CALLIN DI CLUTA

By Melchiorre Cesarotti

Solingo raggio della notte bruna,

Vientene a me, che anch'io son desto e gemo.

Odo sbuffarti da' lor colli intorno

I venti mormorevoli; e dei venti

Erran sull'ale con vermiglie vesti

L'ombre de' morti, e n'han diporto e gioia.

Ma gioia Ossian non sente: o man gentile,

Man dell'arpe di Luta animatrice,

Pur nel canto è letizia; ah tu risveglia

La voce della corda, e ad Ossian mesto

L'anima fuggitiva in sen riversa.

Ella è un arido rio, sgorgavi il canto,

Sgorga il canto, o Malvina, e ne lo avviva.

T'ascolto sì, notturno raggio, oh segui.

Perché t'arresti? a cacciator che fosca

Passò la notte in torbida tempesta;

Qual è garrito di spicciante rivo,

Che di minuti sprizzi al Sol nascente

I giovinetti rai scherzoso irrora;

Tale all'amico degli eroici spirti

La voce amabilissima di Luta

Molce l'orecchio. Ah qual tremore! il petto

Gonfiasi, il cor mi balza; io guardo addietro

Sugli anni che passar: solingo raggio,

Vientene a me, ch'io già m'infoco e canto.

Nel seno di Carmona un dì vedemmo

Un legno saltellar: pendea dall'alto

Spezzato scudo, e lo segnavan l'orme

Di mal rasciutto sangue. Un giovinetto

Fecesi innanzi in suo guerriero arnese,

E alzò la lancia rintuzzata; lunghe

Per le guance di lagrime stillanti

Le ciocche penzolavano del crine

Scompostamente: l'ospital sua conca

Il Re gli porge: lo stranier favella.

Nelle sue stanze entro il suo sangue immerso

Giace Cammol di Cluta: il fier Ducarmo

Vide Lunilla, se ne accese, e al padre,

Avverso all'amor suo, trafisse il fianco.

Io pel deserto m'aggirava; il truce

Fuggì di notte. Abbia per te, Fingallo,

Callin soccorso, il genitor vendetta.

Io non cercai di te, come si cerca

Da peregrino in nubilosa terra

Fioco barlume; o pro' Fingal, di fama

Assai da lungi altero Sol sfavilli.

Il Re volsesi intorno; al suo cospetto

Sorgemmo armati: ma chi fia che inalzi

Lo scudo in guerra? ognun lo brama e chiede.

Scese la notte; taciturni allora

Noi ci avviammo lentamente al muto

Colle dei spirti, onde scendesser quelli

Nei nostri sogni a disegnar pel campo

Un de' lor figli: ciaschedun tre volte

Colpì lo scudo eccitator dei morti,

E tre con basso mormorio di canto

Chiamò l'ombre de' padri, indi sé stesso

Commise ai sogni. Mi s'affaccia al guardo

Tremmorre, altera forma; azzurra addietro

Stavagli l'oste in mal distinte file.

Fuor per la nebbia travedeasi a stento

L'aspro azzuffarsi dell'aeree schiere,

E l'aste irate che stendeansi a morte.

Tesi l'orecchio, ma distinto suono

Di lor non esce, e sol s'udiva un fischio

Di vuoto vento; io mi riscossi: il crollo

Della quercia vicina, e l'improvviso

Zufolar del mio crine a me fu segno

Del partirsi dell'ombre. Io dal suo ramo

Spiccai lo scudo; avvicinarsi io sento

Un cigolio d'acciaro: Oscar di Lego

Era questi, Oscar mio: l'ombre degli avi

S'eran mostre al suo sogno. O padre, ei disse,

Siccome nembo lungo il mar, tal io

Terrò per l'ocean rapido il corso

Ver la nemica spiaggia: i morti, i morti

Vidi, o mio padre; l'anima m'esulta,

E trabocca di gioia: io veggo, o parmi,

Già la mia fama sfolgorarmi a fronte,

Qual su nube talor vivida lista

D'orata luce, allor che il Sol si mostra,

Disfavillante peregrin del cielo.

Oscar, diss'io, no non fia ver che solo

Col nemico t'affronti; io verrò teco

Al boscoso Lumon; pugnano, o figlio,

Pugnan congiunti, qual da un balzo istesso

Aquile due con intrecciate penne

Fannosi incontro alla corsia del vento.

Spiegai le vele: da tre navi intenti

I morveni guerrier fean segno al guardo

D'Ossian lo scudo alto pendente, ed io

Giva coll'occhio per lo ciel seguendo

La rossa fenditrice delle nubi,

La notturna Tontena: aura cortese

M'assecondò; nel quarto giorno m'apparve

Fra la nebbia Lumon, Lumon che al vento

Co' cento boschi suoi ramoso ondeggia.

Segna un vario alternar di luce e d'ombra

L'ermo suo fianco; spicciano dai massi

Spumose fonti: di que' colli in grembo

Verde piaggia sottendesi, che irriga

Più d'un ceruleo rivo: ivi tra l'alte

Frondose querce, degli antichi regi

Sorgea l'albergo, ma silenzio e notte

Da lungo tempo nell'erbosa Racco

Seggio avea posto; che l'amena valle

La schiatta de' suoi re piangea già spenta.

Colà colle sue genti il rio Ducarmo

Si ritrasse dal mar: Tontena ascosto

Avea il suo capo tra le nubi; ei scese,

E raccolse le vele, indi i suoi passi

Drizzò sul poggio, a far prova dell'arco

Contro i cervi di Racco. Io giungo, e tosto

Mando cantor che alla tenzon lo sfidi.

Gioioso egli l'udì: l'alma del Duce

Era una vampa, ma feral, ma torba,

Solcata di fumose orride strisce;

N'era il braccio gagliardo, i fatti oscuri.

Notte abbuiossi: noi sedemmo al raggio

D'accesa quercia: il giovine di Cluta

Stava in disparte: in pensier vari errante

Ne parea l'alma: come il cielo a sera

In poco spazio a più color si tinge

Per variate nubi, in cotal guisa

Varie tingeano di color vicende

La guancia di Callin, bella a vedersi

Qualora il vento sollevava il crine

Che feale ingombro. Io non mi spinsi ardito

Fra' suoi pensier con importune voci;

Sol volli il canto si sciogliesse. Oscarre,

Diss'io, t'è noto de' morveni regi

Qual sia l'usanza; a te s'aspetta il poggio

Tener di notte, a te picchiar lo scudo;

Che a te col giorno di guidar le squadre

L'onor concedo: io mi starò sul monte,

Te rimirando qual terribil forma

Guidatrice di nembi: antico esempio

Così m'insegna (che agli antichi tempi

Corre ognor l'alma mia) gli anni trascorsi

Segnati son da gloriosi fatti.

Come il notturno solcator dell'onde

Drizza l'occhio a Tontena, i sguardi nostri

Tal per sua scorta a contemplar son volti

Tremmor, padre di Re. Colà sul campo

Di Caraca echeggiante un dì Carmalo

Versata avea la gorgogliante piena

Delle sue squadre; le seguiano in frotta

Cantor di bianchi crini, e parean massa

D'accolte spume sulla faccia erranti

Di tempestosi flutti: essi col guardo

Rosso-rotante, e col focoso canto

Foco acceser di guerra; e non già soli

Gli abitatori delle balze audaci

Stavan nell'arme: era con essi un tetro

Figlio di Loda, formidabil voce,

Che nell'oscuro suo terren solea

Chiamar l'ombre dall'alto. Era sua stanza

Ermo, deserto, disfrondato bosco

Nell'alpestre Loclin; quattro gran massi

V'ergean presso i lor capi, indi rugghiando

Un torrente precipita, e rintrona

L'aere da lungi: ei quel fragor vincendo

Spingea su i venti il poderoso suono

Ben inteso dall'ombre, allor che intorno

Listate i vanni di vermiglie strisce

Le meteore svolazzano, e la luna

Fosco-crostata per lo ciel passeggia.

Alto in quel dì l'imperiosa voce

Suonò all'orecchio degli spirti, e quelli

Sceser con rombo d'aquiline penne,

Ed ululando scompigliaro il campo

Con tresche spaventevoli; ma tema

Non scende in cor de' regi; armati ed ombre

Sfida l'alto Tremmor. Stavagli a fianco

Tratalo suo, nascente luce: è buio:

E di Loda il cantore i suoi di guerra

Segni spargea: non hai codardi a fronte,

Figlio d'estranio suol. Sorse di morte

Fera battaglia, a' due campion gioconda,

Qual se a placido lago auretta estiva

Col soave aleggiar l'onde vezzeggia.

Cesse al figlio Tremmor: che del Re nota

Era la fama: innanzi al padre, all'arme

Tratalo corse, e Caraca echeggiante

Tomba fu dei nemici. Illustri fatti

Gli anni che già passar segnano, o figlio.

Sorse in Racco il mattino: armato in campo

Uscì 'l nemico: strepita la mischia

Qual rugghiar di torrente. Appo la quercia,

Vedi, pugnano i Re: l'alte lor forme

Tra le abbaglianti dell'acciar scintille

S'adombrano di luce: è tal lo scontro

Di due meteore su notturna valle,

Ch'indi balena di vermiglio lume

Foriero di tempesta: entro il suo sangue

Giace Ducarmo rovesciato, vinse

D'Ossian il figlio, ei non innocua in guerra,

Vaga maestra dell'arpe, avea la destra.

Lungi dal campo era Callin; sedea

Ei sulle sponde di spumante rivo,

A cui più massi fean corona, ed ombra

Ramose scope d'agitabil fronda.

Ei tratto tratto la riversa lancia

Diguazzava nell'onde. Oscarre a quello

Recò l'arnese di Ducarmo, e l'elmo

Largo-crestato di tremanti penne,

E lo gli pose al piè. Già spenti, ei disse,

Sono i nemici di tuo padre; errando

Or van nel campo degli spirti; a Selma

Vola auretta di fama: a che sei fosco,

Duce di Cluta? di cordoglio ancora

Qual hai soggetto? - Valoroso figlio

D'Ossian dall'arpe, io son confuso e mesto:

Io veggo l'arme di Cammol: t'accosta,

Prendi l'arnese di Callin, l'appendi

Nelle sale di Selma, onde sia questo

Nella tua terra monumento eterno

Del caso mio, del tuo valor. L'usbergo

Cadde dal bianco sen; ravvisa Oscarre

Lanilla istessa, di Cammol la figlia,

Dalla morbida mano: avea Ducarmo

Visto la sua beltà, di notte al Clusa

Corse a rapirla; a lui coll'arme incontro

Fessi Cammol, ma cadde: egli tre giorni

Abitò colla vergine, nel quarto

Ella armata fuggì; che ben rimembra

Suo regal sangue, e il cor d'onta le scoppia.

O figlia di Toscarre, a che narrarti

Ossian dovrà, come Lonilla afflitta

Gisse mancando? La sua tomba è posta

Sul giuncoso Lumone; a quella intorno

Errando va nei giorni della doglia

La pensosa Sulmalla: ella più volte

Toccò la flebil arpa, e alla bell'ombra

Sciolse il canto gentil. Raggio notturno,

Meco ti sta', che anch'io son desto e gemo.