CALTO E COLAMA

By Melchiorre Cesarotti

Dolce è 'l suon del tuo canto, o della rupe

Solingo abitator, che a me sen viene

Sopra il corrente mormorio del rivo

Per la ristretta valle: alla tua voce

Il mio spirto, o stranier, s'avviva e desta.

Ecco la man stendo alla lancia, come

Nei dì di gioventù; la mano io stendo,

Ma quella è fiacca, e 'l petto alza il sospiro.

Di', figlio della rupe, udir vuoi forse

D'Ossian il canto? dei trascorsi tempi

L'anima ho piena, e dentro il cor la gioia

Della mia gioventù rinascer sento.

Così si mostra in occidente il Sole,

Poiché dietro ad un nembo ei volse i passi

Del suo splendor: le rugiadose cime

Alzano i verdi colli, e via serpeggia

Il ceruleo ruscel garrulo e vivo:

Esce il vecchio guerrier sul baston chino,

E splende al raggio la canuta chioma.

Dimmi, straniero, in quella sala appeso

Non vedi tu uno scudo? esso è segnato

Dai colpi della zuffa; è dell'acciaro

La lucidezza rugginosa e fosca.

Duntalmo, il sire dell'acquoso Teuta,

Quello scudo portò, Duntalmo in guerra

Già portarlo solea, pria che per l'asta

D'Ossian cadesse: o della rupe figlio,

De' passati anni miei la storia ascolta.

Reggea 'l Cluta Ratmor: dei mesti e oppressi

Era la sua magion rifugio e porto.

Sempre le porte sue dischiuse, e sempre

N'era in pronto la festa; a lui venieno

Dello straniero i figli, e, benedetto

Sia di Ratmorre il generoso spirto,

Giano esclamando; si scioglieano i canti,

Si toccavano l'arpe, onde agli afflitti

Raggio di gioia risplendea sul volto.

Venne il truce Duntalmo, ed avventossi

Contro Ratmor; vinse il signor del Cluta,

Duntalmo ne fremè; tornò di notte

Con le sue squadre; il gran Ratmor cadeo

In quelle sale istesse, ove ai stranieri

Sì spesso egli apprestò conviti e feste.

Eran del buon Ratmorre al carro nato

Calto e Colmarte giovinetti figli:

Ambo spiranti fanciullesca gioia

Vennero al padre suo; videro il padre

Nel sangue immerso, e si stempraro in pianto.

Al tenero spettacolo e pietoso

Duntalmo s'ammollì: seco alle torri

Gli condusse d'Alteuta: entro la casa

Crebber del lor nemico: in sua presenza

Piegavan l'arco, e uscian con esso in guerra.

Ma dei loro avi le atterrate mura

Videro intanto, nelle patrie sale

Vider la spina verdeggiar; di pianto

Bagnansi occultamente, e su i lor volti

Siede tristezza. Del lor duol s'accorse

Il fier Duntalmo, e s'oscurò nell'alma;

Pensa di porgli a morte: in duo caverne

Rinchiuse i due garzon, sulle echeggianti

Rive del Teuta, ove giammai non giunse

Raggio di Sole o di notturna Luna.

Stavano i figli di Ratmorre in cupa

Notte sepolti, e prevedean la morte.

In suo segreto piansene la figlia

Del fier Duntalmo, Colama la bella

Di brevi ciglia e d'azzurrino sguardo.

L'occhio suo s'era volto ascosamente

Su Calto, e della sua soavitade

L'anima della vergine era piena.

Tremò pel suo guerrier; ma che mai puote

Colama far? non era a inalzar l'asta

Atto il suo braccio, né formato è 'l brando

Per quel tenero fianco; il sen di neve

Non sorse mai sotto l'usbergo, e l'occhio

Era tutt'altro che terror d'eroi.

Che puoi tu far pel tuo cadente duce,

Colama bella? Vacillanti, incerti

Sono i suoi passi, e sciolto il crine, e in mezzo

Delle lagrime sue feroce ha 'l guardo.

Va di notte alla sala; arma d'acciaro

L'amabile sua forma (arnese è questo

D'un giovine guerrier, che nella prima

Di sue pugne cadette) alla caverna

Vola di Calto, e lui da ceppi scioglie.

O sorgi, figlio di Ratmor, su sorgi,

Disse, buia è la notte; al re di Selma

Tosto fuggiam: son di Langallo il figlio,

Che di tuo padre in la magion si stava.

Il tenebroso tuo soggiorno intesi,

E mi si scosse il cor: signor di Cluta,

Sorgi, sorgi, fuggiam, la notte è nera.

Donde ne vieni, o benedetta voce?

Calto rispose; dalle nubi forse

Fosco-rotanti? perché spesso l'ombre

De' suoi grand'avi nei notturni sogni

Vengono a Calto, dacché il Sol s'asconde

Alle mie luci, e tenebror mi cinge.

O se' tu 'l figlio di Langal, quel duce

Che sul Cluta vid'io? Ma deggio io dunque

A Fingallo fuggire, e qui fra' ceppi

Lasciar Colmarte? io fuggironne a Selma,

Mentr'ei sepolto in tenebre sen giace?

No, figlio di Langal, dammi quell'asta,

O salverò il fratello, o morrò seco.

Mille eroi, replicò, fanno a Colmarte

Cerchio con l'aste; e che può mai far Calto

Contro un'oste sì grande? al re di Morven

Fuggiamo immantinente: in tua difesa

Armato ei scenderà: steso è 'l suo braccio

Sugl'infelici, e gl'innocenti oppressi

Circonda il lampo dell'invitta spada.

Su, figlio di Ratmor; dilegueransi

L'ombre notturne, i passi tuoi nel campo

Discoprirà Duntalmo, e tu dovrai

Cader nel fior di giovinezza estinto.

Sospiroso ei s'alzò; pianse lasciando

L'infelice Colmarte: ei giunse in Selma

Con la donzella, e non sapea qual era.

Copre l'elmetto l'amorosa faccia,

E sorge il molle sen sotto l'usbergo.

Tornò Fingallo dalla caccia, e scorse

Gli amabili stranieri entro la sala,

Come due raggi d'improvvisa luce.

Intese il Re la dolorosa istoria;

Gli occhi intorno girò: ben mille eroi

S'alzaro a un tempo, e domandar la guerra.

Scesi dal monte con la lancia, e in petto

Scorsemi tosto bellicosa gioia,

Che in mezzo alle sue squadre, ad Ossian volto

Così 'l Re favellò: su sorgi, ei disse,

Figlio del mio valor; di Fingal l'asta

Prendi, e vanne di Teuta all'ampio fiume

Di Colmarte in soccorso. Il tuo ritorno

Fama preceda, qual soave auretta,

Sicch'io l'ascolti, e mi s'allegri il core

Sul figlio mio, che de' grand'avi nostri

Rinnovella la gloria. Ossian, tempesta

Fà che sii nel pugnar; ma poiché vinti

Sono i nemici, sii placido, e dolce.

Per questa via crebbe il mio nome, o figlio;

Somiglia il padre tuo. Quando gli alteri

Vengono alle mie sale, io non li degno

Pur d'uno sguardo; ma il mio braccio è steso

Sugl'infelici, e lor copre con l'ombra,

E la mia spada all'innocenza è schermo.

Tutto allegraimi in ascoltar le voci

Di Fingallo, e vestii l'arme sonanti.

Sorsemi al fianco Diarano, e Dargo

Re delle lance; giovani trecento

Seguiro i passi miei: stavanmi accanto

Gli amabili stranieri. Udì Duntalmo

Del nostro arrivo il suon, tutta di Teuta

La possa ei radunò: l'oste nemica

S'arrestò sopra un colle, e parean rupi

Rotte dal tuon, quando sfrondate e chine

Restan le piante inaridite, e 'l rivo

Di sgorgar cessa da' concavi massi.

Scorrean a' piedi del nemico oscuro

L'orgogliose del Teuta onde spumanti.

Mandai cantor, che la tenzon nel campo

A Duntalmo offerisse: egli sorrise

Amaramente in suo feroce orgoglio,

L'oste sua variabile aggiravasi

Sul colle, come nube allor che 'l vento

Il fosco sen ne investe, e alternamente

A sprazzi, e squarci la disperde, e volve.

Ecco apparir da mille ceppi avvinto

Lungo il Teuta Colmarte: ha pieno il volto

D'amabile tristezza: ei fitto il guardo

Tien sugli amici suoi, che in suo soccorso

Stavamo armati in sull'opposta sponda.

Venne Duntalmo, alzò la lancia, e 'l fianco

All'eroe trapassò: nel proprio sangue

Rotolò sulla spiaggia; udimmo i suoi

Rotti sospiri. In un balen nell'onda

Slanciasi Calto, io m'avanzai con l'asta.

Cadde di Teuta l'orgogliosa stirpe

Innanzi a noi, piombò la notte: in mezzo

D'annoso bosco si posò Duntalmo

Sopra una roccia; ira e furor nel petto

Contro Calto gli ardea: ma Calto immerso

Stava nel suo dolor; piange Colmarte,

Colmarte ucciso in giovinezza, innanzi

Che sorgesse il suo nome. Io comandai

Che s'inalzasse la canzon del pianto

Per consolar l'addolorato duce;

Ma quei sedea sotto una pianta, e l'asta

Spesso a terra gittava. A lui dappresso

Il bell'occhio di Colama volgeasi

Entro a segreta lagrima natante;

Ch'ella vicina prevedea la morte

O di Duntalmo, o del guerrier del Cluta.

Mezza notte varcò: stavan sul campo

Buio, e silenzio: riposava il sonno

Sulle ciglia ai guerrier; calmata s'era

L'alma di Calto; avea socchiusi gli occhi,

Ed insensibilmente nell'orecchio

Iva mancando il mormorio del Teuta.

Ecco pallida pallida, mostrante

Le sue ferite, di Colmarte l'ombra

A lui venirne; ella chinò la testa

Verso di Calto, e alzò la debol voce.

Dorme tranquillo di Ratmorre il figlio,

Mentre spento è 'l fratel? pur sempre assieme

N'andammo a caccia, assieme i snelli cervi

Sempre usammo inseguir: non ti scordasti

Del tuo fratel, finché morte non ebbe

Inaridito il fior della sua vita:

Pallido io giaccio là sotto la rupe

Di Lono: alzati, Calto, alzati, il giorno

Vien co' suoi raggi; e 'l barbaro Duntalmo

Strazio farà dell'insepolte membra.

Passò via nel suo nembo: i suoi vestigi

Ravvisò Calto: in piè balza fremendo

D'arme sonante. Colama infelice

S'alza con esso; per l'oscura notte

Ella il diletto suo guerrier seguia,

La pesante asta traendosi dietro.

Giunse Calto sul Lono, il corpo vede

Dell'estinto fratel; sospira, avvampa

Di dolor, di furor; rapido ei scagliasi

In mezzo all'oste; gli affannosi gemiti

Della morte sollevansi, s'affollano

I nemici, e l'accerchiano, e lo stringono

Di mille ceppi, ed a Duntalmo il traggono.

Tutto il campo di gioia esulta ed ulula,

E i colli intorno ripercossi echeggiano.

Scossimi a quel rimbombo, impugnai l'asta

Del padre; Diaran sorse, e di Dargo

Il giovenil vigor. Cercasi il duce

Del Cluta, e non si scorge; i nostri spirti

Si rattristaro; io paventai la fuga

Della mia fama, ed avvampò l'orgoglio

Del mio valor. Figli di Morven, dissi,

Già così non pugnaro i padri nostri.

Non posavan sul campo essi, se sperso

Non aveano il nemico: erano in forza

Aquile infaticabili del cielo;

Or son nel canto i nomi lor: ma noi

Già dechinando andiam; la nostra fama

Già comincia a partir: s'Ossian non vince,

E che dirà Fingallo? All'arme, all'arme,

Alzatevi, o guerrier, seguite il suono

Del mio rapido corso: Ossian di fermo

Non tornerà che vincitore in Selma.

Sorse il mattino, e tremolò del Teuta

Sopra l'onde cerulee: a me dinnanzi

Sospirosa, affannosa, lagrimosa

Colama venne; del guerrier del Cluta

Narrommi il caso, e tre fiate l'asta

Di man le cadde; l'ira mia si volse

All'ignoto stranier, poiché per Calto

Il cor nel petto mi tremava: o figlio

D'imbelle man, diss'io, combatton forse

Colle lagrime, di', del Teuta i duci?

Pugna con duol non vincesi, né alberga

Molle sospiro in anima di guerra.

Vanne del Teuta fra i belanti armenti,

Fra i cervi del Carmon: lascia quest'arme

Tu figlio del timor: nella battaglia

Guerrier le vestirà. L'arme di dosso

Stracciaile irato; il bianco seno apparve;

Vergognosetta ella chinò la faccia.

Io volsi gli occhi attoniti in silenzio

Ai duci miei, caddemi l'asta, uscio

Del mio petto il sospir; ma quando il nome

Della donzella udii, lagrime in folla

Mi scorsero sul volto; io benedissi

Di giovinezza quell'amabil raggio,

Ed inalzai della battaglia il segno.

O figlio della rupe, a che narrarti

Ossian dovrà, come i guerrier del Teuta

Cadder sul campo? Essi son or sotterra,

Oblio li copre, e ne svanir le tombe.

Venne l'età colle tempeste, e quelle

Distrusse in polve. Di Duntalmo appena

Si ravvisa la tomba; appena il luogo

S'addita, ov'ei cadeo d'Ossian per l'asta.

Qualche guerrier d'antica chioma, e d'occhi

Già spenti dall'età, di notte assiso

Presso un'accesa quercia, a' figli suoi

I miei fatti rammenta, e la caduta

Dell'oscuro Duntalmo; i giovinetti

Piegano il capo alla sua voce, e brilla

Nei loro sguardi meraviglia e gioia.

Ritrovai Calto ad una quercia avvinto:

I suoi ceppi recisi, e diedi a lui

La donzelletta dal candido seno.

Essi abitar sul Teuta; Ossian co' suoi

Vittorioso al Re fece ritorno.