CANTARE DECIMOPRIMO

By Auteur inconnu

Io prego Dio, che tutto il mondo tene,

e che di cielo in terra mandò il figlio,

quel ver Gesù, che 'n santa Maria venne,

il qual per torci dal mortal periglio

sulla croce per noi morte sostenne,

che tanto aiuto mi dia e consiglio,

la storia ch'a rimare io ho commossa,

la possa seguitar colla sua possa.

Essendo nostri Cristiani schierati,

sì come io dissi nell'altro cantare,

e com'egli eran sul castel montati

per voler la crudel battaglia dare,

Pagan sopra le mura erano andati

e ciascun cominciò sassi a gettare

e lance e dardi, e i lor archi aprendo,

e molte freccie in qua e in là traendo,

gridando: — Fatevi inanzi, Cristiani, —

— se sète gente di tanta potenza;

già di venire con voi alle mani

non abiamo dottanza né temenza.

Non tornerete in Bretagna Britani

né 'n Francia né 'n Borgogna né 'n Provenza;

la Magna, Italia, Ungheria e Sansogna,

Bramante non vedrete né Guascogna.

Mal pensamento fece Carlo Mano

a volere a Marsilio guerregiare,

che 'l pensamento suo tornerà vano:

mai non potrete la Spagna aquistare.

Se fusse qui tutto il popul cristiano,

questa città non potrebbe pigliare.

Ben che siate dell'arme pro' e dotti,

tutti da noi sarete morti e rotti. —

Orlando con ventimila secento

cominciò la battaglia da l'un lato:

Brettoni e Salamon, pien d'ardimento,

da l'altra parte avea già cominciato;

que' del castello, ch'eran cinquecento,

s'erano a la città aprossimato,

che sogiogava merli, torri e mura,

onde e Pagani avieno gran paura.

A gettar cominciâr que' del castello

de lance e sassi e dardi in quantitade

su per le mura di quel popul fello,

gridando: — Viva la Cristianitade!

Viva lo 'mperador di Roma bello

e santa Chiesa e santa Trinitade!

Muoia Marsilio e chi adora e crede

in Macometto e 'n la sua falsa fede! —

Dentro e di fuori stormenti sonava:

e non s'udia il sonar di stormenti

per l'una parte e l'altra che gridava

e l'anitrir de' buon destrier correnti.

Di sopra tutti lor suoni intronava:

lor grida era magior che de le genti.

Saette, sassi, dardi e lance molte

cadevan come piogia, spesse e folte.

I ventimila secento guerrieri,

ch'eran da l'una parte della terra,

combattien come draghi asperi e fieri,

e sopra de' Pagan facien gran guerra;

ma tanto fu l'abondar degli arcieri,

che molti Cristïan la morte afferra.

Lance con dardi sanza alcun ristare

a que' Pagani si vedien gettare.

Il conte Orlando coi suoi paladini,

ventimila secento combattanti,

per quel forte gettar de' Saracini

non si facieno per temenza avanti,

perché molti ne fur fatti tapini

con frecce e sassi da quelli Affricanti.

Di lungi stavan forse meza arcata

el conte Orlando e suo magna brigata.

Il franco Salamon, re di Brettagna,

da l'altro lato combatteva forte

con ottomila, ch'ave' a suo compagna,

tutti dicendo: — Alla morte! alla morte!

Qui sarete conquisi, can di Spagna,

e messi tutti quanti a mala sorte. —

Pagan facien di loro beffe e strazio,

però che del gettare aveano spazio.

Nostri Cristiani combattien di sotto

con que' ch'eran di sopra più altieri,

dando e togliendo a così fatto scotto,

gettando lance e dardi voluntieri;

e que' di sopra contra lor di botto

gettavan frecce, li soriani arcieri,

lance con dardi e poi di molti sassi,

facendo assai di vita tristi e lassi.

Da ogni parte avea assai che fare;

ma que' Pagani avien miglior partito

per che stavan di sopra a guerregiare;

e qual cogliea, che non fusse guernito,

di questa vita convenia passare

e render l'anima al padre gradito.

Ed era de' Pagani il simigliante:

chi moriva si dava a Trevigante.

Nostri Cristian parean draghi infiammati,

tanto mostrava ciascuno sue posse

verso que' Saracini renegati,

presso alle mura, intorno a quelle fosse.

Combattean quelli ch'eran bene armati:

gli altri stavan di dietro alle riscosse.

Lasciam combatter Salamone bello

e ritorniamo a que' de sul castello,

che sopra de' Pagan forte ferieno

con lance e dardi molto francamente.

Molti di questa vita andar facieno:

durare non potia pagana gente

perché que' del castel sopragiugnieno

bertesche, merli e torri certamente.

Pagani allor non potien far difesa,

tanto facien que' del castello offesa.

Re Isolieri giva confortando

la gente sulle mura in ogni lato.

— Deh, non vi sgomentate, — gia gridando —

— e faccia ognun come baron pregiato.

In questo giorno aremo il conte Orlando

e Carlo imperador preso e legato.

Ben combattete, che Macon v'aiuti,

sopra Cristian, che son cotanto arguti. —

Pagan se difendien me' che potieno

da quel castello, ch'era sopra loro.

Tanto è il gettare, che Cristian facieno,

ch'a molti dier quel dì crudel martoro.

Gridando forte vêr di lor dicieno:

— Arendetevi, sanza far dimoro.

Se non rendete tosto la cittade,

mercé di voi non s'avrà né pietade. —

Grande fu la battaglia e smisurata

intorno a Pampalona da tre parti.

Cristian da quella gente dispietata

più e più morti fur per terra sparti.

Que' del castel, come gente pregiata,

i Pagan fecero stare in disparti.

Per lor gettar Pagani avien paura

e da quel lato abandonar le mura.

Ben dice l'aütore e 'l libro conta

ch'a quel punto Cristian avrebbon presa

Pampalona a dispetto e lor mal onta

di que' Pagani che facean contesa.

La gente del castello era sì pronta

che i Pagan non potieno far difesa.

Un Pagan, di legname mastro sodo,

a Mazarigi parlò in cotal modo:

— Questa città, monsignore, è perduta

per quel castello che fa sì gran danno.

Se Apollino o Macone non ci aiuta,

Cristian per forza la città aranno.

Se il castel non si parte o non si muta,

anzi che nona sia, signor saranno.

Se mi vuoi ben pagar, di tale assedio

con uno ingegno troverò rimedio.

Io farò un trabocco qui di botto

rizzar, dinanzi al castel de rimpetto,

e due botte di pece a tal condotto

col fuoco dentro, e tu vedrai schietto

che il castello sarà subito rotto,

in via men tempo ch'io non te l'ho detto. —

Disse il re Mazarigi: — Fallo tosto;

non guardar per fatiga né per costo.

Io ti farò più ricco di tesoro

che nessun baron ch'abbia seco Carlo,

di città, di castella, argento ed oro,

se 'l castel puoi per tuo forza disfarlo. —

Il mastro, sanza fare più dimoro,

incominciò il trabocco a rizarlo:

inanzi mezogiorno l'ebbe ritto,

secondo che nel libro truovo scritto.

Ritto che l'ebbe, una botte di pece

accesa la gittò sopra il castello.

La prima botte poco danno fece;

ma l'altra che gittò quel Pagan fello

il castello arse e tutto lo disfece;

e cinquecento, ch'eran sopra d'ello,

caddono in terra, qual ferito e quale

cadde giù morto e qual non si fe' male.

Pagan, vedendo il castello caduto,

feron gran festa Macon rengraziando.

Re Isolier, come baron saputo,

con ventimila guerrier a comando

da Pampalona si fu dipartuto,

tutti: — Alla morte! alla morte! — gridando.

Nella schiera dov'era Carlo Mano

entraron tutti colle lance in mano.

Re Isolier davanti a tutta gente

coll'aste in mano gridava: — Mongioia!

Viva Marsilio e chi è credente

in Macometto! — e la lancia palmoia.

Degli speron ferì il destrier corrente

ed un Cristian ferì con tanta noia

sopra lo scudo, e tutto trapassollo,

e morto a terra del destrier gettollo.

E poi un altro ferì con gran voglia,

che lo scudo per mezo gli divise:

tutte sue armadure parvon foglia;

ferro, fusto e pennone anco gli mise,

e morto giù l'abatte con gran doglia.

E poi un altro in tal modo conquise:

l'un doppo l'altro a così fatta serra,

qual morto e qual ferito misse a terra.

Nessun poteva contro lui durare,

tant'era oltra misura atante e forte.

Nostri Cristiani facea impaurare:

egli e sua gente a molti diede morte.

Uno scudieri andò a significare

sì come re Carlo era a mala sorte:

al conte Orlando ed al re Salamone

significato fu tal condizione.

Ciascun si mosse tosto dal suo lato

e cavalcaron verso lo 'mperiere

Orlando e ventimila, ognun pregiato,

speronando ciascuno il buon destriere.

Re Isolier come drago infiammato

gia combattendo e rompendo le schiere:

vegendo Orlando e suo gente venire,

ìnvêr la terra cominciò a fugire.

Subito fece sonare a racolta

e comandar ch'ognun dentro tornasse.

Gente pagana si fu messa in volta.

Tristo colui ch'Orlando riscontrasse!

Di subito la vita gli era tolta.

Per gran romore parea che tonasse,

per l'anitrir de' buon destrier sovrani

e 'l gridar de' Cristiani e de' Pagani.

Orlando giunse a sì fatto romore

a quella gente, ch'è tanto rubesta,

ferendo sopra lor con gran valore,

partendo scudi e gli elmi della testa.

Nulla armadura a lui valea un fiore,

tanto feriva con magna podesta;

e gli altri suoi compagni il simigliante

per lo campo facien dietro e davante.

Isolier fece allora simiglianza

del pastor vuole suo bestie guardare

dal lupo o d'altra bestia per dottanza.

Fuor della porta se misse arostare

davanti a tutti con magna possanza

e la gente faceva dentro entrare.

Nostri Cristiani, a così fatto schermo,

facevan de' Pagan crudel governo.

Astolfo d'Inghilterra, fi d'Ottone,

il quale signoreggia l'Inghilterra,

verso Isolieri n'andò di rondone,

e giunto a lui cotai sermon disserra:

— Arenditi prigion, falso ghiottone;

contra l'imperador non far più guerra.

O tu t'arendi o tu del campo prendi:

se tu se' forte, da me ti difendi. —

Re Isolier prese una lancia in mano

e sotto il forte scudo si coperse.

Il duca Astolfo prese allor del piano:

coll'aste in mano in sul destrier si erse

e forte speronò contro il Pagano.

El forte scudo per forza s'aperse:

l'aste si ruppe in più di sei brandella;

re Isolier non si mutò di sella,

ma ferì lui per sì gran vigoria

che quanto l'aste col ferro fu lunga

l'abattè giù in sulla prateria.

Disse: — Guerrieri, hai perduta la punga;

vuo'ti tu rendere a me in pregionia,

anzi che morte col brando ti giunga? —

— Oïl, bel sir; poi che m'hai abattuto,

pregion sò tuo, che niente ti rifiuto. —

Astolfo gia nella terra prigione

per lo comandamento d'Isolieri.

El valoroso duca borgognone,

fi di Ranieri, apellato Ulivieri,

vedendo Astolfo, nïente tardòne:

verso il Pagan n'andò con ma' pensieri.

L'aste palmoia e 'l forte scudo imbraccia

ed a fedire il buon destrieri avaccia.

Correndo forte il possente marchese,

per vendicare Astolfo di tale onta,

sopra di quel Pagan sua lancia stese

e 'n sullo scudo el ferì della ponta.

Dell'arme e dello scudo, quanto prese,

ne menò via, secondo il libro conta.

Per lo gran colpo, che Ulivier gli diede,

del destrier cadde e fu rimasto a piede.

Ulivier dismontò giù del cavallo

e disse: — Tu sarai mio pregioniero.

Renditi a me tapin come vassallo:

credi a Gesù ed al baron san Piero. —

Disse Isolieri: — E' t'è venuto fallo.

Mai non mi arenderò a niun guerriero,

se non al nievo dell'imperadore,

colui che sopra tutti ha più valore. —

Disse Ulivieri: — Se io ti fo venire,

subitamente qui a te davante,

quel valoroso baron pien d'ardire,

Orlando, figlio di Milon d'Anglante,

arendera'ti tu sanza fallire? —

— Oïl, — disse Isolier — per Trevigante,

fallo venire ch'è questo m'è dono:

d'esser suo prigionieri io m'abandono. —

Ulivier fe' venire il conte Orlando,

che giva per lo campo combattendo:

Orlando venne, il destrieri spronando.

Re Isolier, l'arme a quartier vegendo,

di suo fiereza smemorò guardando.

Invêr lui Ulivier così dicendo:

— Costui tien per prigione a tuo dimino,

scambio d'Astolfo tuo carnal cugino. —

Orlando, odendo ch'Astolfo era preso,

ebbe di ciò grandissima gramezza;

ma vegendo il baron di possa acceso,

di tale scambio gli venne alegrezza.

Di torlo per prigion non fu difeso,

sentendo ch'era di tanta fierezza.

Infra suo cor pensò di farlo fare

cristiano e Macometto rinegare.

Gente pagana, a così fatta scorta,

vegendo preso lor guida e signore,

come potean, s'accogliean alla porta.

Entraron tutti dentro a gran furore:

molta ne fu in su quel punto morta

da gente franca piena di valore.

In men d'un'ora fu la gente entrata

dentro alla porta e subito serrata.

Partiti che si furon gli Africanti

e della terra la porta serrata,

nostri Cristian tornavan tutti quanti

al campo, ov'era tutta l'oste armata.

El conte Orlando con compagni alquanti

pregion menò Isolier quella fiata.

Al padiglione di Carlo el menava;

Carlo vegendo, così domandava:

— Chi è questo baron, che m'hai menato,

che mi pare un della gente pagana? —

Orlando disse: — Monsignor pregiato,

costui è di virtù somma fontana

ed Isolieri per nome è chiamato,

signor della città qui prossimana.

In tutto Paganesmo non ha piùe

cavalier ch'abbia cotanta virtùe. —

Disse l'imperadore: — Sia apenduto

subitamente sì come ladrone.

Di scampar già non abbia nullo adiuto,

che dei Pagani non vo' remissione. —

Orlando disse: — Non hai tu saputo

com'egli è preso il fil del re Ottone,

Astolfo, dico, mio cugin carnale,

ch'è miglior di costui o altretale?

Se voi facesse apendere costui,

il padre suo, ch'Astolfo ha in pregionia,

farebbe tosto il simigliante a lui,

che più cortese di voi non seria.

Se morisse, mai più gramo non fui,

e tu non de' voler che così sia. —

Carlo rispose sanza far dimoro:

— Astolfo rïaremo per tesoro.

Costui vo' pur che moia ad ogni patto,

che Astolfo per tesor si rïaràe. —

Orlando fra suo cor disse di quatto:

— O sì o no questo baron morràe,

Astolfo ed io siamo d'un sangue fatto;

che moia lo mio cor non sosterràe. —

E sanza dir più nulla si partie:

con Isolieri al padiglione gie.

Subito furon dintorno e sergenti:

presero e duo baroni a disarmare;

e disarmati che fur quei possenti,

in su un letto s'andaro a posare.

Or udirete, che Dio vi contenti,

sì come Orlando nell'altro cantare

rïebbe Astolfo e rendette il Pagano.

Cristo vi guardi per monte e per piano.