Cançone elegantissima de Giovanni da Modena per esso composta quando lo illustri...
La mia gravosa e disformata vita,
La intollerabil pena e 'l mio martìre
A rasonare e dire
Me inducon lagrimando di fortuna.
Ella per me s'è novamente unita
Con doe sue discordante per disire,
Per far di duol languire
L'alma mia trista e di piacer digiuna.
L'ardente invidia delle due è l'una
E l'altra è povertà, e non si trova
Per vista né per prova,
Che mai fosseno amiche per natura,
Et hor per mia ventura
Se son congiuncte con piacere a sfarme,
Né da lor posso aytarme
Perhò ch'io son soletto in la mia guerra
E con lor tiene il ciel, l'acqua e la terra,
Saturno, Jove, il sol, Venere e Marte,
Ogni pianeta, ogni ascendente e segno,
Ogni emisperio e regno
Di stella fixa con suo globbo a pecto,
Ogni ayerico spirto, ogni mayca arte,
Ogni altra força, che qui non disegno;
Ogni terreste ingegno
Favor li danno e contra me sospecto;
E già da l'infelice mio conspecto
Sonno gli amici facti fugitivi,
E gli alimenti schivi
Se mostrano tenirme in suo contento:
Onde io son quasi spento,
Perhò ch'io vedo il seculo universo
Del tutto esser converso
Ad ubedire a questa falsa iddea,
Fortuna cieca, dispietata e rea.
Cossì se è posta in triplicata schiera
Verso di me con tanta horribil vista
Che con più vagha lista
Se pinge al mondo l'infernal magiore,
E tolto m'ha del luoco dove io era,
Contemplando con lei, che 'l mondo atrista,
Et han facto angonista
Contro lor tre lo in ver' me diffensore.
Mirati astanti dal pretioso core
El detrimento e la infinita dolglia
Della carnal mia spolglia,
Che di tanto poter vien lacerata.
Hay alma sconsolata!
Non te turbar; ma sta divota e bella,
Ché patïentia è quella
La qual intrar fa degno e qual conduce
Chi la possiede a la superna luce.
Humìle e patïente te mantiene,
Alma mia adonque, liberale e francha,
Che inviolata e biancha
Veste receverai per queste membra;
Poi nella toa scïentia si contene
Ch'el non se de' sperar di cosa mancha
A non curar se ben costei te smembra;
Ché 'l mondo non pò dar, s'el te remembra,
Con soa fortuna alchuna stabil cosa;
Ma inconstante e ritrosa,
Exente e priva dal summo splendore.
Perhò in l'eterno amore
Priegho che speri, e non nel mortal mondo;
Perché non far jocondo
Singularmente infelice è quello
Ch'in lui è producto per più noto e bello.
Io son l'anima trista qual tu preghi,
O intellectuale e cara mia virtute,
Dhe, non perdar salute
Per questo nostro corporal affanno.
Non dubitar che mai substantia pieghi
Per fortunal suplitio, ho per ferute.
Indarno son venute
Costoro a subiugare a loro inghanno.
Io spero forsi cosa che non sanno,
Ciò de ritornare al proprio nido,
E già, desidro a grido
Ch'io sia disciolta a esser con Cristo.
Qual donque vano acquisto,
Aut qui spiritus procellarum,
Qui me jam velle clarum,
Havendo possa maculare e torme,
Ch'io son formata al mio factor conforme.
Io volglio dirte della spetia vostra
Alchuna cosa sì ch'altrui l'intenda,
E maggiormente attenda
Qual huom possede lo ignorante vitio.
L'alma è creata, come il ver dimostra,
In nel divino aspecto senza emenda,
Poi convien che giù scienda
Nel deputato corpo al ver suo initio.
Hor se congiuncta gli pò dare exitio,
Alchun carnal delicto se consente;
Ma se prima se pente
Devène asciolta non pur senza pena;
Ma quando la raffrena
La sensitiva carne, e voler soi,
Vien transportata poi
Nel bel ciel coronata de victoria,
E finalmente al corpo acquista gloria.
Non è constrecta ad alchuno acto l'alma,
Perhò che arbitrio libero possede,
E da questo procede
Che la pò farsi maculata e netta;
Ch'el summo Jove quando giù l'inchalma
Participar con essa li concede
Lo intelletto, che vede
Il ver dal falso cosa circumspecta.
Donque non seque che alchun'altra setta
De stelle, di fortuna, o di distino
Possa torli il camino,
Qual gli è promesso dal superno sire
Per to troppo fallire;
Mi sembra a quella che in soperbia monta,
O ch'a ben far no è pronta,
Tolgliendosi dal suo nativo stato
Perpetua gloria de ciascun beato.
Tuo conto adonque distesato manda
Per lo universo con chiarita carta,
Prima ch'io me diparta
Dalle compagien d'este membra vincte,
E dì che sian precinte
L'anime di fortezze ne gli extremi,
Acciò ch'i ben supremi,
Meritar possan con vera constanza,
La quale esser non pò senza speranza.