Biasima l'ignoranza et avarizia de' principi, appagandosi della povertà delle Mu...

By Girolamo Fontanella

Già d'una piva insuperbito e vano,

Che gli pendea dal setoloso collo,

Sì gonfio si levò Satiro insano,

Ch'osò sfidar, prosuntuoso, Apollo.

“O tu”, dicea, “che con aurato scettro

Ti fai signor de l'eliconio fiume,

Non ti vantar, s'hai ne la mano il plettro,

Che non è tuo, ma del cillenio nume.

Cedi il tuo vanto a l'armonia ch'io reco

Con una canna industriosa et alma,

Ma se ceder non vuoi, provati meco,

E premio sia del vincitor la palma.

Prendi il telar de le tue varie corde,

Ove in musica tela ordisci il suono,

E vedi poi chi nel sonar concorde

Fa di noi due più grazioso il tuono.

Io d'armoniche fila ordine industre

Luminoso non ho pettine bello,

Ma con un legno ruvido e palustre

Ti sfido intanto a singolar duello”.

Udio la voce il biondo arcier canoro

Del vantator del rusticale arnese,

Et armando la man di cetra d'oro,

Guerrier canoro a la disfida scese.

Cinto colà da montanaro stuolo,

Fatto l'arcade re giudice al canto,

Dal commune parer discorde ei solo,

Il castalio signor pospose al vanto.

Di ciò sdegnato il sagittario biondo,

Ch'è de la lira armonioso arciero,

Per castigar tanta follia nel mondo,

Rese a Mida l'orecchio ispido e nero.

Ma per coprir l'ingiurioso scorno,

Che deforme rendea la regia testa,

La corona adoprò, ch'intorno intorno

Di scoltura gemmata era contesta.

Con esempio sì bello attica Musa

Sotto favola finta il ver ragiona,

Che spesso mente torbida e confusa

Va sotto ricca imperial corona.

Chiude orecchio di Mida in aurea fascia

Ricco signor, che vanità gradisce;

Perir gl'ingegni amaramente lascia,

Le Muse sprezza e le virtù bandisce.

Negletti in corte i peregrini cigni,

Agiato nido al poetar non hanno;

Sotto fero tenor d'astri maligni

D'una in altra città dispersi vanno.

Non è chi merchi i lor soavi accenti,

Sol per desio d'immortalarsi almeno;

Per inchiostri non cambia ori et argenti:

Così bollente ha d'avarizia il seno.

Va ne le regie a celebrar talora

Gli eroici vanti un peregrino ingegno;

Ei mal gradito, e mal veduto ancora,

Premio non trova al suo gran merto degno.

Contro irata Fortuna ei per riparo

Una povera lira in man si prende;

Un frutto coglie in guiderdone amaro,

Ch'inasprisce la lingua e 'l gusto offende.

Deh! tornate a la luce, al mondo voi,

Mecenati famosi, eccelsi Augusti,

Ch'i poetici ingegni e i sacri eroi

Accoglieste a tuttor, pietosi e giusti.

OGGI al mondo non è chi, largo e pio,

Amico venga a sollevar le Muse;

Per cibo un lauro e per bevanda un rio

Hanno in cima ad un colle, accolte e chiuse.

Più d'un nobile ingegno e più d'un vate

Sotto scarso destin perir si vede,

Ma colpa sol de la moderna etate,

Che nega avara a la virtù mercede.

Tesse eroico scrittor bellici vanti,

Con la penna intrecciando almi episodi;

Ma dai versi non prende altro che vanti,

E per lodi non coglie altro che lodi.

Sparge in mezzo le corti un'aurea vena

Di faconda armonia ch'in versi scioglie,

Ma da mano real, cortese e piena,

Vena prodiga d'or giamai non coglie.

Stima il garrulo vulgo un che, togato,

Giudica ne le Rote i dritti e i torti,

Un ch'ha la lite e la discordia a lato,

Cicalator, mormorator di corti.

Un, che d'Astrea torcendo i puri sensi,

La nuda verità veste di frode;

Corvo inuman, ch'ove a litigio viensi,

De l'altrui mal, come suo ben, si gode.

E chi d'Apollo imitator ne l'arte

Ai bianchi cigni è in purità simile,

Che spira amor da le sue belle carte,

Come inutile e vano, ei prende a vile.

O di secolo pravo insania folle,

Che l'umano giudizio ombra et appanna!

Parolette e menzogne il mondo estolle,

E i poetici studi a terra danna.

Ma stiasi pur nel suo parer fallace

La sciocca plebe a vil guadagno intesa,

Ch'in sì povero stato avendo io pace,

Lasciar non vo' l'incominciata impresa.

Benché frutti non abbia il sacro monte,

E miniere produr non sappia d'auro,

Benché poveri umor stilli il suo fonte,

In sì povero umor prendo ristauro.

Più mi giova raccor sterile alloro

Tra i silenzi di Pindo alti e divini,

Che tra fremiti rei del rauco foro

Di fruttifera palma ornarmi i crini.

M'è più grato fra' cigni essere accolto,

Lunge avendo da me discordie e liti,

Che di garrulo stuol, fallace e stolto,

I vani applausi e i popolari inviti.

Leggi e riti d'Astrea né do, né prendo,

Nel causidico foro amati tanto;

Reggo me stesso, e quelle norme apprendo

Che fan puro lo stil, perfetto il canto.