BERATO
Volgi, ceruleo rio, le garrule onde
Colà di Luta ver la piaggia erbosa:
Verd'ombra il bosco intorno vi diffonde,
E in sul meriggio il Sol sopra vi posa:
Scuote il folto scopeto ispide fronde,
Dechina il fior la testa rugiadosa;
Alzalo il venticello e lo vezzeggia,
Quei mestamente languidetto ondeggia.
O venticello tremulo,
Par che il fioretto chiedagli,
Perché mi svegli tu?
Il nembo, il nembo appressasi,
Che già m'atterra e sfiorami;
Domani io non son più.
Verrà doman chi mi mirò pur oggi
Gaio di mia beltà;
Ei scorrerà col guardo e campi e poggi,
Ma non mi troverà.
Così d'Ossian ben tosto andranno in traccia
Di Cona i figli, allor che fia tra i spenti;
Usciran baldi i giovinetti a caccia,
Né udran la voce mia sonar su i venti.
Ov'è, diran dolenti,
Il figlio di Fingal chiaro nel canto?
E 'l volto bagnerà stilla di pianto.
Vieni dunque, o Malvina, e sin che puoi
L'alma cadente del cantor conforta:
Indi sotterra, al fin de' giorni suoi,
Nel campo amato la sua spoglia smorta.
Malvina, ove se' tu co' canti tuoi?
Che non t'appressi o mia fidata scorta?
Figlio d'Alpin, sei qui? che non rispondi?
Dolce Malvina mia, dove t'ascondi?
Cantor di Cona, pocanzi passai
Presso le torri antiche di Tarluta,
Né fumo vidi, né voce ascoltai;
Era ogni cosa di lutto vestuta.
Le vergini dell'arco addomandai;
Ciascuna abbassò gli occhi, e stette muta.
Avean d'oscuritade un sottil velo;
Pareano stelle in nebuloso cielo.
Oh noi dolenti e lassi!
Così presto sparisti, amata luce,
Lasciando tenebroso il piano e 'l monte?
Di tua partenza ai passi
Fu grazia e maestà compagna e duce,
Come a Luna che scende entro il gran fonte.
Ma noi con mesta fronte
Starem piagnendo a richiamarti invano:
Addio; dolce riposo
Godi, raggio amoroso,
Ma guarda almeno alla mia notte amara:
Lume non la rischiara,
Che di tetre meteore in ciel turbato:
Così presto, sparisti, o raggio amato?
Ma che veggo? che veggo?
Ah tu poggi ori-lucente
Come Sole in oriente,
A mirar l'ombre felici
Già dei nembi abitatrici,
E guidar festose danze
Là del tuono entro le stanze,
Fuor di cura egra mortal.
Pende nube alto sul Cona
Che pel ciel passeggia e tuona;
Di tempeste ha grave il grembo;
Ha di lampi acceso il lembo;
Dell'incarco alteri e lenti
Sotto lei rotano i venti
Di grand'ale armati il tergo:
Questo, sì, questo è l'albergo
Dell'altissimo Fingal.
In maestosa oscuritade ei siede;
Su i nembi ha 'l piede:
Il capo sovrasta,
Palleggia l'asta,
Il nero-brocchiero
Mezzo si tuffa entro i nebbiosi gorghi;
Luna par, che giù nell'onde
Di sua faccia ancor nasconde
L'una metà, con l'altra
D'un fioco raggio pinge
L'azzurra faccia di che il ciel si cinge.
Fanno cerchio al gran Re gli eroi possenti
Ad ascoltare intenti
Benché fioco
D'Ullino il canto,
Che al suon roco
D'aerea arpa si mesce; e stuolo intanto
D'eroi minor la sala
Fa di lugubre maestade adorna,
E di mille meteore il buio aggiorna.
Sulla nebbia mattutina
Vien Malvina;
Alle porte ella s'affaccia,
Ed ha sparso in su la faccia
Un amabile rossor.
L'ombre avite, in cui s'affisa,
Mal ravvisa;
L'occhio incerto gira intorno
Per l'incognito soggiorno
Con un trepido stupor.
E tu giungi sì tosto,
Disse Fingallo, o figlia
Del nobile Toscarre, a noi gradita?
Ma ben grave ferita
Fia questa al cor di quello a cui se' tolta:
Piangi in tenebre avvolta
Vedova Luta,
Cona dolente,
Vecchio deserto, desolato figlio,
Ove avrai più conforto, ove consiglio?
Già vien di Cona il ventolin sottile,
Che ti lambiva il crin:
Ei vien, ma tu sei lungi, ombra gentile;
Vattene, o ventolin.
Invano degli eroi l'arme percoti;
Gli eori son morti, e i loro alberghi vuoti.
Auretta, auretta tremola,
Va' di Malvina amabile
In suon pietoso e querulo
Sul sasso a mormorar.
Di Luta appresso il margine
Dietro la rupe inalzasi:
Partirono le vergini,
Tu sola, auretta querula,
Vi resti a sospirar.
Ma chi è quel che a noi lento avvicinasi?
Raccolte nubi i suoi passi sostengono:
L'azzurro corpo sopra l'asta inchinasi;
Al vento i crin di nebbia or vanno, or vengono:
Sul nubiloso viso
Par che spunti un sorriso:
Malvina, egli è tuo padre. Ah dunque, esclama,
Vaga stella di Luta,
Dunque a splender fra noi giungi sì presta?
Ma che romita e mesta
Eri, o figlia, laggiuso: i tuoi più cari
T'avean lasciata, e tu traevi in doglia
Tra la stirpe de' fiacchi i giorni tuoi.
Solo di tanti eroi,
Ossian re delle lancie in Cona è solo,
E brama dietro te levarsi a volo.
E ancora Ossian rammenti, o nato al carro
Prode Toscar? Molte battaglie insieme
Pugnammo in gioventù: brillar congiunte
Le nostre spade: al rimirarci in campo
Precipitar come due sconci massi
Dall'alto rotolantisi, tremanti
Feansi i nemici; ecco i guerrier di Cona,
Dicean, correndo pel sentier dei vinti.
Figlio d'Alpin, t'accosta al canto estremo
Della voce di Cona: entro il mio spirto
Ribollir sento le passate imprese
L'ultima volta; e la memoria ancora
D'un fioco lume i dì trascorsi irraggia
Nei giorni di Toscar... t'accosta, amico,
A udir d'Ossian cadente il canto estremo.
Ai cenni di Fingallo io tosto al vento
Spiegai le vele, avea Toscarre a lato,
L'eroe di Luta: noi drizzammo il corso
Verso l'ondi-cerchiata isola alpestre,
La tempestosa Berato. Sedea
Dianzi colà la maestosa forza
Del buon Larmorre, di Larmor che lieto
Le sue conche apprestò, quando sen venne
Nei dì d'Aganadeca al fero Starno
L'alto Fingallo: ei vi sedea, ma poi
Che la sua possa sotto il carco annoso
Fu vacillante, si destò l'orgoglio
D'Utalo il figlio suo, d'Utalo il bello
Amor delle donzelle, orror d'eroi.
Egli le braccia di Larmorre antico
Strinse di nodi, e si locò nel seggio
Del genitore oppresso. Il Re si stette
Più dì languendo entro una grotta oscura,
Lungo il rotante mar, grotta che mai
Non visitò la mattutina luce,
Né per la notte rischiarolla il foco
D'accesa quercia: d'ocean soltanto
Vi freme il vento, e nel passar la sguarda
L'ultimo raggio di cadente Luna,
O il luccicar d'una rossiccia stella,
Che tremola sull'onde e vi si tinge.
Alfin fuggendo per lo mar, di Selma
Venne Smito al regnante, il fido Smito,
Fin da' fresc'anni di Larmor compagno:
Venne, e del re di Berato dolente
Narrò la storia. Di magnanim'ira
Fingal s'accese, e tre fiate all'asta
Stese la man, che d'Utalo nel sangue
Già tingersi volea: se non che innanzi
Gli balenò di sue passate imprese
Tutta la luce; e con Toscarre invia
Me giovinetto al buon Larmorre. Un rivo
Di gioia, un rivo le nostr'alme allora
Tutte inondò; corremmo al mar, le spade
Snudammo a mezzo, impazienti, ardenti
Di bel foco guerrier, ch'allor soltanto
Il Re la prima volta a noi concesse
Il sospirato onor di pugnar soli.
Nell'ocean scese la notte: i venti
Sen giro altrove, mostrasi la Luna
Pallida e fredda, le rossicce stelle
Van trapungendo il vaporoso velo.
Lenta la nave si movea per l'alto
Ver la costa di Berato, rispinta
L'onda ai scogli fremea. Che voce è quella,
Disse Toscar, che a noi ne vien, confusa
Col rimbombo del mar? dolce, ma trista
Suona, qual d'ombre di cantori antichi.
Ossian, non veggo una donzella? è sola
Presso la rupe; la testa le pende
Sopra il braccio di neve, oscura al vento
Le svolazza la chioma: udiamne il canto,
O figlio di Fingal; somiglia al grato
Susurro placidissimo del Lava.
Giungemmo al golfo, ed ascoltammo intenti
La notturna donzella. - E fino a quando
Dovrò sentirvi a risonarmi intorno,
O sorde a' miei lamenti onde marine?
Lassa! non fu già sempre oscuro speco
L'albergo mio, né gli alberi e le balze
Della mia gioventù furo i compagni.
Nella sala di Tortomo la festa
Lieta spargeasi, s'allegrava il padre
Nell'udir la mia voce; i giovinetti
Gli occhi volgeano a' miei leggiadri passi,
E a Ninatoma dall'oscure chiome
Più d'un dolce sospir gemea dappresso.
Allor fu che giungesti, Utalo, adorno
Come il Sole del cielo; Utalo amato,
Ti vidi, e ti bramai: chi ti resiste,
O rapitor dei tenerelli cori?
Ma perché dunque tra 'l fragor dell'onde
Mi lasci egra e romita? ah di tua morte
Forse il nero pensier mi stagna in petto?
La mia candida mano ha forse il brando
Alzato contro te? Sir di Fintormo,
S'è pur tuo questo core, ah perché dunque,
Perché mi lasci prigioniera e sola?
Sgorgommi il pianto agli amorosi lai
Della donzella: a lei m'accosto, e parlo
Parole di pietade: o della grotta
Leggiadra abitatrice, a che sul labbro
Quel cocente sospiro? Ossian il brando
Inalzerà nel tuo cospetto, e questo
Forse fia scempio a' tuoi nemici: ah sorgi,
Bella figlia di Tortomo; le voci
Del tuo cordoglio assai compresi; intorno
Hai la di Selma generosa stirpe,
Che mai non fece agl'innocenti oltraggio,
E fa suo vanto il vendicar gli oppressi.
Vieni alle nostre navi, o più lucente
Di quella Luna che tramonta: il corso
Noi drizziamo a Fintormo, e non invano.
Ella avviossi; vestela beltade,
Leggiadria l'accompagna; appoco appoco
Va serenando quell'amabil volto
Una letizia tacita e pensosa.
Così talor nei dì di primavera
Le fosche nubi a un placidetto soffio
Lentamente si sgombrano: si volve
Ne' vaghi rai della spuntante luce
Il cheto rivo, e di fogliette sparse
Dall'aura del mattin l'onda verdeggia.
Apparve in cielo il primo albor; giungemmo
Alla baia di Rotma: uscì dal bosco
Feroce belva; il setoloso fianco
Passai coll'asta, e in rimirarne il sangue
Gioiami il cor, ch'era quel sangue il pegno
Di mia fama nascente. Ecco che a noi
Vien dall'alto Fintormo un suon confuso
Di grida e d'arme; Utalo è questo, egli esce
Alla caccia co' suoi: spargonsi quelli
Sopra la piaggia; ei lentamente avanza
Pien dell'orgoglio di sua possa; inalza
Due lance acute, ha il brando a lato; addietro
Tre giovinetti il seguono, portando
Gli archi forbiti; cinque veltri innanzi
Van saltellando. I suoi guerrier discosti
Si stan dal Duce, il portamento e gli atti
Meravigliando: maestoso e grande
Ha l'aspetto costui, ma l'alma ha scura,
Scura, qual faccia di turbata Luna
Di turbini foriera e di procelle.
Sorgemmo armati, e al suo cospetto innanzi
Femmoci alteramente; egli arrestossi
A mezzo il suo cammin; tosto i suoi fidi
Cerchio gli ferno; a noi s'avanza, e parla
Cantor canuto: E qual desio, stranieri,
Qua vi sospinse? a Berato chi giunge
Figlio è di sventurati; ei giunge al brando
D'Utalo il poderoso al carro nato.
Entro le sale sue giammai non suona
Conca ospital; bensì de' rivi suoi
Rosseggian l'onde di straniero sangue.
Da Selma forse, dall'eccelse mura
Veniste di Fingallo? e ben, mandate
Tre giovinetti ad annunziar la morte
Del popol suo: forse a tal nuova ei stesso
Fia che a Berato giunga, e del suo sangue
D'Utalo il forte tingerà la spada,
Onde poi cresca qual vivace pianta
La fama di Fintormo. - E che? tal fama
Troppo è sublime, onde toccar mai possa
Né al tuo signor, né ad alcun altro in terra.
Temerario cantor, diss'io, fremendo
Di generoso orgoglio: abbia negli occhi
Vampe di morte, chi Fingallo incontra
Forza è che tremi e si scolori in viso.
Spunta l'ombra di lui, ciascun paventa;
Egli esce, e i re sgombran qual nebbia al soffio
Del suo furor. Tre giovinetti andranno
Dunque a Fingallo ad arrecar novella
Che il suo popol cadeo? Cadrà fors'egli,
Ma inulto no, né senza fama. Io stetti
Nella mia possa alteramente oscuro,
E m'accinsi alla pugna: al fianco mio
Snudò il brando Toscar. Qual fiume in piena
Già trabocca il nemico, alzasi il misto
Suono di morte, fischiano per l'aria
Nembi di strali, suonano le lance
Sopra gli usberghi, curvansi le spade
Su i scudi infranti; uomo uomo afferra, acciaro
Sull'acciaro riverbera: qual fora
Lungo ululo di vento in bosco antico,
Qualor mille ombre imperversanti a prova
Nel tenebroso campo della notte
Fanno più monti di spezzate piante,
Tal della pugna era il rimbombo: alfine
Sotto il mio brando Utalo cadde, i figli
Di Berato fuggiro. Allor fu ch'io
Vidi il guerrier tutto qual era, e ad onta
Della sua feritade e dell'orgoglio,
Corsemi all'occhio una pietosa stilla
Per cotanta beltà: cadesti, io dissi,
Giovinetto arboscel; pur ti circonda
La natia tua bellezza, ah! tu cadesti
Lasciando il campo disadorno e ignudo:
Vengono i venti, ma più suon non esce
Da' tuoi rami atterrati; ancora in morte
Bello sei, giovinetto, e amore ispiri.
Stava la vaga Ninatoma intanto
Sopra la spiaggia: della zuffa intese
L'improvviso fragore e i rosseggianti
Lumi rivolse a Lemalo, il canuto
Cantor di Selma, che sul lido anch'esso
Con la figlia di Tortomo sedea.
Figlio dell'altra età, diss'ella, io sento
Lo strepito di morte: i duci tuoi
Con Utalo scontrarsi; il Re fia basso,
Fia basso, io lo pressento: oh foss'io stata
Nella mia grotta eternamente ascosta!
Mesta sarei, ma il doloroso annunzio
Della sua morte non verrebbe adesso
Sì crudamente a desolarmi il core.
Utalo, ah se' tu spento? in uno scoglio
Mi lasciasti, crudel; pur di te piena
Avea l'alma, di te. Sei spento, o caro?
Ah ti vedrò, ti stringerò. Piagnente
Sorge, ed avviasi frettolosa al campo.
Insanguinato d'Utalo lo scudo
Vede nella mia man, getta uno strido,
Smania, trova il suo ben, cade spirante
Sul corpo amato, e colle sparse chiome
Il caro volto impallidito adombra.
Mi scesero le lagrime, agli estinti
Ersi la tomba, e alzai note pietose.
Figli di gioventù, figli infelici,
Posate in pace a quel ruscello in riva:
Passeran cacciatori e cacciatrici
Sul vostro sasso, in vista afflitta e schiva.
Son mesti i cori di beltade amici,
Pietoso canto i vostri nomi avviva.
Già l'arpa in Selma sopra voi non tace;
Figli di gioventù, posate in pace.
Due dì restammo in su la spiaggia; i duci
Di Berato adunarsi; alle sue sale
Il buon Larmorre fra gioiosi canti
Riconducemmo, e risonar le conche.
Grande, esultante dell'Eroe canuto
Fu la letizia, in riveder de' padri
L'arme, quell'arme, ch'ei lasciò con doglia
Nella sala paterna, allor che sorse
D'Utalo l'alterezza. Alto levossi
La nostra fama; ei benedisse i duci
Di Selma, e festeggiò, che nota a lui
Non era ancor del figlio suo la morte.
Detto gli s'era ch'ei piagnente e tristo
Corse a inselvarsi entro i suoi boschi, e il padre
Lo si credea, ma quei dormia sepolto
Nella piaggia di Rotma eterno sonno.
Nel quarto dì spiegai le vele al fresco
Nordico vento: il buon Larmor sen venne
Fin sulla spiaggia ad onorarci, e il canto
Sciolsero i vati suoi: tutta era in festa
L'alma del Re; quando rivolse il guardo
Alla piaggia di Rotma, e di suo figlio
Vide la tomba sconosciuta: a un punto
La rimembranza d'Utalo gli corse
Ratta allo spirto, e domandò, chi mai
Giace colà de' miei guerrieri? un duce
Par che lo mostri il monumento: er'egli
Fra noi famoso, anzi che 'l folle orgoglio
D'Utalo si destasse?... oimè! che veggo?
Ohimè! figli di Berato, ciascuno
Tace, ciascun si volge altrove? ah! dunque
Dunque è spento mio figlio? Utalo, ah l'alma
Mi si strugge per te! benché il tuo braccio
Stender osasti contro il padre: oh fossi
Rimasto io sempre entro la grotta, ed egli
Fosse ancora in Fintormo! avrei sovente
Udito il calpestio de' piedi suoi,
Quand'ei giva alla caccia; avrebbe il vento
Recato a me della sua voce il suono,
Ristoro alla mia doglia: or ch'egli è spento,
Non ho più speme né conforto in terra,
E saran sempre le mie meste sale
Di muta solitudine soggiorno.
Tai fur l'imprese mie, figlio d'Alpino,
Quando reggeva l'animoso braccio
Forza di gioventù; tai fur l'imprese
Del figlio di Colonco al carro nato,
Del gran Toscarre: ahi che Toscarre adesso
Per le nubi passeggia, ed io son solo
Sulle rive del Luta; è la mia voce
Quasi l'ultimo gemito del vento,
Quando il bosco abbandona. Ah! solo al lungo
Ossian non rimarrà; veggo la nebbia
Che a me fatto già vuota ed azzurra ombra
Darà ricetto, quella nebbia io veggo
Che ordirà le mie vesti allor che lento
N'andrò poggiando ver l'aerea reggia.
Mi guarderanno i tralignati figli,
E ammireran la meastosa forma
De' prischi eroi; poi rannicchiati e stretti
Dentro le grotte cercheran riparo,
Guardando paurosi ai passi miei
Che trarran dietro sé striscia di nembi.
Vieni, figlio d'Alpino, il vacillante
Vecchio sostenta, e a' suoi boschi lo guida.
I venti si sollevano, gorgoglia
L'onda del lago: un albero sul Mora,
Di', non si curva ad un gagliardo soffio?
Pende colà da uno sfrondato ramo
L'arpa di Cona, un lamentevol suono
Esce dalle sue corde: arpa leggiadra,
Deh dimmi, è il vento che ti scote? o un'ombra
Ti tocca e passa? ah la conosco, è questa
La bianca mano di Malvina: accorri,
Figlio d'Alpin, l'arpa m'arreca, io voglio
Toccarla ancora, ancor vaghezza io sento
Di sciorre un canto; l'anima a quel suono
Passerà dolcemente, i padri miei
Lieti l'udranno; penderan coi volti
Fuor delle nubi, e stenderan le braccia
Ad accorre il lor figlio. Ecco si curva
per udirmi la quercia, e col suo musco
Par che pietosa al mio partir sospiri:
Fischia l'arida felce, e colle fronde
S'intralcia e mesce fra i canuti crini.
L'arpa colpiscasi,
I canti inalzinsi,
Venti appressatevi,
Portate il flebile
Suono all'aerea
Sala, ove assidesi
L'alto di Selma impareggiabil Re.
A lui portatelo,
Perch'oda l'ultima
Voce piacevole
Del figlio armonico,
Che co' suoi cantici
Rese sì celebre
La schiatta degli eroi che più non è.
L'aura del norte
Schiude le porte
Del tuo soggiorno, o padre, e a me ti mostra
Fra la tua nebbia assiso
D'arme fosco-lucente:
Or non è più il tuo viso
Il terror del possente:
Sembra di nube acquosa,
Allor che lagrimosa
S'affaccia agli orli suoi gemina stella.
Vecchia Luna che manca
Sembra il ceruleo scudo, ed è la spada
Striscia sbiadata e stanca
Di vermiglio vapor ch'aura dirada:
Fiacco e fosco è quel Duce,
Che dianzi veleggiava in mar di luce.
Ma che? se più non sei quaggiuso in terra
Degli eroi lo spavento,
Il tuo regno nell'aere eterno dura.
Colà porti a tua voglia e pace e guerra;
Leghi, o sprigioni il vento,
E la tempesta in la tua man s'oscura.
Furibondo
Scuoti il mondo,
Il Sole afferri,
E lo rinserri
Sotto un monte di nubi, ove t'accampi;
Fra tuoni e lampi
Mille scrosci di pioggia esse disserrano,
E de' mortali l'anime s'atterrano.
Ma se tu sgombri il nubiloso velo,
Sta presso te l'auretta del mattino,
Sorride il Sole, e si rallegra il cielo,
Dolce garrisce il bel rivo azzurrino;
Verdi cespugli sul nativo stelo
Rizzano il capo già dimesso e chino,
E i cavrioli su l'erbette fresche
Van saltellando con festose tresche.
Silenzio: io sento un mormorio piacevole,
Parmi udir voci che di là mi chiamano:
Questa è la voce di Fingal, ma fievole;
Gli orecchi miei gran tempo è che la bramano.
Vieni, Ossian vieni alla cerulea chiostra;
Assai di fama al genitor donasti:
Sian muti i campi della gloria nostra,
Pur fia che 'l nome all'altre età sovrasti;
Alle quattro mie pietre ognun si prostra;
Sonò d'Ossian la voce, omai ci basti:
Vieni, figlio diletto, ah vieni a noi,
Già si stendon le braccia i padri tuoi.
E ben, padri famosi, a voi ne vegno,
Più qui non ho sostegno,
Presso è la mia partita,
Manca d'Ossian la vita;
Fioca è la voce,
Ne trema il passo,
Svaniscon l'orme,
O Cona, o Selma, il buon cantor s'addorme.
Pian piano io m'addormento
Dietro quel sasso là,
E per destarmi il vento
Indarno fischierà.
Gli occhi ho pesanti; e interminabil notte
Vien su quelli a posar:
Torna, o vento cortese, alle tue grotte;
Tu non mi puoi destar.
Or via, perché sei mesto,
O figlio di Fingal, perché s'inalza
Nuvola di tristezza, e 'l cor t'ingombra?
Quanti passar com'ombra
Dei duci antichi e senza onor di fama!
Tutti un giorno ci chiama, e un giorno estremo
Richiamerà (com'essi)
I figli ancor della futura etade.
Altra sorge, altra cade
Delle schiatte mortali: esse son onde,
O pure in Morven fronde:
Cadono queste, il vento le disperde,
Succedon altre, e l'arboscel rinverde.
Durò la tua bellezza,
O vago Rino? o mio diletto Oscarre,
La tua possa durò? Fingallo istesso
Svanì, Fingallo, il domator d'eroi;
E più de' passi suoi
Or non si scorge un sol vestigio impresso.
E tu, cantore antico,
Quando tutti mancar, tu sol vivrai?
Parti tranquillo omai:
O Cona, o Selma, o patri monti, addio:
Parto, ma il nome mio
Tra voi rimansi; ei crescerà qual suole
Quercia in Morven selvosa,
Che ingagliardisce al furiar del vento;
E ai nembi e alla tempesta
Forte di mille rami offre la testa.