

Anteo mastro in pittura, in virtù Meo;

L'uno di mille ruspi orna, ed a questo

Tanto poltron quanto Gherardio cozza

Orrevole procaccia abito e sede;

E tu li avrai: Gloria li fiuta e passa.

La qual s'ammoglia

Maestro, e tu non vedi or come danza

Fra nude putte o come in chia.... poltre

R loro Genio ? a lui servi e cavalli

Ed io ? — La giuba ho monda a forza — Bussa

Ti disse Cristo, ed or l'insegna Riccio

Il come Aprite a me beato

Che fo di sapienza ogn'uom beato

Maestro, ei son fra i nappi e i mirti, e l'oro

Ed io ?

Maestro, ei son fra nappi e i mirti, e l'oro

Ed io ? La giuba ho monda a forza — Bussa

T'insegnò il Nazzareno — Or Riccio

Tu bussa

La qual s'ammoglia a chi libero e caldo

E tenace nell'opra, al suo natale

Genio, ed al ver

Ode il mugnajo

La ruota, il cigolio, la stanga, l'unghia

Ferrata, ei sferza la cavalla e dorme.

Nel mondo viaggiò come cometa

Se in giardino ove sien donne amorose

E vecchie pudibonde a caso salti

Leggiadramente ed hai plauso d'uom destro —

Sì che fida al tuo salto la stringa

Privi legge le brache; e pria che il fianco

Lascino invereconde a lei che innanzi

Ti sta, primiera volti il dosso e preghi

Deh giovinetta allaccia le slacciate

Stringhe — e la ingenua le rallaccia e ride —

E poi chiedi al dio zoppo un cannocchiale

Temprato sì che spii netta la bile

E le cervella. In core alle fanciulle

Tu leggeresti allor queste parole

Con troppa fretta rallacciò le stringhe.

Ma l'acuta matrona, ottavo Saggio,

Ricorda tosto che nel dolce tempo

Dell'età che fuggi, quando non rotto

Laccio, non amo di scendenti brache,

Ma di pudico amore idoli, e segni

Tutti vestiti virtuosamente

Lei di recente sposa e marchesana

Fer letterata ed. abbatessa; ond'ella

Queste al tuo cannocchial daria parole;

Dotte stringhe ! Titilla il seduttore

Così la ninfa alla colomba mia

E seduttor t'adorna e ti commette

In chiesa e in palco al femi....j orecchio

Delle altre marchesane a Dio fedeli

Poichè infedeli a lor fu il tempo e il mondo.

Se dopo anni tremila han certa fossa

L'ossa tue, e se prece umana giova

A' simolacri di color che furo =

Abbiti pace, e il diavolo sia pio —

A te che queste a' greci auree parole

Vecchio cantavi; È all'uomo unica gioja

Bella donna e pudica. In mar si anneghi

Con la vergogna sua l'uom indigente.—

Piova Giove o non piova avvi chi duolsi —

Donna bella e pudica è rara cosa

O vecchio, ed uom che fortemente eluda

La sua sventura, e i rigidi mortali

Non mi par frutto de' miei vili tempi —

Ma s'io mal opro ha chi mi loda, e morde

E s'io ben opro ha chi mi loda, e morde.

Però siccome ad evangelo io giuro

Alle parole della tua sentenza.

Tornava come suole al suo villaggio

Dopo la fiera il rustico mercante

E la turba ridea che il padre, e figlio

Seguisser tardi l'asinello vuoto —

Cavalca il padre — Ahi snaturato grida

La turba per pietà del fanciulletto —

Smonta il villano, e il basto al figlio cede.

Quel figlio temerai che or quasi servo

Tu segui a piedi malaccorto padre. —

Grida la turba = ed il villan s'inforca

Anch'egli in groppa, e urlar ode la turba

Commiserando l'asinello oppresso.

Donna bella e pudica è terno al lotto

O vecchio, ed io rinnego or la fortuna

Beati Aurelio e tu beato Aresi

E voi di Carlo Magno altri incrementi

Che per oneste le mogliere avete;

Sebben di vario pel portino anelli

E dal capo alle piante infranciosate.

Tornava come suole al suo villaggio .

Dopo la fiera il villico mercante

E la turba ridea che il padre e il figlio

Seguisser tardi l'asinello voto:

Cavalca il padre — ahi snaturato grida

La turba; ond'egli il basto al figlio cede

Or vedi Padre che al figliuolo è servo

Grida la turba, onde il villan s'inforca

Anch'egli in groppa e urlar ode la turba

Commiserando l'asinello oppresso

Và del sapiente imperador compagno

Ed io di Giove. Uom che altamente eluda

La sua fortuna, e il soghignar pietoso

Non mi par frutto de' miei molli tempi.

Negra è l'acqua versata in bicchier negro —

Lascia la cella, e meco odi Zenone.

Poeti siam, o bene o mal poeti —

So — dentro noi cotal demone ha stanza

Che s'ei non esce a mercar laude, addenta

L'anima; a se virtù sola non basta. —

Concedo — Il demon esce, e dove trova

Medici, vati, e l'altra di Minerva

Ciurma e di Febo, addenta or come Lambro

Recitando l'amico ed il pietoso

O come un certo

E se di gloria amor non nieghi

Che non permetti o della stoa maestro

Il timor dell'infamia ? —

Pur quelle rose fur di naviganti

Industria e di botteghe, e matuttina

Cura del conscio specchio e dell'ancelle,

E fur sospiro di cotanti proci —

Come i gigli e il coral che dal sembiante

Sempre–velato d'Artemisia bionda

Tralucono soavi: in cocchio passa

E gli occhi aguzza la rival contessa

Perplessa dell'invidia — al dì seguente

Contro quei fiori van gli aerei lini

E i pizzi ad implorar la lavandaja.

Pur quelle rose fur di naviganti

Industria e di botteghe, e mattutino

Studio

Delle conscie fantesche impazienti

Delle maligne ancelle impazienti

E fur sospiro di cotanti proci

Caldo petto, acre ingegno, alma ....

A allor tutte consenti al tuo concetto

L'ale —.

Falsus honor juvat, et mendax infamia terret

Quem nisi mendosum et mendacem?

Ch'altri m'accusi, Ugo Brunetti, è giusto;

Giusto e conforme alla natura antica

Della stirpe d'Adamo. Erano quattro

I primi della terra abitatori;

Mancava il ferro:l'avarizia e l'ira

E l'invidia versuta erano allora

Come son oggi artefici e maestre

Di tradimento e di fraterne stragi.

Il pianto d'Eva si mesceva al sangue

Del trafitto figliuolo; e il fratricida

Andò poi raccogliendo a certe sedi

Gli uomini erranti, e fondò leggi e riti.

Storie son forse o allegorie ?

O Sapienti che aguzzaste gli occhi

Nell'umano animale e che l'ornaste

Di tanti vizj e di virtù cotante

Per definirlo ?

Ch'altri m'accusi, Ugo Brunetti, è giusto;

Giusto e conforme alla natura antica

Della stirpe d'Adamo. Erano quattro

I primi della terra abitatori

E il pianto d'Eva si mesceva al sangue

Del trafitto figliuolo. Il fratricida

Andò poi raccogliendo a certe sedi

Gli uomini erranti, e fondò leggi e riti.

Storie son forse o allegorie ? Consunta

Molta lucerna ho sui volumi ond'hanno

Tanti dotti mortali illuminate

Le carte ebree: — ov'era dubbio, è bujo.

Mancano l'armi ? arme più cauta e certa

È la parola:

Vede il giudice e il boja —

Mancano l'armi ? arme più cauta e certa

Non è forse la lingua ? Il masnadiere

Chiede l'oro o la vita; e la sua vita

Commette intanto al tuo valore, e al boja.

Ma chi t'impiaga con parole; ha seco

Il maligno che ride, ed il ciarliere

Che lo ripete, e il popolo che crede. —

Se tu affronti il nemico, egli ti fugge,

O ricusa, o si scusa: abbietta razza

E invereconda.

Nel viaggio della vita queste sono le

Tre scorte

Voi nel viaggio della vita sole

Fidate scorte nel mortal viaggio

Son queste doti:

Conosci l'uom, o che le glebe irrighi

Del suo suddore

Tanto conoscer l'uom quanto ti basti

Nè a disprezzarlo se le glebe irriga

De' suoi sudor; nè ad ammirarlo in trono:

Educar l'alma a non curar l'incerto

Rumor del mondo; e compatir l'umana

Natui'a al creder e al mentir propensa.

Chi fere più ? Chi le ferite teme.

E tal del brando di virtù fa stragi

Che non porria schermirsi. E tu che detti,

O Poeta che fai ? Satire scrivo

Satire; e forse mi do piè colla scure

.... confesso reo, satire scrivo.

Ma s'io non scrivo il ver perchè non ridi

O se me mordi a che mi lodi: o piace il mio vero

gli esempi;

Vedi se le lodi de' cattivi ch'io davo

Servono d'esempio alla tua cità (?) .... a

.... nè ad amare ....

I tuo (?) cari; e la poesia; a non vendere le muse

a servire la poesia e le muse tranquilamente, (?) a

ridersi appunto di tutti e di me anche per non

distorti (?) dala (?) via che ti sei fatta, e per aiuto (?)

al tuo viaggio, l'unica virtù (?) e la coscienza (?)

e seguo

anche io le mie passioni ? Le mie opinioni;

vedi poi che le applico; non le cose ( ?), ma

ciò che se ne fa sono gli esempi (?) — fu gia

in Atene, e Senofonte. —

Vedi .prima s'io i difetti, o le colpe, e questi

colpel con quelle dell'uomo (?) ....

e che io perdono (?)

alla ...., all' ...., e a' ceppi.

Ma quelle de' .... e degli impostori, e a che