CANTARE DECIMO
O vero Dïo, che formasti i cieli
e l'aere e la terra e l'acque e 'l foco,
che per ricomperar i tuo' fedeli
volesti esser tenuto a scherno e gioco,
poi che volesti che Giudei crudeli
di vita te privasser poco a poco,
donami tanta grazia, nobil Sire,
ch'io possa questa storïa finire.
Signori, io dissi nell'altro cantare
come i Tedeschi s'eran dipartiti,
e a Pampalona avien lasciati stare
gli altri nostri Cristian così scherniti.
Altro che Dio non li potea scampare,
se li Pagan li avessero assaliti.
Dissi ancor come giunser sanza poso
dov'era Salamone al bosco ascoso.
Venir sentendo Salamon costoro,
credendo certo fussero Pagani,
disse a suo gente: — Percotete a loro:
sieno straziati e morti come cani. —
Ed egli inanzi, sanza alcun dimoro,
corse per esser con loro alle mani.
La lancia in mano, con lo scudo al collo,
brocò il destrieri e ciascun seguitollo.
Una brigata ne viene davanti,
ch'erano forse secento cinquanta:
chi a piè, chi a caval, chi dietro o nauti.
Salamone e sua gente tutta quanta
percosse lor come dragoni atanti,
che pur del ben ferir ciascun si vanta:
con lance e brandi e con dardi maneschi
ferivano i Bretòn sopra i Tedeschi.
Sanza gridar Mongioia o dir nïente,
Cristiani insieme seguivan ferendo
a destra ed a sinistra fortemente,
elmi e lamieri e sberghi dipartendo;
e l'un l'altro facea tristo e dolente,
per terra molti feriti mettendo.
Chi era a piè, a caval risalia
e da cavallo molti giù cadia.
Insieme niuna parte cognosciensi
per quella notte ch'era molto scura:
con dardi e con le lance allor feriensi;
e l'una parte e l' altra avea paura.
Tedeschi certamente in sé crediensi
che quella gente, cotanto sicura,
fussen Pagani, e Breton se crediano
che Pagan fusser; però gli feriano.
Ferendo andava Salamon pel bosco
sopra di quella gente sparpagliata:
temperato parea suo brando a tosco;
de' Tedeschi facea sì gran tagliata.
A nessuno dicea: io ti conosco.
Sanza parlar con sua spada affilata,
giva e suo gente ben lo seguitava:
di ben ferire già nessun dottava.
Ferendo que' Tedeschi con gran voglia
con lancia e con la maza e con la spada,
facevan lor sentir pena con doglia
dentro del bosco e fuori nella strada.
I Tedeschi tremavan come foglia:
nessun non sa dove si fuga o vada,
però che da' Brettòn, di battaglia usi,
per ogni parte eran serrati e chiusi.
Da nessun lato poteano fugire
tant'eran d'ogni parte asserragliati:
lor convenia combattere o morire
ed esser del ferir bene avisati,
che Bretton gli ferien con tanto ardire
che sopra lor parien cani arabbiati.
Difendiensi i Tedeschi di vantaggio,
secondo ch'eran pochi a lor paraggio.
Chi avesse veduto Salamone
su un destrier, tutto d'acciaio coperto
di piastra in piastra perfino al tallone,
ardito e forte e di battaglia sperto:
veracemente parea un dragone
coll'aste in man, dello scudo coperto.
In sullo scudo un Tedesco ferìe:
lamieri e sbergo, tutto gli partie;
e morto cadde del caval di botto.
Salamone scontrò un altro apresso:
in sullo scudo il ferì il baron dotto
d'un magno colpo sì gravoso e spesso;
poi un altro ferì sanza dir motto
con tanta forza e con cotale ingresso
che quant'arme avia indosso gli divise
e del destrieri in terra morto il mise.
Il quarto, il quinto, che scontrò, il sesto,
prima che l'aste rompesse o fiaccasse,
l'alma renderono al padre celesto;
e rotta l'aste, la spada fuor trasse,
volgendosi dintorno aspro e rubesto.
Certo pareva che vampo menasse:
chi avea un colpo di taglio o di ponta,
per suo valore a caval mai non monta.
La battaglia fu grande e perigliosa
fra gli ottomila e i secentocinquanta,
dando spiatati colpi sanza posa,
l'un contra l'altro per forza cotanta.
Gente tedesca molto valorosa
in quel punto fu morta tutta quanta.
Un'altra schiera, a così fatto schermo,
venia di drieto, dove era Guiglielmo,
ch'era di quella gente capitano.
Presso del bosco, forse mezo miglio,
truovò un Tedesco ferito, nel piano,
che di sangue facea il campo vermiglio.
Come il vide venire pressimano,
gridò: — Monsignor mio, io ti consiglio
che con tuo gente torni a Pampalona,
se vuoi cogli altri campar la persona.
Qui presso, quanto un arco può gettare,
ha molta gente pagana nascosta.
Quando quel bosco credemo passare,
fùmo assalliti per piano e per costa:
contra di lor non potemo durare,
né fugir non possiamo a nostra posta.
Chi è stato morto e chi è stato ferito:
a gran pena fin qui sono fugito. —
Guiglielmo, odendo novella cotale,
della sua gente allora chiamò molti,
dicendo loro: — Il re celestïale,
perché noi siamo stati così stolti,
ha consentito a noi sì fatto male
e sopra noi questi Pagan rivolti.
Se più inanzi per noi fia cavalcato,
ciascun di noi sarà morto o tagliato.
Torniamo al campo inanzi giorno sia
e leviamo il romor per tal partito.
Alarme! alarme! franca baronia,
che da Pagani il campo è assallito.
La gente s'armerà a veder che fia:
non parrà punto ch'abbiamo fallito.
Diciam che que', che son colà feriti,
abian del campo que' Pagan seguìti. —
Ciascun: — Torniamo — tosto respondea;
poi si rivolson verso Pampalona.
Chi più potia, col buon caval correa.
Salamon con suo gente tanto bona
(un suo baron quel fatto gli dicea)
subitamente suo destrieri sprona.
Col brando in mano allora il baron disse
che la sua gente subito il seguisse.
Drieto a' Tedeschi i Bretoni van forte,
spronando i buon destrier giù per un monte,
giurando di dar loro mala sorte
e di metterli tutti a malvage onte,
forte gridando: — Alla morte! alla morte! —
Gli ebbono giunti al passare d'un ponte:
in su quel passo dove gli ebbon giunti,
più di trecento fur di morte punti.
Chi avea buon destrier, gli bisognava,
se di morte volia campar la vita:
di lor l'un l'altro già non aspettava,
ma, come gente rotta e sbigottita,
verso il campo ciascuno ritornava.
Bretoni sempre gli facea seguìta;
e qual Tedesco rimaneva a drieto
giamai non era né sano né lieto.
Così fugendo come in isconfitta,
n'andò gente tedesca miglie nove,
sendo da gente bretone trafitta,
che sopra lor facieno belle prove.
Chi di lancia ferìa, chi di sagitta;
né van guardando già né chi né dove.
Fugendo que' Tedeschi con tormento,
ne furon morti mille e cinquecento.
Que' che fugiano ch'erano davanti,
ch'avieno i lor cavalli più correnti,
nel campo giunson con tali sembianti.
—Alla morte! — dicien — signor possenti,
che assaliti siam dagli Affricanti.
Levate su, cavalieri e sergenti. —
Carlo, che sapea il fatto, udì gridare:
la cloccia sua a martel fe' sonare.
La gente, odendo sonare a martello
la campana del magno imperadore,
ciascun di botto, sanza più rapello,
furono armati, odendo tal romore.
Il conte Orlando, valoroso e snello,
con ventimila secento a valore,
come Carlo gli disse, così venne
al padiglion, che già non si ritenne.
— Che comandate, monsignor, ch'io faccia? —
disse allo 'mperadore il conte Orlando.
Carlo rispose con allegra faccia:
—Va in qua e in là per lo campo, guardando
presso mio padiglion con la tuo traccia.
Se bisognasse, sia al mio comando. —
Orlando con sue gente se partie:
intorno al campo guardando ne gie.
Così armato il campo in ogni lato
fu di presente per sì fatta furia.
Dusnamo di Baviera ha domandato
alli fugenti: — Chi vi face ingiuria? —
E rispondieno ognuno spaventato:
— Gente pagana, a cui Dio mandi arsura,
ci hanno assaliti e fattoci dolenti,
che più di mille n'han di vita spenti. —
Dusnamo, co' suo' dieci volte cento
sotto suo insegna cavalieri armati,
del campo si partì sanza pavento
e gì verso color ch'eran cacciati;
e trovò Salamon, pien d'ardimento,
con otto milia Brettoni pregiati.
L'aste abassa Dusnamo di Baviera
e Salamon vêr lui per tal maniera.
Dicea il Dusnamo: — Mongioia! — gridando —
—Viva lo 'mperador Carlo di Francia! —
Salamon, che venia vêr lui spronando,
levò su l'elmo e gettò via la lancia,
gridando: —Viva Carlo e 'l conte Orlando! —
Namo, sentendo allora cotal mancia,
guardando vidde ritta la bandiera
di Salamone a scacchi bianca e nera.
Vêr Salamone n'andò molto ratto
e giunse a lui dicendo: — Sire, sire,
sète voi diventato stolto o matto,
c'hai tanti Cristïan messo a morire?
Perché l'avete aconsentito o fatto,
per la mia fé, ve ne farò pentire. —
Salamon disse: — Non mi minacciare,
che tu non sai come si sta l'affare.
Tu mi domandi se io son matto o stolto,
e non mi par che mi conosca ancora:
ancora non m'è stato il senno tolto,
e non me s'è rivolta la memoria.
Quiritto apresso ad un boschetto folto,
all'onor del verace Dio di gloria,
come Carlo mi disse, io osservai,
e là colla mie gente m'imboscai.
Comandamento mi fe' Carlo iersera
che qualunque persona varicasse,
fusse chi si volesse o che maniera,
che sanza dir nïente gli asaltasse:
contro a ciascun, sanza saper chi era,
colla mie gente ciaschedun tagliasse.
Se questi son Cristiani, io nol sapea:
che fussero Pagan, certo credea. —
Dusnamo, odendo dir tal convenente,
se partì e nel campo ritornava
al padiglion dell'imperier possente.
Del suo destrieri subito smontava:
verso di Carlo andò arditamente.
Il duca Namo in tal modo parlava:
— Carlo, malaggia chi ti vuol seguire,
poi che Cristiani tu metti a morire.
A me par, Carlo, che tu te diletti
de far morir come cani e Cristiani:
i miglior cavalieri e più perfetti
stanotte sono morti da' Britani.
Secondo dice a me chi gli ha corretti,
questo mal fecero per le tuo mani.
Signor, se questo è vero per lo certo,
tu ne sarai ancor morto e diserto. —
Carlo con gran superbia e fier visaggio
verso di Namo cominciò parlare:
— Per san Dionigi, Dusnamo, io faraggio,
quanti Tedeschi ci sono, apiccare. —
Namo diceva: — Fammi, signor, saggio
per che cagione li vuoi consumare. —
Disse re Carlo: — Stanotte, ch'è gita,
volevano i Tedeschi far partita
ed in Cristianità volien tornare
Guiglielmo di Cologna era lor guida,
e sanza guardia il campo qui lasciare
e far perire chi in lor si fida.
Altri che Dio non gli porria scampare
che 'n sulle forche ciascun non conquida,
sicché mai tradimento non faranno,
che a lor sia prò ed a noi noia e danno. —
Disse il Dusnamo: — Signor, non guardate
a lor matteza ed alla lor fallenza.
Dio perdonò e voi lor perdonate:
Cristo ne darà loro penitenza
per quanto amor, monsignor, mi portate.
Sopra di ciò abbiate providenza
che abbiate di costor misericordia,
acciò che 'l campo non sia in sconcordia. —
Tanto pregò Dusnamo lo 'mperieri
che a quel punto a' Tedeschi perdonòe,
e ciaschedun di loro volentieri
d'arecare il legname s'acordòe,
sì che quanto ne fece allor mestieri,
senza contesa, ciascun n'arecòe.
Arecato il legname, quel maestro
per dificare il castello fu presto.
Ed in tre giorni fu fatto il castello
ben correntato e molto spazïoso:
star vi potieno su bene a pennello
cinquecento baroni a gran riposo.
Con otto ruote si volgeva quello,
perché il maestro fu tanto ingegnoso
che menare il potea agevolmente
in qua e in là, su essendovi la gente.
Fatto il castello, Carlo fe' assembrare
tutta sua gente, piccoli con grandi.
— Dell'arme — disse — andatevi adobbare
e, ritrovate lance, maze e brandi,
ciaschedun brighi per me seguitare. —
A tutta gente fece ta' comandi
che aparecchiati stesser per seguire
lo 'mperador dove volesse gire.
Tutta la gente fu di botto armata
ed assembrata sotto suo bandiere.
Mai non si vide gente sì pregiata.
Poi fe' lo 'mperator tre magne schiere.
La prima fu valorosa brigata:
ventimila secento del quartiere
del conte Orlando e degli altri pïeri
con gran baroni e nobili guerrieri.
E questa schiera da l'un lato gia
intorno a Pampalona molto stretta.
Re Salamon di Brettagna seguia
da l'altra parte con sua gente eletta:
ottomila Bretòn con lui venìa.
Mai non fu gente cotanto perfetta,
bene a cavallo, armati di vantaggio,
come lïoni di fiero coraggio.
Poi fece Carlo in sul castel sallire
cinquecento baron coperti a maglia,
tutti combattitor pieni d'ardire,
usi di guerra e mastri di battaglia,
che nïente pensavan di fugire
e sempre stavan bene all'avisaglia.
Davanti a quel castello eran legati
quattro destrier d'alteza smisurati.
Ed eran covertati di scarlatto
questi quattro destrier sopra misura;
e quel castello tiravan via ratto,
tanto che s'apressarono alle mura.
La terra sogiogava di gran patto:
intorno intorno tutta la pianura;
l'altra gente al castello giva drieto
con Carlo Mano ciascun fresco e lieto.
Ad oro e fiamma era la santa insegna
che drieto del castel tenea el Danese,
quella che sempre mai fu d'onor degna,
dovunque e' fusse ed in ciascun paese.
Ugier, che sempre Dio salvi e mantegna,
gran tempo la portò, il baron cortese,
però che a Carlo sempre fu leale
e di virtute esperto e naturale.
Così tre schiere fe' intorno intorno
per voler dare battaglia alla terra;
e quel popul pagan falso e musorno
a le suo arme ciaschedun s'aferra.
Quella mattina, ch'era chiaro il giorno,
per la città gridavan: — Guerra! guerra!
Alarme! alarme! su, gente pagana,
giamo a combatter con gente cristiana. —
Armato si fu allora ogni persona,
a piè ed a caval, grandi e mezani.
Mazarigi e Isolier, re di corona,
e ventimila cavalier pagani
s'armaro per difender Pampalona
e per dar morte e tormento a' Cristiani.
Dentro alle mura givano guardando
e 'n sulle mura altra gente mandando.
Su per le porte e di sopra le mura
avevan fatte di molte bertesche
con merli cavi pieni d'armadura,
con sassi e dardi e con lance manesche
ed archi sorïani a gran misura,
con molte frecce, ch'eran barbaresche;
e tutte erano ad arte lavorate,
con pessimo veleno atossicate.
Aparecchiati eran gli Africanti
per molte busse ricevere e dare,
gridando insieme forte tutti quanti:
— Venitevi, Cristian, qua a provare
e vederete se noi siam troianti. —
Or udirete nell'altro cantare
quella battaglia cruda e smisurata.
Cristo vi guardi e la madre beata.