CANTARE DECIMOSESTO
O Vergine Maria dei gratia plena,
o giusto specchio, o sempiterna luce,
o divina virtù, stella serena,
misericordia che sempre riluce,
consolatrice d'ogni alma terrena,
eterna gloria ch'ogni ben conduce;
per tua santa piatà che ciascun sazia,
concedi alquanto a me della tua grazia,
sì che con dilettose rime adorni
la bella storia, sicché chi l'ascolta
diletti tanto ch'audirmi poi torni,
più la seconda che la prima volta.
Voi che a odire mettete e vostri giorni,
sedete in pace qui, gente raccolta;
ed io vi conterò la gran prodezza
che fe' Orlando per la sua fierezza.
Nell'altro canto vi lasciai sospeso
sì come Orlando, di Carlo nepote,
era per gire al Soldano atteso
per la gran fame che dentro il percuote.
Con Sansonetto al palagio disteso
fu 'l conte Orlando, quel che tanto puote.
Il cavallo alla stalla fu menato;
com'è usanza, fu tosto disellato.
Orlando quando vide el caval messo
dentro alla stalla, a Sansonetto parla:
— Il mio caval vo' governare io stesso
e vo' la biada con mie mano darla,
e tanto, a quattro braccia, stargli apresso
che con miei occhi veggia consumarla. —
Tosto gli fu recata, come disse;
e viddela mangiar pria che partisse.
E Sansonetto, pregiato donzello,
vegendo il conte tal modo tenere,
fra suo cuor disse il giovinetto snello:
— Costui dee esser uom di gran potere. —
Sallîr le scale del palazzo bello,
colà dove il Soldano era a sedere
su una sedia, in una sala grande,
dipinta ed istoriata a tutte bande.
El conte Orlando ginocchion se misse
davanti a quel Soldan, parlando umile.
In lingua saracina il conte disse:
— Salvi Macon tua possa signorile,
e chi contrario a te, signor, venisse,
abatta e disconfonda e faccia vile.
Se v'è in piacere, soldo v'adimando
e prometto servir vostro comando. —
E quel Soldano, pien di mal talento,
malinconoso e con superbia assai,
gli disse: — Non mi dar combattimento,
parteti via: non vo' soldati mai. —
Fu Sansonetto allor presto ed attento.
Disse al baron: — Vien qua, che mangerai. —
A suo sergenti quel Pagan comanda
che portato gli sia d'ogni vivanda.
Mangiava il conte per riempier suo casso
come un villano, sanza alcun costume:
di bere e di mangiar fa tal fracasso
che parea la sua gola pure un fiume.
A più vivande avea dato lo scasso:
ancor per fame non vedeva lume.
Guarda suo manicar quella famiglia
e di ciò forte ognun si maraviglia.
E così stando al Soldan venne un messo,
dicendoli: — A caval, signor, montate,
che Machidante sarà qui adesso;
a lui incontra alquanto cavalcate.
Per sposar vostra figlia egli è già presso,
egli è già dentro: più non aspettate. —
Quando il Soldano tal novella intese,
dolore ed onta grande al cor li prese.
Montò a cavallo con sua baronia
per gir contro a colui che a suo dispetto
vuole la figlia per moglie in balia,
che era sorella di quel Sansonetto,
e nella terra lo scontrò per via
quel Machidante, vecchio maladetto.
Con riverenza insieme salutarsi:
con false risa per le man pigliarsi.
Poi dismontaro al nobile palazzo:
su per le scale subito salieno.
Buffoni e sonator con gran sollazzo
con altra gente e signori seguieno
in sulla sala a veder tal mogliazzo.
De' cittadin gran quantità vi gieno;
e nella sala la gente più ricca
tutti a seder su le sedie si ficca.
Sendo la gente lì tutta asettata,
la damigella venne da l'un canto.
Vegendo a cui ella era maritata,
che già era canuto tutto quanto,
con gran sospir, con la testa chinata,
incominciò a far dirotto pianto,
dicendo: — Omè, tapina dolorosa!
a cui mi dà mio padre per isposa.
Anzi annegata m'avesse mie madre
quando mi partorì con tanta doglia,
o d'un coltel m'occidesse mio padre,
che più contenta sarebbe mia voglia.
I drappi e l'adornezze mie legiadre
non curo più il valer d'una foglia.
Omè, Macone dïo, dammi morte,
prima che mi conduchi a cotal sorte. —
Standosi Orlando tra quella compagna,
dall'una parte Sansonetto chiama,
dicendo: — Damigel di virtù magna,
dimmi, se t'è in piacer, perché la dama
sì fortemente al presente si lagna?
Perché ella si mostra così grama? —
Allor con doglia Sansonetto parla:
— La cagion perché langue vo' contarla.
Egli è più tempo che fu dimandata
da Machidante costei per mogliera
ed ella mai non se n'è contentata,
né 'l padre ancora in nessuna maniera.
Or, come vedi, ci ha l'oste fermata,
guastando tutta la nostra riviera.
Per aver pace mio padre con lui,
gliela dà, che più gramo mai non fui.
Onde perciò la dama si lamenta,
come tu vedi, per cosa sì fatta.
Perch'egli è vecchio, non se ne contenta,
ch'esser vorrebbe della vita tratta.
Rispose Orlando: — Se non gli talenta,
un qui si trovi che per lei combatta.
Tra tanti cavalieri buoni e rei
non ce n'ha un che combatta per lei? —
Rispose Sansonetto: — Amico mio,
e' non ci ha luogo qui questa novella;
è Machidante d'Amostante zio,
ch'è 'l più prod'uomo, ch'ogi monti in sella.
Qui tra mia gente nïun conosco io
che contra lui combattesse per ella. —
Orlando disse: — Se t'è in piacimento,
per lei combatter son molto contento. —
Contra di lui non potresti durare —
rispose Sansonetto al conte Orlando.
— In tutto 'l Paganesmo non ha pare,
che sì ben fèra di lancia e di brando.
Con lui potresti la morte acquistare;
poi nostre terre verrie consumando. —
Disse Orlando: — Non vo' che ti sconforti,
che combattuto ho già con vie più forti.
Perch'io combatterò giusta ragione,
ci darà la vittoria Macometto.
Esser per certo voglio suo campione:
non vo' ch'abbia marito a suo dispetto. —
— Fa, cavalier, con Dio benedizione,
se t'è in piacere, — disse Sansonetto.
Ma lasciam qui il parlar di tal sembiante
e conteremo di quell'Amostante.
Vide la dama ch'a tal cagion piagne;
contra di lei parlò irosamente:
—Puttana che somigli all'altre cagne,
che mio zio schifi, troia fraudulente,
come se avesse in sé assai magagne
e fusse povero sanza aver niente,
io giuro a nostro Dio di te pagarne
e di far strazio di tuo vane carne. —
Orlando allora non può più soffrire,
vegendo quel che la dama minaccia.
Verso di lui ne va con molto ardire
e parlò presto con gioiosa faccia:
— Io dico chi volesse contradire,
o pur pensare che niente gli spiaccia
che questa dama sia di Machidante,
a contastar per lui venga davante.
Per la persona mia solo mi vanto
combatter per la dama il suo diritto.
Chi la vuol contastar da nessun canto,
ora al presente qui si levi ritto,
ed io della battaglia ingaggio il guanto
con chi volesse contradir mio ditto. —
Rispose l'Amostante non umìle:
— Non vo' combatter con uom tanto vile. —
Disse Orlando: — Né vile né codardo
non fu giamai nïuno di mia gesta.
El padre mio fu gentile e gagliardo,
come nissun che portasse elmo in testa.
Prendi battaglia per tuo zio vegliardo,
poi che per parte della dama è chiesta:
non voler saper più mia gentilezza,
che alla pruova vedrem chi ha più prodezza. —
Udendo l'Amostante racontarlo
sì com'egli era di gentile stato,
disse: — Baron, chiaramente ti parlo
che alla battaglia sono aparecchiato. —
Allora disse el nepote di Carlo:
— Di qui a tre giorni, ch'io sia riposato,
vo' che m'aspetti e da tre giorni poi
sì fatta guerra diffinirem noi. —
— Io son contento — l'Amostante disse;
e così insieme a battaglia ingagiarsi.
Anzi che l'Amostante si partisse,
i patti insieme scrissonsi e fermarsi:
ch'ognuno al campo el terzo dì venisse.
Poi Machidante e' suoi acomiatarsi.
Tornarsi al campo e rimase il Soldano
con Sansonetto e col baron cristiano.
Sansonetto e 'l Soldano e la suo figlia
fanno col conte perfetta allegrezza.
Insieme a lor ciascun si maraviglia
come in lui regna cotanta franchezza.
Era onorato da ogni famiglia,
come se richiedea a sua prodezza;
e quella dama gli rendeva onore
assai perché gli avea già posto amore,
Più che signore il conte era servito
da bere e da mangiare e di buon letto:
ciò che chieder sapea, era fornito,
che de nïuna cosa avea difetto.
Dal Soldano era molto reverito
e grande onor gli facea Sansonetto,
tanto ch'a racontar saria fatica;
però mi par che basti e più non dica.
Or quando fu venuto il terzo giorno,
che si dovea provare alla battaglia,
Orlando punto non vuol far sogiorno:
veste suo sbergo de minuta maglia;
poi Durlindana, suo buon brando adorno,
ch'ogni armadura per sua virtù taglia,
sotto lo sbergo ben la nascondea;
poi sopra ciò due sberghi si mettea.
Guanti, bracciali, gambieri e cosciali
se misse e poi s'allacciò l'elmo in testa.
Tutte sue arme forte e naturali
si vestì il cavalier di gran podesta;
e la donzella per cui son ta' mali
a la zambra d'Orlando n'andò presta
con armadure forte e ricche assai,
dicendo al conte: — Queste porterai. —
Il conte disse: — Dama, el non m'agrada:
altro non voglio che mia armadura.
Fa pur ch'io abbia una tagliente spada,
e ciò avendo, mia mente non cura. —
La donna non istette punto a bada:
recogli un brando di buona misura,
tagliente, forte e bello e d'ogni pruova.
Miglior di quello pochi se ne truova.
Ed una sopravesta anco recogli,
ad oro e perle tutta lavorata.
Con lieto viso tal gioia donogli,
che in paradiso parea lavorata.
Indosso gliel vestì dicendo: — Togli:
portala per mio amore questa fiata. —
In questa sopravesta, vago e snello,
nel mezo, d'oro v'era un leoncello.
Armato il conte dimandò il destriere:
fugli menato poderoso e franco,
più bel che allora avesse cavalieri,
tutto d'un pelo come neve bianco,
coperto come a guerra fa mestiere,
che de nïuna cosa aveva manco.
El conte vi montò su destro e drudo:
fêssi dar l'aste ed imbracciò lo scudo.
Prende comiato dalla gente e sprona,
e fuor della cittade subito esce,
apresso l'oste, la franca persona:
più snello andava che non nata pesce.
Il corno piglia, che più non tenzona,
e suona forte che già non gl'incresce.
Nel suo sonare l'Amostante chiama:
— Vieni in sul campo aquistare la dama. —
Quell'Amostante, come intese il suono:
— Vengan mie armi — gridò già non piano.
Armossi in meno che non resta un tuono
per andar a combatter col Cristiano;
poi montò sul destrier corrente e buono.
Uscì del padiglione e andò al piano,
avanti al conte, con turbata faccia:
villanamente il biastema e minaccia,
dicendo: — Poltronier, com'hai tu avuto
tanto ardimento in tuo persona fella
d'esser al campo contra me venuto
e contra mio voler montato in sella?
Tòrnati indietro e di ciò sia pentuto,
e non voler morir per la donzella,
che occider te a me sarie vergogna,
e meco contrastar non ti bisogna. —
— Prendi del campo, — il conte disse allotta,
— ch'io te disfido, traditor malvagio. —
Quell'Amostante allora niente dotta,
prende del campo per sua parte ad agio.
Dall'altra parte di subito trotta
quel che chiamare si fa Leonagio.
Que' della terra son fuori accampati,
sol per veder la battaglia avisati.
Così sfidati i duo buon cavalieri
a ferir gìonsi cogli animi crudi.
Forte spronando e correnti destrieri,
ferirsi colle lance in sulli scudi
duo colpi di possanza tanto fieri:
fino agli sberghi giro i ferri ignudi.
L'aste de' cavalier nulla piegarsi;
ma e duo cavalli indietro rincularsi.
Tirando e freni e battendo gli sproni,
le lance fitte per forza rompersi.
Missen mano alle spade i duo baroni
e molti colpi insieme percotersi.
Rizzarsi i cavalieri sugli arcioni:
l'un più dell'altro ognun credea potersi.
E la donzella prega suo Idio:
—Ogi dona vittoria al campion mio. —
L'Amostante ferì in sull'elmo Orlando:
in sullo scudo quel colpo discese.
Quanto ne prese, menò via col brando:
lo sbergo allora forte lo difese.
Il conte Orlando, a lui inanimando,
sopra de l'elmo un colpo gli distese.
Dell'elmo e dello scudo un pezzo leva,
tant'è quel colpo di possanza grieva.
Insieme assai forti colpi si diero,
sicchè l'un l'altro l'armadura trincia:
come lïone ognuno, ardito e fiero,
quella battaglia rinforza e comincia.
Orlando chiama in sua mente san Piero
che 'l guardi e salvi per ogni provincia;
e l'Amostante s'accomanda forte
a Macometto che 'l guardi da morte.
A racontar e colpi aspri e perversi,
che si menavan co' taglienti brandi,
converrebbemi scrivere più versi,
tanto insieme si davan forti e grandi.
Non che nessuno ancor suo sangue versi,
ma mestier fa che a Dïo s'accomandi.
L'arme tagliate di maglie e di piastre
eran sul prato e sulle strade mastre.
Ed avendo un gran pezzo combattuto,
nessuno ancora si chiamava vinto.
Orlando conte, ch'è mastro saputo,
tutto adirato e di superbia tinto,
verso il Pagan ha suo camin tenuto:
col brando in man a ferir non s'è infinto.
Sul capo el fiere e tal colpo gli attacca,
che 'l brando un palmo presso all'elsa fiacca.
Poi col troncone un pezzo se difende;
ma l'Amostante forte allor l'avanza.
Verso la terra il conte a fugir prende:
il Pagan dietro gli segue la danza.
Tanto il caval d'Orlando se distende,
che quel dell'Amostante il disavanza.
La dama Sansonetto apella e dice:
— Morto è nostro campion tanto felice. —
Serrâr le porte e giron sulle mura
per lor difesa e sì per ben guardarle.
Il conte Orlando fuor della pianura
uscito fu e giunto in una valle,
sicché veder nol potia creatura,
allor il viso volse e non le spalle.
Per dare all'Amostante malo albergo,
fuor trasse Durlindana dello sbergo.
Quando il Pagan gli vide il brando in mano,
sì bello che nessun ne fu mai piùe,
disse: — Per cortesia, fammi certano
del nome proprio e donde se' tue. —
Rispuose Orlando: — I' non sarò villano;
son battezato alla fé di Gesùe,
Orlando, d'Ulivier caro compagno,
e son nepote del re Carlo Magno. —
Udendo le parole il Saracino,
com'era Orlando, nepote di Carlo,
per fugir via dirizza il suo camino
per voler chi egli era racontarlo.
Allora il valoroso paladino
fugli dinanzi e non lassò andarlo:
col brando in sulla testa un colpo stende
per tal virtù che fino al petto il fende.
Morto che l'ha, se rimisse sua spada
tra l'uno sbergo e l'altro, come suole.
Per gire alla città piglia la strada
con allegrezza che nulla si duole.
La gente, ch'alla guardia stava a bada,
vede il barone che dentro entrar vuole:
la porta gli fu aperta ed egli ardito
fu al palagio del signor sallito.
Quando contò che l'Amostante è morto,
fu allegrezza grande per la terra:
prendieno e Saracin di ciò conforto,
ch'esser parea lor prima a mala serra.
Signor, nell'altro canto dirò scorto
sì come Orlando fece poi gran guerra
e Machidante uccise e Polinoro.
Guardeci il padre del regno celoro.