Canace a MacareoEpistola undecima

By Remigio Nannini

Se cancellati, e malamente intesi

Saranno i tristi miei dolenti versi,

Fia solo, oimè, perché sarà la carta

Del proprio sangue mio macchiata e lorda.

Io ne la destra man la penna tengo,

E ne l'altra il pugnal già nudo stringo,

E mi giace la carta aperta in grembo:

E questa è la funesta e trista imago

De la figliuola del gran re de' venti,

Ch'al suo fratello inamorata scrive;

Perch'io spero così piacere a l'empio

E crudo padre mio, ch'io sol vorrei

Veder presente a la mia trista fine,

E inanzi agli occhi suoi, che n'è cagione,

Aprirmi il petto, e trarne il sangue e l'alma.

Ma, lassa, io credo ben ch'egli potria,

Come feroce e via più crudo assai

De' suoi venti crudei, cogli occhi asciutti

Mirar la figlia sua nel sangue istesso

Miseramente, e bruttamente involta,

Che vivend'ei tra sì rabbiose, e strane,

E fere genti, è ben ragion ch'ei sia

D'asprezza e crudeltà conforme a loro.

Egli Zefiro doma, e mette il freno

Al furioso Aquilone, e lega e chiude

Entro a' gran sassi il fiero Noto et Euro;

Né puote a l'ira sua tirare il morso,

O temperar la rabbia, onde minore

È de' suoi vizii il glorioso impero.

A che dunque mi giova alzarmi al cielo

Mercé degli avi miei, o gire altera

Che Giove sia de la mia stirpe nato?

Questo non vieta ch'io finir non deggia

Con questo ferro la mia vita, e ch'io

Non tenga l'armi ne la mano inferma,

A me poco atte, e di me poco degne.

O dolce Macareo, deh fosse almeno

Piaciuto al ciel che l'infelice giorno

Che ' nostri cuori in uno amor congiunse

Fosse del morir mio stato più tardi!

Perché m'amasti, oimè, più che non lice

Amare ad un fratello? et io dolente

Perché ti fui quel ch'esser mai non deve

Sorella dolce al suo fratello amato?

Anch'io m'accesi, e dentro al caldo petto

Provai che tale era la face e 'l dardo

Di quel da me non conosciuto dio,

Qual io l'avea da molti amanti udito.

Fuggit'era il color dal volto mio,

E le mie membra eran già fatte magre,

Che 'l cibo e 'l sonno avean perduto insieme,

E mi sembrava una sol notte un anno,

E sospirava amaramente, senza

Ch'io fossi da dolore alcuno offesa:

Né sapeva cagion trovare ond'io

Facessi questo, e non sapea ch'amore

Fosse cagion di sì gravosa vita:

Ma gli era pure amore; e del mio male

Prima di me la mia nutrice saggia

S'accorse, et ella pria mi disse ch'io

Fussi presa d'amore, ond'io vermiglia

Mi fei nel volto, e la vergogna e 'l vero

Chinar mi fece i dolent'occhi al grembo:

Il che fu segno manifesto e conto

Ch'io m'accusava, e confessava quanto

Detto m'avea la molto accorta vecchia.

Già si fea grande il violato ventre,

E m'aggravava l'egre membra il greve

Celato incarco: e qual'incanti ed erbe,

Quai medicine pien d'affanno e tema

Non m'arrecò la mia nutrice accorta,

E le mi pose con sue mani al corpo,

Acciò che 'l parto (e sol t'ascosi questo)

Intempestivo, e suo mal grado uscisse!

Ma, lassa, che 'l fanciul troppo vivace

All'erbe, all'arte, ed agli incanti fece

Mai sempre forza, e dentro al ventre ascoso

Dal nimico di fuor sicuro fue.

Già nove volte avea girato il cielo

La sorella del Sole, e già venuto

Era il decimo mese, e non sapeva

Ond'avesser cagion sì grandi e fieri

E subiti dolor, però che nuova

Era guerriera, et inesperta al parto,

Ond'io gridava: e la sagace vecchia

Disse: che fai? tu la tua colpa scuopri?

E perché il grido non s'udisse (ch'ella

Sapeva il tutto) mi serrò la bocca.

Misera me, che far dunque doveva?

Quindi l'aspro dolor mi spinge, e sforza

A trar dogliosi guai, e quinci il vieta

Il timor, la nutrice, e la vergogna.

Ond'io la voce affreno, e quelle strida

Ch'a mandar fuor l'aspro dolor mi sforza,

In me ritengo, e rasciugar conviemmi,

O dentro agli occhi contenere il pianto.

Io vedeva la morte, e l'empia Giuno

Mi negava il soccorso, e s'io moriva

M'era la morte ancor vergogna immensa:

Ma tu presente al lagrimevol caso,

Squarciati i panni, et i capelli svelti,

Mercé del gran dolor che tu prendevi

De la mia doglia, mi tornasti in vita,

Quando l'amate braccia al collo intorno

Mi feron nodo, e 'l petto mio stringendo

Non restavi di dir: sorella, vivi,

Vivi sorella amata, e non volere

Uccider te con l'infelice prole;

Facciati ardita questa speme e forte,

Ch'esser tu debbi al tuo fratello sposa,

A quel che t'ha fatt'or diventar madre.

Io era quasi al fin de la mia vita,

Et a queste parole amate e care,

Credimi fratel mio, ritornai viva,

E mandai fuor lo sfortunato parto.

Tu te n'allegri, frate? oimè! che uopo

È di celare al genitor mio crudo

L'incesto, il figlio, e la mia colpa infame:

Onde l'accorta e diligente vecchia

Cuopre tra frondi, e sottil fasce, e rami

Di bianca uliva, il pargoletto figlio,

E finge andar col sacrificio al tempio,

E l'ostia aver tra quelle frondi involta,

Sacri preghi tra sé dicendo e carmi,

Ond'il popol fe' strada, e 'l padre istesso

Fe' riverenza al simulato voto.

Ella avea quasi in su la soglia il piede,

Quando a l'orecchie del mio padre iniquo

Giunse la voce del fanciullo ascoso:

Ond'egli il putto piglia, e le mentite

Ostie discuopre, e le superbe logge

Fa risonar di furibonda voce.

Come trema qualor lieve aura il muove

Intorno il mare, o come il frassin suole,

Quando il tepido Noto il tocca e fiede,

Così tremar l'impallidite membra

Veduto avresti, e dal tremar del corpo

Tremava il letto ove io giaceva: et egli

Tutto sdegnoso, infuriato il piede

Mosse là dove io dimorava sola,

E la vergogna mia, e 'l mio peccato

Con voce orribil mi discuopre, e a pena

Contien la man, che non mi graffi il volto,

O mi svelga le chiome, o tragga gli occhi.

Io vergognosa altro non feci allora

Che versar da quest'occhi amari pianti,

Perché la lingua mia legata e presa

Da gelato timor si fe' di smalto.

Già l'empio e scelerato avea commesso

A' servi suoi che 'n qualche strano bosco

Si portasse il nipote, ove egli fosse

Cibo de' cani et agli uccelli in preda.

Ond'il misero allor le strida e 'l pianto

Fece maggior, tal che pensato avresti

Ch'udito avesse la crudel sentenza,

E con quei preghi e con quell'alta voce

Che 'l miserel potea, pregasse l'avo.

O dolce frate mio, qual pensi allora

Fosse l'animo mio, quando a le selve

Vidi portare il mio figliuol, che fosse

Esca de' lupi? oimè! che per te stesso

Entro a l'animo tuo pensar lo puoi.

Egli già fuor de la mia stanza uscito

Era, ond'allor mi potei fare oltraggio,

E percuotermi il petto, e 'l volto e 'l crine

Mi fu lecito allor graffiar, e sverre.

In questa del mio padre empio e crudele

Il nunzio venne, tutt'afflitto in volto,

E mandò fuor questa funesta voce:

Eol tuo padre quest'ignudo ferro

Ti manda (e lo mi diede) e dice poi

Che per te stessa, empia Canace, sai

Secondo 'l merto tuo quel che gl'importi.

Io 'l so, diss'io, e con fort'alma e invitta

Farò quant'ei comanda, e punirommi

Secondo i brutti miei nefandi merti,

E chiuderò dentro al mio petto infame

Il crudel don del genitor crudele.

Questi son, lassa, i meritati doni

Ch'a le mie nozze, o padre mio, mi porgi?

Quest'è la dote grande, ond'esser deve

La figlia tua così superba e ricca?

Leva, leva Imeneo da me schernito

Le faci maritali, e a presti passi

Fuggi lontan gli abominandi tetti;

E voi del centro tenebroso, o Furie,

Portate in me gli ardenti vostri fuochi,

Onde 'l mio rogo se n'infiammi et arda.

E voi, sorelle mie, con miglior sorte

Cercate maritarvi, avendo almeno

Il brutto fallo mio talora a mente.

Ma qual colpa ha commesso il mio figliuolo

Pur nato adesso? o con qual fatto offeso

Ha l'avo suo, non avendo egli a pena

A la luce del ciel le luci aperte?

Ma poi che l'infelice ha meritato

Morir, diciam ch'e' ne sia stato degno.

Misera me, che l'innocente prole

Porta del mio fallir la pena e 'l danno!

O figlio mio, scempio crudel e fero

Di me tua madre, che sei dato in preda

Nel nascer tuo a l'affamate belve;

O figlio mio, che miserabil pegno

Fusti di poco e mal felice amore,

A cui fu questo giorno ultimo, e primo;

Oimè! ch'io non potei bagnarti il volto

Co' giusti pianti, e non potei portare

Entro al sepolcro tuo le svelte chiome,

Od abbracciarti caramente, e torre

Da la faccia gelata i freddi baci,

Ma le fiere bramose or t'hanno in preda.

Anch'io del mio figliuol le pallid'ombre

Veloce seguirò, né lungamente

Madre chiamata fia, né senza figlio.

Tu solo, o da la tua sorella invano

Tanto sperato, andrai de la tua prole

Le sparse membra raccogliendo, e quelle

Rinchiuderai con me sua madre insieme

In un medesmo, ancor ch'angusto, sasso:

Piangi la morte mia, fratello, e vivi

Ricordevol di me, né ti spaventi

Il corpo mio, che tant'amasti in vita:

E fa' sol quel di ch'io ti prego, e sforzo,

Ch'anch'io de l'empio et efferato e crudo

Mio genitor la fiera voglia adempio.