CANTARE DECIMOSECONDO

By Auteur inconnu

Al nome di Colui che non ha pare

e sanza il nome suo nulla si face,

voglio alla bella storia ritornare

di Carlo imperador magno e verace.

Voi che state dintorno, vo' pregare

che a seder tutti m'ascoltiate in pace.

Or udirete racontar la storia,

secondo che l'autor ne fa memoria.

Signori, io dissi nell'altro cantare

della battaglia che fu tanto dura;

come il re Isolieri fe' menare

Astolfo preso dentro dalle mura;

e come Isolïeri a tale affare

da Ulivier fu messo alla pianura:

Carlone Astolfo ricoglier volea

per tesoro ed Orlando il contendea.

Essendo Orlando al padiglion tornato

con Isolieri e riposato alquanto,

ebbe re Isolieri dimandato

se prendere volea il battesmo santo.

Isolier rispondea molto turbato:

— Se tagliar mi facessi tutto quanto,

Macone e Trevigante mio iddio

per tuo Gesù non rinegherei io.

Non ti bisogna di ciò predicarmi,

ch'io nol farei per cosa qual si sia;

anzi potresti le carni tagliarmi,

che mi svolgessi della fede mia.

La morte tu mi puoi dare e straziarmi,

però che tu m'hai stretto in tua balia. —

Vegendo Orlando suo voler sì fermo,

parlò verso di lui sanz'altro schermo:

— Poi che non vuoi lavarti e battezarti

e ritornare alla mia fe' perfetta,

in Pampalona vo' lassare andarti

o in altro luogo dove te diletta.

Ma vo' che, inanzi che da me ti parti,

sopra della tua fé tu mi prometta

de rimandarmi Astolfo mio cugino,

o tu ritornerai al mio dimino. —

Isolier disse: — Baron, gran mercede.

Che 'l nostro Dio da morte te defenda,

poi che mi vuoi lassar sopra la fede

e vuoi che Astolfo, tuo cugin, ti renda.

Per quel Macone in cui lo mio cor crede,

se non che morte l'anima mia prenda,

ti mandarò Astolfo salvo e sano

o tornerò a te, baron sovrano. —

Carlo Mano apellò un suo barone

e disse: — Muovi sanza restamento

a Pampalona per lo fi di Ottone,

se lo potessi avere per argento,

e di' che sia tuo scudieri o briccone.

Non dir che sia di tanto valimento. —

Il baron si partì coll'ambasciata

ed andò via sanza far più restata.

E giunto che fu presso alla cittade,

a que' dei merli cominciò a parlare:

— Datemi voi, Pagan, la securtade,

che voglio un mio prigion ricomperare. —

Allor gridò una gran quantitade:

— Sicuramente vien, sanza dottare. —

La porta gli fu aperta allor di botto:

nella città entrò il baron dotto.

Al palazzo, ove Mazarigi stava,

dismontò quel barone da cavallo:

su per le scale subito montava.

En su la sala, dove facea stallo,

davanti a lui in tal modo parlava,

come udirete, signor, racontallo.

Ginocchion prima se misse davante;

poi parlò vêr di lui cotal sembiante:

— Quel vero Dio che prese carne umana

per liberarci dalla ria sentenza,

in cui adora la gente cristiana,

ed hanno a lui somma fé e credenza,

salvi e mantenga la Chiesa romana

e Carlo Mano e tutta suo potenza.

Il vostro dio Trevigante e Macone

salvi e mantenga vostra religione.

Io son venuto avanti a voi, signore,

per un ch'avete di mia gente preso,

il quale è uomo di poco valore:

per lui ricomperar son qui disteso.

Se per argento, sanz'alcuno errore

ditelo, sanza tenermi sospeso. —

— È tuo scudieri? — disse Mazarigi.

— Oïl, — disse il baron — per san Dionigi. —

Udendo Mazarigi che scudiere

era il baron ch'avea impregionato,

fece venire Astolfo, il buon guerriere,

davanti a sé ed ebbel domandato

se sergente era di quel cavaliere.

Rispose Astolfo molto corrucciato:

— Nanì, chi 'l dice per la gola mente,

ch'io non sono scudieri né sergente.

Io sono Astolfo, figliuol del re Ottone,

che signoregio tutta l'Inghilterra:

fuori del traditor di Ganellone,

più ricco sono, se 'l mie dir non erra,

che nessun cavalieri abbia Carlone.

Tutti gl'Inglesi son sotto mia serra.

D'Orlando sono compagno e cugino:

sotto sua insegna io sono paladino. —

Il baron, ch'era presente venuto

per Astolfo voler ricomperare,

non parlò più e stette come muto,

udendo Astolfo in tal modo parlare.

Astolfo fu in pregione remettuto

e me' che prima fu fatto guardare.

Ed al barone fu dato comiato

ed egli indietro si fu ritornato.

Di subito montò sul suo destriere

e prese a cavalcar fuor della porta

e verso el padiglion dell'imperiere

se n'andò quel baron sanz'altra scorta.

Da caval dismontò: el suo scudiere

prese il destrieri ed altrove lo porta.

Andò il barone dentro il padiglione

davanti a Carlo in terra ginocchione.

E racontogli sì come avea detto

Astolfo inglese davanti al Pagano

che non era scudieri né valletto:

com'era duca lo fece certano.

Carlo di ciò n'aveva gran dispetto

e 'n sulla gota s'apoggiò la mano.

— Se nol possiamo per tesoro avere,

un altro modo ci convien tenere. —

Orlando, udendo che Carlo volia

ricomperare Astolfo per tesoro,

fra suo core di subito dicia:

— Per lui non si darà argento ed oro. —

Con Isolieri tosto si movia

e giron tosto sanza far dimoro:

al padiglione ne furono andati

e su un letto amendui riposati.

Fecegli Orlando sue armi portare;

e da sergenti fu di botto armato.

El suo destrier gli fece apresentare:

Isolier su vi fu tosto montato.

Orlando fe' con gente acompagnare

presso all'entrata quel baron pregiato

tanto quanto potea gettare un arco,

presso alle mura ch'avean d'arme carco.

Poi si tornaro indietro tutti quanti

ed Isolier nella città entròe.

Gran festa ne faceano gli Africanti

e molta gente incontro a lui andòe:

chi correva di dietro e chi davanti.

Isolieri al palagio dismontòe

davanti al padre suo, re di corona,

che per Marsilio tenea Pampalona.

E Mazarigi lo vide venire:

maravigliossi di ciò forte e molto.

Invêr di lui incominciò a dire:

— Dimmi, troiante, vil codardo e stolto,

come ti se' tu potuto fugire?

Se' tu forse da nostra fe' rivolto,

che ti lasciasti abattere e menare.

Ora ti vegio e non so 'l tuo tornare. —

Disse Isolieri: — Se fui abattuto,

non mi abatté paltonier né troiante,

anzi fu cavalier mastro e saputo,

carnal cognato del signor d'Anglante.

e mai non mi sarei a lui renduto,

se non che venne quel signor aitante,

Orlando, nievo di Carlo imperiere,

che non ha il mondo meglior cavaliere.

E sopra la mie fede m'ha lasciato,

ed io gli debbo il suo prigion mandare;

e così gli ho sopra mie fé giurato,

se non a lui mi debbo ritornare. —

Disse el re Mazarigi: — Sei errato,

ti converrà altro modo trovare,

che costui io non renderò giamai,

se altro patto prima tu non fai. —

Disse Isolieri: — Tornar mi convene

per quello sacramento, ch'io ho fatto

con quel barone ch'è tanto da bene:

non credo per mia fé fare altro patto.

Se quel baron non vuoi render per mene,

dimmelo ed io me n'andarò via ratto. —

Mazarigi rispose: —Va pur via,

che malanno aggia la tua codardia. —

Si dipartì Isolier dal palagio

per ritornare a quel signor d'Anglante.

La madre sua, vegendolo in disagio,

a Mazarigi venne allor davante,

dicendogli: — Che credi far, malvagio?

Che mal te dia Macone e Trevigante!

Per un prigione lassi andar tuo figlio

tra que' Cristiani a sì fatto periglio?

Se Marsilio il sapesse, e' ti faria

come ladron per la gola impiccare,

che l'ha più caro che te in fede mia.

Suo nepote è, giamai nol puoi celare,

ed è tuo figlio e non pare che sia,

che a sì fatto modo il lassi andare.

Se fusse tuo scudier, saria bastanza,

che tu non hai di lui nulla piatanza.

Se di questo baron tu nol contenti,

sopra la nostra fé io ti prometto

che Marsilio il saprà e suoi parenti.

Se di me abbia parte Macometto,

manda per lui cotesti tuoi sergenti,

anzi che vada via il baron perfetto. —

Mazarigi mandò duo suoi scudieri

e fe' tornare indietro Isolïeri.

E poscia fece il buon duca anghilese

menar davanti a sé fuor di pregione;

ed Isolieri per la mano il prese

dicendo: — Intendimi, franco barone,

per amor del cugino tuo cortese

vo' che ritorni sotto suo pennone. —

Astolfo disse: — Io non gliene sò grado,

perch'egli è stretto nel mio parentado.—

Di subito Isolieri fe' venire

l'armadura d'Astolfo e suo cavallo:

e sergenti di botto a non mentire

dintorno fur ben venti per armallo.

Armato ch'è il barone pien d'ardire,

dipartir si volea da quello stallo.

Re Isolier gli pose il braccio al collo

e 'nfin giù nella piazza acompagnollo,

dicendo: — Sir, per vostra cortesia

un bel destrieri vo' che voi meniate

al conte Orlando, pien di vigoria,

e da mia parte vo' gliel presentiate. —

Astolfo disse: — Il figliuol di Maria

vi doni pene che così parlate;

già io non sono d'Orlando scudiere,

che voi volete gli meni il destriere.

Io non ho con Orlando a far nïente,

che nel malanno ti metta Gesùe:

di persona e d'aver son più possente

quattro cotanti di lui e ancor piùe;

e tu mi vuoi or fare suo sergente

per abassar mio onore e virtùe?

Se tu gli vuoi presentare il cavallo,

manda di dietro a me un tuo vassallo.

Quando sarò di dentro al padiglione,

dove sta Carlo con suo baronia,

gli mostrerò il figliuolo di Milone;

poscia gli dia il destrieri in suo balia. —

Isolier fe' venire un bel ronzone,

che di bontà non avia compagnia:

da Vegliantino in fuori e da Morello

non si truova sì buono né sì bello.

Coperto fu di scarlatto il destriere

e su vi fe' salire un destro fante

dicendo: — Mena questo al buon guerriere

Orlando, figlio di Milon d'Anglante. —

Astolfo si partì e lo scudiere:

Isolier l'acomanda a Trevigante.

Di fuor di Pampalona i duo usciro

e 'nverso il campo cavalcando giro.

Giunto che fu Astolfo e quel Pagano

dentro al campo de' nostri Cristïani,

al padiglione andâr di Carlo Mano

che insieme era co' suoi baron sovrani.

Dismontâr de' destrieri giù al piano:

al padiglion si feron prossimani.

Come Astolfo fu dentro, reguardòe

quel che Carlon per riscuoter mandòe.

Verso di lui n'andò molto adirato

col brando in mano per volergli dare,

dicendo: — Traditore svergognato,

per tuo scudier mi givi riscattare. —

Il duca Namo in piè si fu levato

vedendo Astolfo in tal modo parlare;

per lo braccio il pigliò, dicendo: — Taci,

non aver tuo' pensieri sì fallaci. —

Astolfo allora indietro ritornossi:

di ferir se ritenne per amore

del duca Namo e alquanto vergognossi,

e gì davanti a Carlo imperadore.

Così dicendo in terra ginocchiossi:

— Monsignor, vostro nievo è traditore.

Non so che s'abbia a far con Isoliere,

ch'ora al presente gli manda un destriere. —

Carlo ridendo gli rispuose: — Duca,

in cui mi debbo più che in lui fidare?

Per lui conviene tutto si conduca,

che sanza lui possiamo poco fare.

Tutto l'oste per lui par che riluca:

già non cred'io che volesse mancare. —

Allora Astolfo in piè si fu levato:

Orlando a quel Pagano ebbe mostrato.

Il Pagano n'andò davanti a Orlando

e ginocchion si misse tostamente,

e salutollo in saracin parlando,

dicendo: — Monsignore, qui presente

Isolieri ti manda salutando —

e mostrogli il destrier forte e corrente

— e dice che 'l tegnate per suo amore,

che in tutto il mondo non ha un migliore. —

Orlando uscì del padiglion di Carlo

con quel Pagano ed al suo ritornòe:

a suo' sergenti fa tôrre il cavallo.

Cento bisanti al Pagano donòe

e po' il fece a suo gente acompagnallo

presso alla porta ed ei dentro n'andòe.

E cavalier se rimaser di fòra

e al padiglion tornâr sanza dimora.

E stando il conte sotto la suo tenda,

un messaggero venne a lui in fretta

dicendo: — Dio di gloria vi difenda

e la sua madre Vergin benedetta;

una città non è chi la difenda,

la qual'è d'esta gente maladetta

e Nobile per nome ell'è chiamata;

da poca gente per certo guardata.

Se voi vi cavalcate tostamente,

signor sarete sanza aver dottanza:

nella città ha tanta poca gente,

che a difenderla non han possanza.

V'ha una porta che certanamente

di guardia alcuna non c'è ricordanza:

quella che verso Saragoza viene,

più volte aperta la notte si tiene.

Perché non dottan punto di persona,

guardia nessuna nïente vi fanno.

Quella che viene verso Pampalona,

guardie de dì e di notte vi stanno.

Orlando, udendo ciò che quel ragiona,

nel padiglione il serrò sanza inganno,

acciò che a nulla persona el dicesse

e Carlo imperador nollo sapesse.

Tutta sua gente fe' Orlando armare,

ventimila secento ch'egli avea:

a suo' compagni disse tale affare

e 'n sulla sera ciascun si movea.

Inverso Nobile preseno andare:

a mezanotte la gente giugnea;

e ragunossi la magna brigata

presso alle mura forse ad un'arcata.

Poi chiama Orlando il marchese Ulivieri:

Ulivier venne tostamente ad ello.

Disse egli: — Con tremila cavalieri

ti muovi tosto sanza più apello

verso le mura d'esti Pagan fieri.

Da l'altra parte comincia il cimbello. —

Ulivier si partì con quella scorta

e prestamente s'acostò alla porta.

Poi disse Orlando al signor d'Inghilterra,

Astolfo, fil del forte re Ottone,

che gisse da l'un lato della terra,

seco a cavallo tremila persone,

e con Pagan cominciasse la guerra.

Astolfo disse: — Tu se' gran campione;

tu non vuoi altro far che comandare, —

e dipartissi sança più tardare.

Orlando se rimase da l'un lato

con quatordeci milia a sua posta

e nove paladin, ciascun pregiato.

Invêr della città tosto s'acosta

ciascun per la battaglia aparecchiato.

Astolfo ed Ulivier sanza far sosta

si cominciaro a scalare le mura

arditamente sanza aver paura.

Così schierati da tre parti furo

nostri Cristian per voler cominciare

la battaglia e lo stormo tanto duro.

Sanza nïuno stormento sonare,

tutti si vennero apressando al muro.

Or udirete nell'altro cantare

quella battaglia tanto poderosa.

Cristo vi guardi e sua madre gioiosa.