CANTARE DECIMOQUARTO

By Auteur inconnu

Al nome di Gesù, signor diritto,

che da' Giudei per noi ricomperare

in sulla croce fu morto e confitto,

voglio la bella storia racontare.

Voi, buona gente, sanza fare un zitto,

in cortesia mi dobbiate ascoltare;

ed io vi conterò, sanz'altre pecche,

il perché Orlando se n'andò a Lamecche.

Essendo Orlando da Nobil tornato,

come nell'altro canto vi lassai,

a Pampalona nel campo arivato,

facendo ognuno di lui festa assai,

Dusnamo di Baviera ebbe scontrato:

più savio uomo credo fusse mai.

Disse il Dusnamo: — Bene venga il conte

che di prodezza è sommo fiume e fonte. —

— Dio vi mantenga — disse Orlando allora.

Disse lo duca Namo: — Per mio amore

al tuo padiglion va sanza dimora;

non gir davanti a Carlo imperadore,

perch'egli è pieno di superbia ancora. —

Orlando disse: — Perch'è in tal dolore? —

— È fortemente contra te acceso

e tiensi pur da te essere offeso. —

— Orlando disse: — Per quel vero Dio,

il qual di tutto il mondo è signore,

che primamente dismonterò io

al padiglion del santo imperadore;

che già non ho io fatto tanto rio

d'andare a lui debba avere timore.

Se morto fu Sanson coll'altra gente,

più che re Carlo son tristo e dolente.

Ciò ch'io ho fatto, l'ho fatto per bene

e per accrescer la Cristianitade.

Se Sansone con gli altri ha 'uto pene,

andando per combatter la cittade,

di darmi il torto già non si convene,

perch'io v'andassi di mia libertade,

che se l'andata mia fusse saputa,

non si saria la terra forse avuta. —

Dusnamo disse: — Se tu vuo' pur gire,

va, fa secondamente che ti piace. —

Orlando se n'andò, sanza più dire,

a Carlo Mano e più resta non face.

In ginocchion parlò con grande ardire:

— Iddio di gloria, signore verace,

salvi, guardi e mantenga Carlo Mano,

re di Cristianità imperier romano. —

Carlo inverso di lui con viso arguto

forte parlò con sì fatto sembiante:

— Per mille volte tu sia il mal venuto,

sozzo sterpone, malvagio troiante,

che contro a me tanto orgoglio hai cresciuto,

che sanza mia parola, sir d'Anglante,

colla mie gente te diparti e vai

e di me come tuo sergente fai.

Stanotte ti partisti con mia gente

e cinquecento n'hai fatto morire.

Sanson di Piccardia, baron possente,

per tua follia l'hai fatto così gire.

Alla mie vita ne sarò dolente,

tanto era quel Sanson pieno d'ardire.

Sette città non vaglion quanto quelli

che per averla sono tapinelli.

Mai non mi pregio il valere d'un ago

in tutto il tempo della vita mia,

se di cotale fallo io non ti pago,

che giamai più non farai tal follia. —

Orlando vêr di lui sì come drago

e tostamente a Carlo respondia:

— Carlo, se è stata morta di mia gente,

già non hai tu di ciò a far nïente.

Tu non gli paghi di oro né argento,

anzi gli paga la romana Chiesa:

e ventimila men dà e secento,

perché gli tenga sempre a suo difesa

in ogni parte dove guerra sento

ch'abbin Cristian co' Saracin contesa:

con questa gente io debbo là andare

e per la santa fé ogni ben fare.

Sicché se cinquecento o meno o piùe

della mia gente son morti o cotanto,

la Chïesa di Roma per un due

ne solderà l'Apostolico santo. —

Carlo più forte adirato si fue,

ed avendo di ferro in mano un guanto,

ad Orlando el gittò, che non si tenne,

e nella gota quel guanto gli venne.

Per sì gran forza quel guanto ferì,

che quasi Orlando tutto smemoròe:

tre gocciole di sangue fuor gli uscì

del naso, e ognuno si meravigliòe

tutta la baronia ch'era allor lì,

perché 'l messo di Dïo l'anunziòe

in Aspramonte che mai non potesse

esser ferito che sangue perdesse.

Vegendo Orlando cotale partito

che Carlo gli avea dato la gotata,

di gran superbia fu invelenito

e Durlindana fuori ebbe cavata;

e 'nvêr di Carlo correndo fu ito,

che ben gli arebbe la testa tagliata.

Dusnamo di Baviera e 'l buon Danese

subito il braccio del brando gli prese,

dicendo: — Conte, non ti vinca l'ira

d'essere contra Carlo tanto matto,

che quanto l'universo mondo gira

vorrebbe che signor tu fossi fatto.

Di gran dolore sua mente sospira

per amor di Sansone tanto adatto:

di suo amonire o gastigamento

esser dovresti più ch'altri contento. —

Disse Orlando: — Giamai non mi fu dato

da nessuno con brando né con mano

che a mio potere non l'abbia pagato;

così mi credo fare a Carlo Mano.

O io me n'anderò in cotal lato

che non mi rivedrà mai niun Cristiano. —

E sanza dire allora più sermone,

se dipartì e andò al padiglione.

Molto adirato n'andò il conte Orlando

e, fattosi a sua gente disarmare,

in su un letto n'andò sospirando,

dicendo: — Vero Dio che non ha pare,

sempre la santa Chiesa vo inalzando

e per farla ancor più multiplicare;

ma lo 'mperier m'ha fatto tal dispregio,

come a un fantin, davanti a suo collegio. —

Gran lamento fe' Orlando tutto il giorno

che nïuno il potea raconsolare:

della grand'onta pareva musorno

e non volea né bere né mangiare.

E Carlo Mano, imperadore adorno,

acciò che non se ne potesse andare,

appellò della Marca il buon Danese

e di Vïenna il possente marchese.

E disse lor: — Franchi baroni, andate

al padiglion del figliuol di Milone

e Vegliantino fate gli togliate

e Durlindana, che porta al gallone,

e qui davanti a me l'apresentate,

imperò ch'io ho grande suspizione

per la gotata, ch'ebbe sconcia e lada,

per ira questa notte non sen vada. —

I baron si partiro di presente

e giro al padiglion del sir d'Anglante.

Terigi, suo scudier, fante e sergente,

di fuor del padiglion trovar davante.

Ulivier disse: — Va immantenente

sanza parlare a nessuno sembiante,

e col destrier d'Orlando Vegliantino

a Nobile ti metti per camino.

Nollo dire ad Orlando né a persona:

dalla parte di Carlo imperïeri. —

Terigi si partì da Pampalona

con Vegliantino, possente destrieri,

sanza parlare ad Orlando o a persona

e 'nverso Nobil prese suo sentieri.

Ulivieri e 'l Danese dentro entraro:

el conte Orlando en sul letto trovaro.

Disse il Danese: — Conte grazïoso,

Dïo di gloria ti salvi e mantegna.

Perché state così malinconoso?

Perché in te tanta mattezza regna

se Carlo Mano, lo 'mperier gioioso,

per tuo fallire contro a te si sdegna?

Non può lo 'mperador far ciò che vuole?

Ed ha ragion se contra te si duole.

Se Carlo Man con superbia ti diede,

come da padre tu 'l déi sofferire.

D'aver tu sdegno già non si richiede:

a tuo zio non si può nulla disdire.

Tutta Cristianità Carlo possiede:

contra di lui non ha nessuno ardire.

El migliore che c'è e 'l più possente,

s'egli el battesse, non direbbe niente.

Se ti gastiga, già non t'è vergogna:

come figliuolo ti può gastigare;

in questo mondo Carlo non agogna

se non per te la Spagna conquistare.

Lasciamo andare ciascuna menzogna

e sopra questo omai più non pensare. —

Orlando disse: — Danese, Danese,

partirmi credo di questo paese. —

Ulivieri di Vienna ebbe parlato

e disse: — Dolce cognato e compagno,

per lo mio amore vo' che sia pregato:

non ti adirare contro Carlo Magno.

Se ti parti, lui lassi adolorato

e Cristiani faranno mal guadagno:

sanza te il campo nïente varràe,

che dì e notte assalito saràe.

Morti saranno e Cristian con gran guai,

che non ci arà nïun ritenimento.

Se tu ti parti ed altrove ne vai,

alla tuo vita non sarai contento.

Cristianità fia spenta e tu lo sai,

che Saracin non aranno pavento:

sentendo che sarai di qua partito,

sopra di noi sarà ognun più ardito.

Poi che 'n tal modo Cristiani conquidi,

chi porterà la 'nsegna del quartiere?

Nessun sarà possente che la guidi,

che è onorata da tutte bandiere.

Giamai nïun più possente non vidi.

Per lo mio amor rafrena el tuo pensiere. —

Orlando disse: — Danese e Ulivieri,

più non mi date, ch'io m'abbi, pensieri. —

Ulivieri e 'l Danese ciascun guarda

pel padiglion se potessin vedere

del conte Orlando la spada gagliarda:

nolla poteano a quel punto vedere,

perché Orlando, che già niente tarda,

parendogli di perderla temere,

sotto il suo letto se l'aveva messa,

sicché i baroni se n'andâr sanza essa.

Giunsero a Carlo poi così parlando:

— Avuto abbiamo il destrier Vegliantino;

la spada Durlindana, c'ha Orlando

sotto suo letto a tutto suo dimino,

già non potemmo avere quel suo brando.

El destrier ne mandammo per camino:

a Nobile la bella n'è andato

e dalla vostra parte comandato. —

Carlo credeva ch'Orlando restasse

pel buon destrier che gli era stato tolto,

che non partisse e che via non andasse;

ma il suo pensier di ciò fu molto stolto,

che pel destrieri non parve dottasse.

Come fu del dormire un poco sciolto,

andò a chiamare Terigi scudiere,

ma non trovò Terigi né 'l destriere.

E non trovando il caval né 'l sergente,

fortemente di ciò fu sbigottito.

Il fatto si pensò subitamente:

all'arme tostamente ne fu ito.

Sotto suo sbergo la spada tagliente

si misse; poi si fu tutto guernito

d'elmo, barbuta, di sbergo e lamiere

e scudo e ciò ch'a lui facea mestiere.

La sopravesta, che a quartier solea

portare in ogni parte dove andava,

una con un leone se mettea

e quella dentro al padiglion gettava.

El buon destrieri subito togliea,

che Isolier mandò e sì 'l sellava.

Su vi montò el baron di valore

con gran malinconia e gran dolore.

Mezanotte era quando si partia

da Pampalona quel baron giocondo;

senza far motto caminando gia,

dicendo: — Sommo Dio, signor del mondo,

deh, mettimi per tal camino e via,

ch'io non sia della vita messo al fondo,

e innanzi che ritorni tra' Cristiani,

faccia gran danno sopra de' Pagani. —

E poi pensossi di farsi chiamare

Leonagio da Nobile cacciato.

Or lasciamo qui Orlando cavalcare

la notte infin che 'l dì fu rischiarato:

a Carlo Mano voglio ritornare,

ch'al padiglion d'Orlando ebbe mandato

a saper se vi fusse e nol trovòe,

laonde Carlo molto adoloròe.

Quando pel campo si seppe ch'Orlando

s'era partito, quel barone acorto,

tutta la gente n'andava gridando:

— Moia l'imperador! Sia Carlo morto! —

Carlo, sì fatti sermoni ascoltando,

esser gli parve ad un malvagio porto.

Dusnamo di Baviera a tal percosse

con mille cavalier tosto si mosse

e rachetò allor tutta la gente.

Carlo apellò il marchese Ulivieri

dicendo: — Fatti in qua, baron possente,

di ventimila secento guerrieri

vo' che sia capitano ora al presente,

e porta questa insegna a quartïeri,

sicché e Pagani, questa gente ria,

credan per certo che Orlando ci sia. —

Ulivier tolse del quartier la 'nsegna

di ventimila a cavallo e secento;

subitamente tutti gli rasegna,

dicendo: — Fate el mio comandamento. —

Nessun di loro già nïente sdegna:

a ciascun piace fare il suo talento.

E Ulivier giva dintorno alla terra,

facendo, più che prima, dura guerra.

I Pagan se credieno bene tutti

che Orlando fusse quel che gli guidava:

su per le mura si furon ridutti

e contra de' Cristian ciascun gridava:

— Da noi sarete consumati e strutti. —

Nostri Cristian nessuno s'acostava.

Ventimila secento ad ogni giorno

a Pampalona gien tutti dintorno.

Lasciamo il campo a Pampalona stare,

che ciascuno è d'Orlando adolorato.

Al conte Orlando voglio ritornare

che duo dì e due notti ha cavalcato

senza nïente bere o da mangiare,

onde se n'era forte sgomentato.

Un giorno in sulla nona un gran romore

sentì picchiare, ond'egli ebbe timore

e si segnò e accomandossi a Dio,

dicendo: — Padre del regno celesto,

che è questo romore che sento io?

Per tua pietade, famel manifesto

e guardami ogi da tormento rio

in questo luogo che è tanto foresto.

E cavalcando trasse fuori el brando

e spesso givasi el viso segnando.

Con Durlindana, che fu del re Almonte,

andava Orlando dietro a quel picchiare.

Andando fu arivato ad una fonte

che Merlino per arte la fe' fare.

Come giunto fu ivi il forte conte,

incominciò la fonte a riguardare.

Udite, signor, come in quella parte

Merlin la fece edificar per arte.

Il libro dice che la fonte è quadra

e si v'aveva da ciaschedun canto

un uom di marmo e forte manticava

con un martel d'acciaio, picchiando tanto

che selvatica fiera non vi andava

a ber per nessun modo o tanto o quanto;

ed a ciaschedun uomo era una scritta,

come udirete racontar quiritta.

— Giamai non restarem d'afaticarci

né il nostro martellare arà mai fondo

infin che qui a bere non verracci

il miglior cavalier di questo mondo. —

Orlando, ch'era pien di tanti impacci,

quelle lettere lesse a tondo a tondo;

poi dismontò del destrieri e bevette:

bevuto ch'ebbe, quel picchiar ristette.

Maravigliossi Orlando, sì vegendo

che quel picchiare era così restato,

e verso il cielo si voltò dicendo:

— O sire Dio, padre glorificato,

l'anima e 'l corpo, Signor mio, ti rendo.

Non mi lasciar così male arivato. —

E diè bere al destrieri e partì via,

chiamando Dïo, figliuol di Maria.

Andando riscontrava lïofanti,

leoni, cervi, leonze e liopardi,

buffali e cavrïoli e lupi tanti,

d'ogni animale giovini e vecchiardi,

ucegli dietro, dintorno e davanti.

Già di toccarlo non eran gagliardi.

Orlando cavalcando avia paura,

chiamando Dio e la sua madre pura.

Cavalcò tanto il figliuol di Milone

che presso al mare e' fece aportamento;

e teso v'era in terra un padiglione

d'una nave che fea lì restamento.

In terra era il nocchieri col padrone

che per andare non avean buon vento;

ed ivi sta con allegrezza assai

un padron con sessanta marinai.

Orlando, che gli vide dalla lunga,

studiò il passo che mille anni gli pare

che per mangiare quella gente giunga,

ch'era stato tre dì sanza mangiare.

Or udirete, che Dio vi conduca,

signor, la storia nell'altro cantare.

Io priego quell'Iddio, ch'è d'onor degno,

che ve riposi nel beato regno.