Autografo Nazionale

By Ugo Foscolo

Il passato obbliasti, e i guai presenti,

Orator del congresso, oggi non curi?

O in te la patria e l'eloquenza dorme? —

L'eloquenza non so; m'è il cor maestro:

Ma nel passato io vivo, e l'avvenire

Scorgo talor: perch'io mi taccia, ascolta,

Canta il Meonio, e tu Plato con lui

Credevi, e sel credean l'età romane

Che quando un animal bipede e implume

Restituiva alle vicende eterne

Della materia il sangue algente e l'alma,

Le sue voci supreme erano voci

Che le più vere non vendeva Delfo

Nè minacciò Isaia. Ma poi che a Pluto

Rapia l'Elisio padiglion Satano,

E ch'ei detta a' morenti i codicilli

Rare son le agonie vaticinanti.

Rare; nè credo che Cassandra il lauro

Non spirin mai dal labbro a quanti or danno

Il novissimo vale all'universo,

Com'io non credo che ogni greco all'orco

Divinando n'andasse: Unico Dio

In noi, parmi, è l'ingegno, ov'egli taccia

Nè saggio vivi, nè morrai profeta.

Cecropida e Quirite (incliti nomi!)

A Pericle spremevi ampio oliveto

O stempravi al Felice e a suoi trecento

Nuovi coscritti col tuo sangue i rosei

Unguenti di Cirene; se tu potevi

Giumento in vita, andar Sibilla a morte?

Vulgo fu sempre il vulgo, era l'aratro

E il pane, e il Boja e sono e saran sempre

Nostri elementi: uom cieco accatta e passa.

Ugo, dove saetti oggi la punta

Di tue sentenze ? — A questo: Eran profeti

Molti, Giove imperante, oggi taluno.

Io mi vivrò uditor Pitagoreo

Poi cigno, o corvo, io mi morrò cantando.

Nè dato sempre è dir: Batti ed ascolta;

Che ti strozzan la vita e la parola —

Ambagi — Oh te beato! e non ti cuoce

Se non le intendi; accostati, e ti premi

Così al mio labbro, che non pur le orecchie

Venali de' Caffè, ma nè la mosca

Aleggiante su noi vaglia ad udirmi.

E quando sia ne' fati e nel tuo senno

Che al mio arcano tu nieghi ospizio fido,

Non t'esca, prego, come quel di Mida

Chè otterresti più fede — Or vedi sfinge

Canta ed impazza — Eccoti Edippo. Avrai,

Attico, estranio erede; a che non cerchi

A imene coro di figli e di nepoti ?

Non rispondeva il giusto Epicureo,

Ma ne' precordj santi il cor gli disse:

Silla regnò: di Giulio insanguinato

Splendea lo scettro; Antonio vidi, or regna

Ottavio: Roma a chi è più patria ? A plebe

Militante per arte: e dove i molti

Fien rudi e ciechi, ivi saran tiranni.

Poco dunque mi giova aver nepote

Che sia ludibrio a' magni imperadori.

E' fia terzo Catone ? e son più assai.

I Pretoriani; ond'ei verrà nell'urna

A insanguinar col suo teschio mozzato

Le mie ceneri quete: — Oh! ben vedeva

Quello spirto gentil. Augusto e Cajo,

Nerone, Costantino, e Soiti, e Papi

Dopo il Cesare tuo t'ebbero Italia.

Che fia di te non so; tel canti Ullino

Dalla negra foresta: io divo solo

Vedo Cesare nuovo. Il Sol dorava

La giuba del Leone in Oriente

E le piante e le fere e l'operosa

Umana plebe un bello inno mandava

A quella diva luce. Or come venne

A sommo il cielo fulminava i rai .

Tanto superbi, che animanti e fiumi

E la terra in altissimo spavento

Tacquero: solo si rivolse a lui

L'immortal Prometeo, siccome è fama,

Per pietà degli umani, e sì gli disse.

Sempre l'alterna vita alle mortali

Cose dispensi o Sole, e regni immoto,

Ma non sempre a' viventi occhi ti mostra

Quel radiante d'astri e di pianeti.

Padiglion dell'Olimpo; i nembi e gli Euri

L'etere velocissimi innondando

Le nubi assise sull'alpi, e il fumante

Vecchio oceano cui son dighe i cieli

Spesso i sentieri al nostro aer t'usurpa.

Muojono i dardi tuoi sul gelo antico

D'Atlante, e dove inviolate vanta

Ne' boschi le sue prime ombre la notte.

Così ordinò quell'Armonia che i mondi

Libra ne' campi aerei, e l'universa

Mole e l'eternità volve de' tempi,

Che ruota sul tuo capo un altro sole

Maggior di te; che al tuo splendor permette

Metà sol della terra, ed addormenta

L'altra nel peplo della notte ombroso.

Se troppo splendi, e sempre, e da pertutto

Arderà il Mondo. Europa e le sorelle

Non più t'invieran voti ed incenso

Mattutino dai monti, a te le selve

Agitate or dall'aure occidentali

Non pasceran nè molli ombre nè canto

D'augei; non suoneran giù per le valli

Riscintillanti del tuo raggio i fiumi

I deserti di Libia invaderanno

Quanta è la terra, e avran confine i mari.

Vere cose parlavi, o Prometeo;

Ma il tuo fato immortale a te non dava

Scampar dall'ira de' celesti sotto

Le grandi ale di Morte: il generoso

Cor che a nutrire il suo dolor valse

Al Ministro d'Olimpo or pasce il rostro.

Quando il mio sangue innaffierà con onde

Tarde e stagnanti il cor, nè più la speme

M'adescherà la vita a nuove cure,

Squarcerò quel regal paludamento

Che tanta piaga vela, e la mia voce

Volerà ovunque l'idioma suona

Aureo d'Italia allor ch'io sarò in parte

Ove folgore d'Aquila non giunge;

Ch'or mi torrebbe a te mio Giulio inerme

D'anni virili e di consiglio, e a Lei

Che il fato ne diè Madre; ed ella a noi

Orfani si fe scorta, e nel suo grembo

Scaldò l'ingegno mio sì che la fredda

Povertà non l'avvinse: oggi canuta

E sull'avello de' congiunti assisa

Del latte che ne porse aspetta il frutto.