CANTARE DECIMONONO
O sommo Creator, che concedesti
essere ognun formato in tuo figura,
e li pianeti e gli elementi festi
per governar ciascuna creatura,
in su la croce, ove morte prendesti,
ricomperasti l'umana natura.
Per tua misericordia, padre santo,
allumina il mio cuor di vigor tanto
che seguir possa la storia presente,
ch'io dica tanto ben che 'l mio dir piaccia
e sia diletto a tutta questa gente
ed io per me alcun valere faccia.
Voi dintorno, signor, comunalmente
ognun m'ascolti con allegra faccia;
ed io vi conterò come il Soldano
con Sansonetto si fece cristiano.
Signori, io feci all'altro canto punto
sì come Ugon con sua franca compagna
nella Soria era arivato e giunto
nella città che si chiama Betània;
e come, inanzi che ristesse punto,
al Patrïarca venne sanza lagna
di Machidante suo figlio Pilagi,
qual era della fé di que' malvagi.
Subito quel valletto saracino
al Patrïarca con degno saluto
dicendo andò per sì fatto latino:
— Da parte di mio padre son venuto.
Dintorno a nostra terra ogni camino
è dal Soldano e sua gente tenuto;
e noi sappiamo (e questo c'è palese)
che gente assai avete per difese.
Se ci volete della gente vostra
prestar che ci sfinisca questa guerra,
io vi prometto per la fede nostra
in prima darvi meza la mie terra,
Gerusalem: mio dire ve dimostra
per ch'io son giunto a così fatta serra. —
Il Patrïarca, udendol sì parlare,
rispose: — Aspetta, che a ciò vo' pensare. —
Chiamò Ugone e disse: — Giovinetto,
noi possiam guadagnar quella cittade,
sì come questo Saracino ha detto.
Noi 'l possiam fare, se t'è in voluntade:
andar vi puoi, se ti fusse in diletto,
e con tua gente provar tua bontade.
Mezza la terra nel principio arài;
poi forse l'altra parte aquisterai. —
Rispose Ugone: — Padre giusto e santo,
aparechiato a tal cosa sono io
e di finir quella guerra mi vanto. —
Allora, al nome dell'eterno Dio,
pigliò contra il Soldano Ugone il guanto
e con Pilagi e sua gente partio,
ed in Gerusalem per tal rimedio
entrò dal lato ove non era assedio.
Allor Gerusalem si fu divisa
ed a Ugon fu l'una parte data.
E sappiate, signor, che 'n cotal guisa
meza fu la città asserragliata.
Ciascuno di guardar sua parte avisa,
così da ogni parte è ben guardata.
In capo di tre dì il forte Ugone
per uscir fuori assembra sue persone.
De venti milia fece mezi armare
per uscir col Soldano alla battaglia
e così fece sua gente schierare,
armata ch'a nessuno manca maglia.
Ansuïgi lassò dentro a guardare
con l'altra sua brigata di gran vaglia.
Inanzi che di fuori sia uscito,
Ansuïgi parlò per tal partito:
— Tu sai, fratello, che tu se' venuto
per liberar da guerra Machidante;
fa sì che vile mai tu sia tenuto
né traditore per nessun sembiante.
Alla battaglia sia ben proveduto
incontra la malvagia fé affricante.
Deh! fa, caro fratel, ch'ogi dimostri
che sia disceso degli antichi nostri.
Ricordeti del giusto Costantino,
il qual fu primo imperador cristiano,
e come sai, in volgare e latino,
che tutti noi di lui discesi siano.
Ricordeti del forte re Pipino
e del suo figlio, nostro Carlo Mano,
e di Gilberto pro' del Fier Visaggio
e di Buovo d'Antona, baron saggio.
Or ti ricorda del prence Rinaldo
e del suo vecchio padre duca Amone
e di Berlanda nostro zio Arnaldo,
d'Astolfo e di Gualtieri da Monlione,
d'Ulivieri di Vienna, il guerrier baldo,
de l'inghilese forte re Ottone:
d'Orlando paladino similmente
suo gran prodezza fa te stia a mente.
Ricordeti del prode Fioravante,
che fu gagliardo e della nostra schiatta,
e del buon conte Milon, sir d'Anglante,
per cui fu già molta prodezza fatta,
e di don Chiaro, ch'occise Agolante,
e del buon duca Gerardo da Fratta.
Se costoro son stati arditi e franchi,
fa che oggi virtù in te non manchi.—
Così parlando l'accomanda a Cristo.
Il forte Ugon della città si parte
con diecimila, ognun gagliardo e visto,
per operare la virtù di Marte
e per far sopra lor nimici aquisto;
e va presso del campo da una parte.
Quando il Soldano vide fuor tal gente,
Orlando fa chiamar subitamente.
E fegli dir che subito s'armasse
e co' nimici a combatter venisse
sanza dimora e più non aspettasse.
Il conte Orlando a quel messaggio disse
che per suo amore allor gli perdonasse
e nol gravasse ch'allo stormo gisse,
però che alquanto male si sentia,
sicché di prendere arme non ardia.
E di botto il Soldano, odendo questo,
ebbe nella suo mente assai gran duolo,
vegendo il capitano a tal molesto.
Mal volentieri vi manda il figliuolo
e volse che gli fusse manifesto
se rimaner dovea in quello stuolo;
e per diabolica arte gli parea
che 'l suo figlio del sangue vi perdea.
Allora comandò a Sansonetto
con ventimila fusse aparecchiato;
e sì fu fatto com'egli ebbe detto.
Con quella gente il figlio s'è assembrato:
verso e nimici se n'andava stretto,
come uom di guerra forte amaestrato.
Ugone verso lui colla sua schiera
arditamente spiega sua bandiera.
Incominciâr i stormenti a sonare
e la gente a gridar con gran tempesta:
vediensi le bandiere dispiegare
ed alacciarsi i buoni elmetti in testa.
Le gente cominciaro ad apressare
per dimostrare ognuno sua podesta:
con l'aste in mano e li scudi imbracciati
vansi a ferir e cavalier pregiati.
Incominciossi la spietata mischia
da ogni parte con lance e con brandi:
nella battaglia la gente s'arischia,
dandosi insieme colpi grossi e grandi.
L'arme e la carne si taglia e cincischia:
ognun convien ch'a suo dio s'acomandi.
Chi fugge via e chi la sella vota
or morto, che parola mai più nota.
Così si fu la gente mescolata
per far di lor persone ognuno prove.
Ciascuna schiera a ferir era andata
come bisogna bene quando e dove:
coi brandi lor facean crudel tagliata;
e lance e dardi d'ogni parte piove.
Così per quello stormo tanto amaro
Ugone e Sansonetto si trovaro.
A ferir giensi colle lance basse
sopra gli scudi con molta rapina:
convenne ch'ogni lancia si fiaccasse;
ma della sella già nessun si china.
Ciascun suo brando dal fodaro trasse
e vannosi a ferir con gran rovina.
Ugon d'un colpo Sansonetto fiere
ch'una gran parte taglia del cimiere.
Sansonetto non fu contra lui lento:
in su l'elmo il ferì con tutta possa;
ma era l'elmo di tal valimento
che non cura nïente la percossa.
Ugone allora, pien di mal talento,
vêr di lui corre con sua spada grossa:
in sullo scudo il ferì di tal vaglia
che tutto il parte e dello sbergo taglia.
A Sansonetto pare aver mal fatto
esser con lui a battaglia condotto.
Il capitano chiama a cotal tratto
a magior voce che può, sanza motto:
— Se per soccorrer ti muovi, vien ratto,
per questo cavalier sono al disotto. —
Orlando capitan, quale e' chiamava,
a tal romor nello stormo guardava.
Vegendo Sansonetto a mal partito,
armar si fece, che niun più aspetta:
en su Bucifalasso fu sallito,
ch'a correr presto sembrava saetta.
Nella battaglia quel barone ardito
a cotal punto convien che si metta:
la spada sua, che Durlindana ha nome,
piglia con ambo man fra l'elsa e 'l pome.
Per la battaglia truovò Sansonetto
che per paura d'Ugon si fuggiva.
Dice il Pagano: — Un Cristian giovinetto
è qua che di sua forza ciascun priva. —
Orlando lasciò lui, poich'egli ha detto,
e 'nverso Ugone fortemente giva.
Giugnendo a lui gli disse: — Cavaliere,
chi se' che porti quest'arme a quartiere? —
Rispose Ugone: — Io son cugin carnale
d'Orlando conte, nipote di Carlo;
vollo cercando per modo cotale,
che molto volentier vorrei trovarlo. —
Allora Orlando, guerrier naturale,
parlò con lui alquanto per provarlo,
dicendo: — A dire il ver, sanza menzogna,
cercar Orlando più non ti bisogna.
È più d'un anno ch'io lo fe' morire
e se tu non mi credi, ecco 'l suo brando.
Di che, se vuoi alla mie fé redire,
sarà il tuo prò, poi ch'egli è morto Orlando. —
Ugone, udendo tal novella dire,
con gran veleno vêr lui va spronando;
col brando in mano disse con gran doglio:
— Orlando, mio cugin, vendicar voglio. —
El conte Orlando ferì sulla guarda,
ma non che punto ne levi e dismagli:
Orlando ferì lui con Durlindarda
di piatto che non vuol che punto tagli.
Dandoli piano, molto lo riguarda;
ma in su l'arcion chinar la testa fagli.
Ugon si rizza molto velenoso:
ferì in su l'elmo il conte valoroso.
Assai colpi gli diè in sul cimieri:
non che nïente ne possi smagliare.
Orlando ferì lui molto legieri
per non volergli sue carni tagliare.
E così stando gli mosse pensieri
di volersi ad Ugone apalesare;
ma per non esser da sua gente udito,
del campo innanzi ad Ugone è fugito.
Ugone il seguitava di vantaggio,
che per temenza nollo abandonava;
e quando Orlando, valoroso e saggio,
solo con lui al campo si trovava;
allor, più fresco che rosa di maggio,
alto la guardia de l'elmo levava,
dicendo: — Combattuto abbiamo assai;
io sono Orlando che cercando vai. —
Di ciò Ugon si fa gran maraviglia
e creder non potea che fusse desso.
Levossi l'elmo e scuoprissi le ciglia
e per lo viso lo guardava spesso,
e poi per abracciarlo stretto il piglia.
Orlando grida: —Via, non mi star presso.
Se questa gente di ciò s'avedesse,
mal fatto aremo se ciò conoscesse. —
Contogli allora Ugone tutto il fatto:
perché partisse di Cristianitade
e come fe' con Machidante patto,
che gli avea data meza la cittade;
perché facesse la guardia a quel tratto
contra il Soldano e sue franche masnade.
Orlando disse: — Cugino, ora intendi;
il mio consiglio per lo meglio prendi.
Se per mio senno tu ti porterai,
tutta la terra arài in tuo balia.
Colla tuo gente dentro tornerai
e indietro tornerò io colla mia.
Per cotal modo dentro tu starai,
armato tutto con tua compagnia,
però ch'io temo ch'a cotal partito
da Machidante tu non sia tradito.
Se caso avvien che Machidante faccia
o faccia far contro te tradimento,
contra di lui con tuo gente ti caccia,
e a tutti lor dà morte con tormento.
Ma tuttavia ti priego che ti piaccia
che non venga da te il cominciamento,
acciò che traditor non sia chiamato;
ma se comincia, fa sia avisato.
Come la zuffa è dentro cominciata,
in sulla torre porrai tuo bandiera,
ed io arò mia gente aparechiata
e verrò dentro con mia grossa schiera.
La gente del Soldan sarà tagliata,
se non vorrà seguire mia bandiera. —
Così parlando, partirsi e baroni
della battaglia con gli altri campioni.
E poco stante Orlando fe' sonare
dalla sua parte le trombe a racolta.
La gente, udendo ciò, sanza aspettare,
inverso i padiglion si fu rivolta;
ed Ugon fece similmente fare
dentro alla terra con sua gente folta,
e come Orlando gli avea prima detto,
sua gente fece armar sanza difetto.
Fe' covertare e sellare e cavagli
ed a suo gente fece andare il bando,
che radopiasson le guardie a' serragli,
e che la notte ognun gisse guardando
per la città che nessuno si smagli
dalla sua posta, e ciò la vita a bando.
E così fur le guardie radoppiate
e ad ora ad ora tutte rasegnate.
E così stando Ugon la sera a cena
con Ansuïgi, suo caro fratello,
Pilagi venne a lui, che nessun mena,
e salutollo l'ardito donzello
dicendo: — Ben ch'al cor me sia gran pena,
palesar voglio il tradimento fello
che 'l padre mio ha pensato di farti;
per mia scusa ho voluto palesarti.
Perché tu non mi chiami traditore,
vo' ti manifestar che 'l padre mio
in questa notte con suo disonore
ti caccerà di questa terra, onde io
sì me ne scuso per cotal tenore
e scusa faccio a Macone mio dio.
Omai, pro' cavalier, per ver ti dico
che ti guardi da me come nimico. —
E quando Ugone suo parlare ha inteso,
fra sé diceva: — Di te già non dotto. —
Subito comandò che fusse preso
e fatto fu il suo comando di botto.
Non per che voglia che già sia offeso,
il fece Ugon pigliare a cotal motto;
ma solo a sostenerlo si condusse,
per che la notte contra lui non fusse.
Avendo il conte Ugone già cenato,
pur sanza disarmarsi andò a dormire;
ed Ansuïgi, tuttavia avisato,
le guardie fece a tre doppi fornire.
E quando il primo sonno fu passato,
le guardie a grido cominciaro a dire:
— Alarme! alarme! Su, Cristiani arditi,
che Pagani hanno le guardie assalliti. —
E non gridâr le guardie per cagione
che già nessuna gente l'assalisse,
anzi lo fêr per cominciar quistione
e che la gente alla zuffa venisse.
Allor montò molta gente in arcione,
secondo che l'autor per vero scrisse.
La gente della guardia, che dormia,
a quel rumore subito venia.
Suona Ansuïgi allor suo forte corno
acciò che tutta sua gente s'armasse.
La gente allora sanza far sogiorno
a difender le strade ciascun trasse;
e non guardâr perché non fusse giorno,
perché la luna punto illuminasse.
Le sbarre de' nimici trapassaro
in molti luoghi sanza alcun riparo.
Così la zuffa pessima e villana
incominciossi dentro della terra
tra Saracini e la gente cristiana,
che ciascheduno a battaglia si serra.
Armavasi la gente sorïana
e uscivano a' Cristian, facendo guerra;
ma nostra gente, lor curando poco,
in molti luoghi fecion metter fuoco.
Rinforza da ogni lato quella zuffa,
le grida e l'anitrir de' buon cavagli:
l'un l'altro allor per tal modo rabuffa
con lance e brandi ch'avevan buon tagli.
Nell'altro canto dirò sanza buffa
come i Cristian passâr tutti i serragli
e presero la terra in lor balia.
Cristo vi guardi e sua madre Maria.