CANTARE DECIMOQUINTO

By Auteur inconnu

Solennissimo Re dell'alta gloria,

padre e signor della Cristianitade,

di che natura e virtù fa memoria,

governator dell'universitade,

concedi dono a me di questa storia,

lodato sia tua magna maestade,

e sia del nome tuo grazia e lode,

e spassamento di tempo a chi l'ode.

Io vi contai, signor, nell'altro canto,

sì come Orlando, di Milon figliuolo,

da Pampalona partì con gran pianto,

dov'è 'l re Carlo col cristiano stuolo,

per la gotata gli diede col guanto,

laonde n'ebbe velenoso duolo,

e gisse cavalcando solo il conte,

e 'l gran miracol ch'aparve alla fonte.

E disse come apresso al mare e' vide

un padiglion che gente v'avia sotto,

onde suo mente d'allegrezza ride.

Per giunger tosto il caval misse al trotto

per voglia di mangiar che lo conquide,

che là si pensa d'apiccar lo scotto.

E giunse al padiglione e diè il saluto:

con riverenza fu a lui renduto.

E sotto il padiglione avea ben cento

Saracin ch'eran della nave scesi

e preso porto, che non avien vento,

per rinfrescarsi in tale modo attesi.

Vegendo il conte di tanto ardimento,

che rasembrava sir de gran paesi,

il padron della nave dimandollo

dond'era; il conte rispuose: — Dirollo.

Credo, signor, ch'a voi palese sia

che Carlo Mano, più anni passati,

col suo esercito e gran baronia

e paesi di Spagna ha guerregiati.

Un suo nepote di gran vigoria

con ventimila secento assembrati

da Pampalona subito si mosse:

non stette lì per dimostrar sue posse.

A una città, che Nobile è chiamata,

apresso a Pampalona a dieci miglia,

la notte l'assallì con sua brigata.

Gente di dentro rimedio non piglia:

per lui fu presa e poco contrastata;

dentro v'entrò con tutta sua famiglia.

De' cittadini tutti morti furo

chi non si battezò: siate sicuro.

Come vedete, solo mi parti' io,

via cavalcando come disperato.

Sacramento vi fo per nostro Dio

che da tre giorni in qua non ho mangiato

né io in verità né il caval mio.

El dì e la notte poco son posato.

Per Macometto dio mangiar vi chieggio,

ch'io ho tal fame che lume non veggio.

Fegli il padrone recar da mangiare:

il conte trasse il freno al suo destriere;

prese vivanda per sé confortare

e mangiò quello che gli fu mestiere.

Tanto mangiava che maravigliare

fece 'l padron e ciascadun nochiere.

Tutti dician: — Macon, che 'l mondo guidi,

così mangiare mai niuno non vidi.

Se fusse in arme tanto presto e dotto

quanto a mangiare par ch'abbia potere,

e' metterebbe re Carlo al disotto:

per tutto il mondo si faria temere. —

Orlando sta pur muto e non fa motto.

Quando ha mangiato quel che gli è in piacere,

prende il cavallo e rimisegli il freno

per cavalcar per lo pagan terreno.

Anzi che per andar il camin prenda,

a quel padron parlò non come matto:

— Merito Macometto idio vi renda

del grande onore che m'avete fatto.

— Da ogni male Apollin ve difenda.

Poi c'ho mangiato, vo' cavalcar ratto. —

Disse il padrone: — Amico, aspetta un poco;

lo scotto paga inanzi muti loco. —

Rispose il conte: — Per mia lealtade

non ho moneta né argento né oro;

povero io mi parti' di mia cittade,

cacciato, come dissi, da coloro. —

Disse il padrone: — In buona veritade

lo scotto pagherai sanza dimoro.

Certo a mie spese tu non t'empierai:

l'arme o 'l cavallo qui tu lascierai. —

Il conte, che ode quel che il Pagan chiede,

rispose: — In buona fé non sono usato

in nulla parte mai andare a piede.

È mia usanza sempre andare armato

per quel Macon che l'anima mi diede. —

Disse il padrone: — Non mi arài gabbato. —

E 'nvêr di lui con più di venti corse

per dargli: el conte punto non si torse

e trasse fuor Durlindana gagliarda

e come pro' cavalier la brandisce.

Inverso dei Pagani niente tarda:

arditamente di piatto colpisce

quanto mai può e nessuno riguarda.

Qualunche tocca, suo vita finisce.

Combattendo col popul paganesmo,

saviamente parlò fra se medesmo:

— Ahi quanto è grande la mia codardia

a dir che, con ispada così fatta,

contra tal gente la persona mia,

con essa in mano, forte si combatta! —

Così pensando fra sé tuttavia,

la spada misse dentro o' l'avia tratta;

e poi col guanto quel padron percosse:

morto il gittò che mai più non si mosse.

Fugendo i marinai per gran paura,

vegendo il lor padron per terra messo,

Orlando gli seguia per la pianura.

Tristo colui che gli volea star presso.

E non valea a' suoi colpi armadura,

sì ben crosciava fortemente e spesso.

A più di sette fe' il baron giocondo

passar la vita lor di questo mondo.

Vegendo questo fatto i marinari:

— Signor, — dicieno — più non percotete;

noi vi darem vettovaglia e danari;

da tutti noi obedito sarete.

Mai non saremo di nïente avari

e porrenvi dovunche voi vorrete. —

Allora, quando il conte questo intende,

più a ferir contra lor non attende.

Di più ferire il conte non s'impaccia:

dimandò e marinai se 'l vento è buono

di navicare. — In quanto a voi piaccia,

deliberato d'ire in Persia sono. —

Ognun rispose: — Il mare è in bonaccia;

di voi servire a noi è grazia e dono. —

Così montaro in mare e caricaro

il buon destrier d'Orlando, signor caro.

Alzâr le vele e misensi per mare

col vento fresco della tramontana.

El dì e la notte sanza resta fare

la nave guida la gente pagana

e, come il mare è usato di fare,

mosse fortuna crudele e villana.

Contrari venti dove andar volieno,

in qua e in là la nave percotieno.

E tanto stette il mare in gran fortuna,

anzi che porto mai prender potesse,

che per mangiare più cosa nessuna

non fu che in sulla nave rimanesse.

Il dì al sole e la notte alla luna:

ognun digiuno convenne che stesse.

Poi, come piacque a Quel ch'è somma luce,

una mattina al porto gli conduce.

Pria che la nave a porto sia arivata,

Orlando guarda fuor della marina;

vide una gran città, ch'era assediata

da essercito di gente saracina,

e dimandò e marinai quella fiata:

— Ditemi se sapete la dottrina

di quella terra che assedio ha sì forte;

chi la possiede e perché è a tal sorte. —

Un di quei marinai, ch'era il più saggio,

disse: — Signor, per verità si chiama

Lamecche la città in nostro linguaggio,

e quell'assedio v'è per una dama.

Di che e come chiaro vel diraggio,

poi che saperlo vostra mente brama.

Soldan si chiama quel che n'è signore;

perch'assediato dirovi il tenore.

Questo Soldan, di cui la terra è tutta,

ha una figlia che è tanto bella,

che quella per cui Troia fu distrutta,

non credo avesse bellezze quanto ella.

In lei non è niuna fattezza brutta:

ogni virtù par che riluca in quella.

Il sir di Persia la dama amorosa

l'ha domandata al padre per sua sposa.

Re Machidante quel si fa chiamare,

il quale ha d'anni bene più di cento.

Il padre non gliel'ha voluta dare:

ella nol vuole ed e' non è contento.

L'oste vedete quivi intorno stare

di Machidante il grande assembramento.—

Diceva il conte: — Ponetemi a terra;

andar voglio a vedere questa guerra. —

Disceso in terra, il valoroso conte

montò a cavallo, che non si sostiene:

dovunche va, o per piano o per monte,

menare adagio il caval gli conviene.

Se ha a passar fiume sanza ponte,

per lo mal manicar gran mal gli viene,

e tra lui e 'l cavallo egli è sì spunto,

che per morire era già quasi giunto.

Per l'umidor dell'acqua il cavaliere

aveva l'arme ruginose indosso:

dimenando s'andava in sul destriere,

come un che fosse del cavalcar grosso.

Giugnendo al campo quel nobil guerriere,

ognun diceva: — Vedi che uom grosso? —

E beffe e strazio ognun di lui facea,

ed e' taceasi di ciò s'avedea.

Egli era per lo campo adimandato

quel ch'andava cercando ed e' dicea

com'era della Spagna descacciato

e per bisogno che soldo volea.

— Per quanti uomeni vuoi esser pagato? —

dicea la gente, ed egli rispondea:

— Io vorrei soldo per cento persone

a chi piacesse la mia condizione. —

La gente si traea di lui sollazzo:

tutto 'l campo parea ch'a lui traesse.

Era straziato come fusse un pazzo:

a lor parea che non se n'avedesse.

Nessun v'avea sergente né ragazzo

che beffe e strazio di lui non facesse.

Per far di lui magior dilegïone,

menarlo a Machidante al padiglione.

Il conte, per non esser conosciuto,

in sul caval s'andava dimenando:

non parea che a caval fusse mai suto

né mica è conosciuto per Orlando.

Quando a quel Machidante fu venuto,

se misse ginocchion, così parlando:

— Apollino, Macone e Trevigante

salvi, guardi e mantenga Machidante;

abatta e disconfonda Carlo Mano,

Turpin di Rana, Angiolier di Baiona,

Danese Ugieri e di Maganza Gano

e quattro fi di Namo e sua persona,

Orlando, il forte campione romano,

che della Spagna vuol portar corona;

ciascun che crede in fé di Gesù Cristo,

Macone abatta e sempre il faccia tristo. —

Rizzossi in piè, poi che l'ha salutato,

e Machidante tosto il domandava:

— Di che paese se' tu qui arivato? —

A lui Orlando subito parlava:

— Di Spagna son, di gentil sangue nato,

d'una città che Nobil si chiamava,

che poco tempo un nipote di Carlo

la prese, che non fu chi contastarlo.

Ciò ch'io avea mi fu rubato e tolto:

non mi rimase tesoro nïente.

Per mia vita campar son qui ricolto:

soldato esser vorria di vostra gente. —

E Machidante lo riguarda in volto.

— Che soldo vorrestù, baron possente? —

Rispose: — Soldo per cento vorrei,

che certamente per men nol torrei. —

Quando il signore intende quel c'ha detto,

disse: — Baron, troppo soldo dimandi.

Va, che ti maladica Macometto

che adimandi prezzi così grandi.

Mio nievo Polinor, così perfetto,

saria bastanza a quello che tu spandi.

Va cavalcando pure a tuo vïaggio,

ch'io non vo' gente de sì gran vantaggio. —

Via si partì el conte doloroso:

montò a cavallo, velenoso d'ira.

Via cavalcando, va tutto pensoso

e spesse volte nel suo cuor sospira.

Non può la mente sua trovar riposo:

in qua e in là per lo campo s'agira,

beffato da chi 'l vede in ogni canto,

vegendo lui e 'l caval manco tanto.

Que' Saracin ghiotton, miseri e lassi,

gli gieno dietro, facendo romore,

a lui gettando chi terra e chi sassi;

d e' cavalca via con gran dolore

inverso la città con lenti passi,

e va dicendo tuttavia in suo core:

— Ancor vendicherommi d'este busse

per quello Dio che tutto ben condusse. —

Giunse alla porta di quella cittade.

La guardia disse: — Chi è il cavaliere? —

Rispose Orlando: — Di strane contrade;

io vorrei soldo, che mi fa mestiere. —

La guardia il lassò gir sanz'altre bade

ed e' cavalca via con gran pensiere.

Gli abergator dicieno in suo parlare:

— Qui ha bene da bere e da mangiare,

e qui arete pel caval profenda

e di ciò che farà bisogno a voi.

Venite qua, che Macon vi difenda,

che ben servito sarete da noi. —

Il conte non risponde, benché intenda,

però che par che cotal dir gli nòi;

e doloroso fra suo cuor si chiama,

che non ha argento e di mangiare brama.

— Far mi conviene maggior penitenza,

che s'io mangiassi, mi convien pagare.

Non mi vorrebon gli osti far credenza.

Omè, non ho moneta da lor dare.

Di lassare il caval non è mia intenza:

l'arme di dosso non vorrei 'mpegnare.

Che malanno aggia Carlo re di Francia,

quando del guanto mi diè nella guancia.

Per lui son io a tal modo condotto

ed in stranie contrade tra nimici

che io non truovo albergo, né ridotto

piccol né grande non conosco quici.

Or fusse meco il figliuol del re Otto

e Ulivieri e Turpino e gli altri amici:

questa città con loro pigliarei,

e poi da bere e da mangiare arei. —

Trotton trottone Orlando cavalcava,

sempre alla sella tenendo le mani,

e tutto sul caval se dimenava.

Que' della terra, piccoli e mezani,

ciascun di dietro forte li gridava

perché egli era di paesi strani:

— Deh, che malaggia signore o vassallo,

che mai con arme te misse a cavallo! —

Fu giunto il conte su la piazza grande,

dov'è il palazzo di quel gran Soldano,

el qual'era dipinto a tutte bande,

e l'arme gli era d'ogni gran pagano.

Secondo che l'autor mi dice e spande,

trovò 'l figliuol di quel signor sovrano,

Sansonetto per nome era chiamato,

ed in tal modo l'ebbe salutato:

— Apollino, Macone e Trevigante

ti guardi e salvi, nobil damigello,

e chiunque fosse di tua fede errante

Macon l'abatta e faccia tapinello,

ed anco abatta el falso Machidante

che va guastando el tuo paese bello. —

E Sansonetto invêr lui rimirava

e dond'egli era tosto il domandava.

Rispose il conte: — Nato son di Spagna,

d'una città che Nobile si noma,

che 'l conte Orlando con sua gran compagna,

che al soldo sta colla Chiesa di Roma,

una notte v'entrò con gente magna.

Senza stormenti quella franca chioma

prese la terra, e chi non battezossi

fu morto e preso chi non dileguossi.

Io per campar di man di quel malvagio

sanza danari me misse in camino,

onde ho patito di molto disagio,

di poco mangiar pane e ber di vino.

Per nome son chiamato Leonagio:

soldo vorrei, da poi ch'io son tapino

e sono di mia terra discacciato,

e di mangiare i' son molto affamato. —

A Sansonetto allor molto ne 'ncrebbe.

Disse. — Soldo per quanti vorrestùe?

Rispose il conte Orlando che vorrebbe

per cento cavalieri soldo o piùe.

Rispose Sansonetto: — E' bastarebbe

a Polinoro che ha tanta virtùe.

Vieni a mio padre e sì t'acorderai.

O sì o no, con meco mangerai. —

Non ebbe il conto mai tanta allegrezza

per la gran voglia aveva di mangiare.

Con Sansonetto andò con gran prestezza

fine al palagio sanza dimorare.

Signori, io ve dirò la gran prodezza,

che fece Orlando, nell'altro cantare:

come per lui fu l'Amostante ucciso.

Cristo del ciel vi doni paradiso.