CANTARE DECIMOSETTIMO

By Auteur inconnu

O Re dei re e creator di tutti,

sole dei soli e divina giustizia,

lume de' lumi degli eterni frutti

e d'ogni peccator sonmma giustizia;

da cui cacciati fur dal cielo e strutti

color che piobbon con tanta malizia,

sì come padre glorïoso e giusto,

per tua piatà illumina il mio gusto,

sicch'io con rime dilettose e chiare

segua la storia per sì fatto modo

che chi starà audire il mio cantare

con verità a me dia fama e lodo.

Voi, buona gente, piacciavi ascoltare;

ed io verrò a cantar sanza frodo

sì come Orlando per sua vigoria

Lamecche conquistò, Persia e Soria.

Avendo Orlando morto l'Amostante

e dentro nella terra ritornato,

sì come dissi nel cantar davante,

da tutti i cittadini era lodato.

Poi, quando fu palese a Machidante

che 'l suo nievo era del secul passato,

così quel corpo morto fe' portare

e davanti al Soldano apresentare.

I cavalier che portaro il barone,

quando in presenza furo del Soldano,

gli favellâr, come la storia pone,

con minacciare assai brutto e villano,

dicendo: — Vedi tu nostro campione

che morto sta per terra qui sul piano?

Da parte del re nostro sappi certo

che di sua morte ne sarai diserto.

Noi torneremo in soriani paesi

e tanta buona gente assembraremo,

che nanzi sieno passati due mesi,

ciò che tu tien per forza ti torremo.

Come da te noi siamo stati offesi,

per nostro Dio ce ne vendicaremo. —

E detto questo i messi si partiro

col corpo morto ed al campo ne giro.

Quel Machidante ch'e messagi attende,

quando gli vide nel campo tornati,

comandar fe' che tutte logie e tende,

trabacche e padiglion fusser levati.

Quando quell'oste tal novella intende,

cominciaro a disfar logie e frascati;

e ciascun capitano se riduce

sotto sua insegna la gente conduce.

E caricâr tutta lor vettovaglia,

trabacche e padiglion sanza dimoro,

arme di piastra, di cuoio e di maglia

e ricchi arnesi quali avean con loro.

Quell'Amostante, che fu di gran vaglia,

involsono in un ricco palio d'oro.

E con dolor quell'oste si partia:

verso Gerusalem preser la via.

In pochi giorni, sempre navicando,

fu in Gerusalem ognun posato;

e Polinor con pianto fe' dimando:

— Il mio fratel dove avete lassato? —

Alcun dell'oste gli disse parlando

come di lui tutto il fatto era andato;

e come morto il vide con dolore,

un pianto cominciò con gran romore:

— Omè, caro fratel, chi mi t'ha morto? —

diceva Polinoro in suo linguaggio.

— O somma speme e tutto mio conforto,

chi ebbe contra te tanto coraggio?

Chi t'ha condotto a così fatto porto?

Omè tapin! di dolor mi morraggio.

Chi è quel cavalier che mi t'ha tolto

e da te in questo secul m'ha disciolto?

Io l'imprometto a Macon, nostro dio,

di far vendetta della tua persona

sopra il Soldano e quel cavalier rio,

che mi t'ha tolto, degno di corona.

Giamai contento non mi terrò io,

se suo terre il Soldan non abandona,

e di te vega il mio animo sazio,

e di lui faccia e di sua gente strazio. —

Lasciamo star Polinor doloroso

e torniamo a Lamecche, al conte Orlando,

ed al Soldan che sta malinconoso,

di Pulinor la grande oste aspettando.

Il conte, di possanza valoroso,

dice al Soldano in sua lingua parlando:

— O signor mio, de nïente dottate;

di vostra gente capitan mi fate.

Io vi prometto che, se Polinoro

colla sua gente vi verrà a vedere,

assai ci lasserà del suo tesoro

ed anche lui converrà rimanere.

Fatemi capitan sanza dimoro:

il modo a me lassate poi tenere. —

Fu fatto allora Orlando capitano

general della gente del Soldano.

Fe' il capitan per la terra bandire

che ciaschedun che mestier sappia fare,

far arme o panni tagliare e cuscire,

di calciamenti o robbe d'adobbare,

di fuor della città dovesse gire:

a lato al capitan debia acampare.

E così il capitano e Sansonetto

s'acamparon di fuor sanza difetto.

Poi tutta gente uscì della cittade

e lor botteghe nel campo forniro

d'ogni mestier: vi giuro, in veritade,

per paura del conte al campo giro.

Così dintorno tutte le contrade,

ch'eran sotto il Soldan, sì l'obediro;

e gente armata, sanza alcun divaro,

ben cento mila a caval si trovaro.

Comandò el capitan che si serrasse

d'ogni lato le porte della terra

e che nessun del campo si mutasse,

a pena della vita a chi punto erra;

sicché convenne ch'ognun s'acampasse

a star di fuori e mantener la guerra.

Un giorno il capitan guardò in mare

e vide molte navi navicare.

Subito disse: — Dimmi, Sansonetto,

che navi sono quelle che son tante? —

Rispose quell'ardito giovinetto:

— L'oste sarà del falso Machidante

che verrà qui, in sul nostro distretto,

per vendicar suo nievo l'Amostante;

e Polinoro, in cui molto si fida

per certo fia di questa gente guida.

All'arme sue mi paion le bandiere,

che qui dinanzi più presso vegiamo;

or pensa quello che ci fa mestiere,

che modo contra lui ora teniamo.

O noi facciam per combatter le schiere

o noi nella città ce ritorniamo,

ch'io temo contra tanta buona gente

che nostra parte non venga perdente.—

Rispose Orlando: — Non aver temenza;

lassagli prima in terra dismontare.

Se di combatter sarà loro intenza,

credo ben contra loro contastare,

che Macometto ci darà potenza,

per che ragione abbiamo in tale affare. —

E così stando, tutto quelle navi

guidaro a terra nocchier mastri e savi.

Come la gente fu a terra smontata,

Polinor, sanza prendere più resta,

tutta gente ordinò che sia schierata.

La prima schiera egli diede in podesta

al re Brutano con gente pregiata,

trentamila a cavallo; e doppo questa

guidò il Vecchio sir della Montagna,

trentamila a cavallo in suo compagna.

Con trentamila franchi cavalieri

guidò la terza schiera Machidante;

e Polinoro guidò volentieri

la quarta schiera con gente altretante;

poi l'altra parte de' suo buon guerrieri,

che furon più che que' giron davante,

fermarsi tutti in una schiera grossa

un miglio adietro, stando alla riscossa.

Vegendo il conte i suo nimici a schiera,

fe' sua gente schierar subitamente,

e diede a Sansonetto la primiera

con trenta mila valorosa gente;

e dieci mila sotto suo bandiera

volle guardare il capitan valente;

l'altra cavalleria rimase a drieto,

come comanda il conte fresco e lieto.

Di poi parlava a Orlando Sansonetto

dicendo: — Cavalier vo' che mi faccia. —

Udendo el conte quel che gli avea detto,

cavalier fêllo con allegra faccia

dicendo: — Per amor di Macometto

del ben ferir forte ti procaccia. —

— Farollo, — Sansonetto gli rispose;

poi per andare a ferir se dispuose.

Da l'altra parte venne il re Brutano

coll'asta bassa a sua schiera davanti,

e Sansonetto, figliuol del Soldano,

vêr di lui sprona con lieti sembianti.

Girsi a ferir ciascun di lor Pagano.

Già non ricordan Cristo né suo Santi;

ma fermi ed asettati in sulla sella,

d'aiuto Macometto ognuno apella.

Ferirsi in su li scudi e duo baroni:

ambi gli scudi per forza spezzarsi;

e cavalier non si mosson d'arcioni

e lor cavagli in terra ginocchiarsi.

Tirando e freni e battendo gli sproni,

i cavalier poderosi rizarsi.

Allora Sansonetto, a cotal mancia,

coll'aste ferì il re per me' la pancia.

La lancia, ch'era ne lo scudo fitta,

per la percossa in più parti si fiacca;

e Sansonetto, che la sua ha ritta,

per me' il core il suo ferro gli caccia

e morto a terra Sansonetto il gitta

gridando: — Cavalier, ferite a stracca;

mongioia, cavalier, ferite bene,

che io vi giuro di mettergli in pene. —

Sansonetto abatté il primo e il secondo,

il terzo, il quarto, simile fe' il quinto.

Dieci ne fe' passar di questo mondo:

l'aste si ruppe ed e' col viso tinto

così entrò nello stormo profondo.

Il brando piglia ch'a lato avea cinto:

per la battaglia mostra sua virtùe

e sua brigata segue dietro a lue.

Così fu la battaglia incominciata

da ogni parte con gravoso duolo.

La gente, combattendo mescolata,

feriva forte nel mortale stuolo

col brando in man facendo gran tagliata.

Quel Sansonetto, del Soldan figliuolo,

braccia, pulmoni, teste e gambe trincia,

e fortemente lo stormo comincia.

Passò la prima schiera e la seconda

e nella terza entrò con arroganza:

non trova cavalier che gli risponda,

tanto mostrava sua magna possanza.

Per la battaglia diversa e profonda

ognun gli fuge inanzi per dottanza.

Vegendo Polinor fugir sua gente,

di ciò si maraviglia fortemente.

Dimandò Polinor: — Chi è costui

che sì soletto tanta gente caccia? —

Un cavalier rispose tosto a lui:

— Gli uomini come cera par che sfaccia.

Credo che 'l diavol sia, e non altrui,

che nessun può durare alle suo braccia. —

Rispose Polinoro: — È questi quello

ch'occise l'Amostante mio fratello? —

Rispose il cavalier: — E' non è desso,

quest'è di lui più giovinetto assai. —

E Sansonetto fu sì avanti messo,

che fu miracol che campasse mai.

Ferendo va sì ben gagliardo e spesso,

che ciascuno di lui sentia gran guai;

ed anche un poderoso barbassoro

uccise quasi presso a Polinoro.

Vegendo Polinor cotale oltraggio,

che avanti gli occhi costui gli ave fatto,

vêr di lui sprona con fiero coraggio;

e Sansonetto s'è più avanti fatto. —

Diceva Polinoro in suo linguaggio:

— Traditor, morto sarai a questo tratto.

Dimmi se se' colui che occidesti

el mio fratello: tal colpo gli desti. —

— Se vedessi colui che 'l fe' morire, —

— rispose Sansonetto — in fede mia,

saresti lieto di poter fugire,

che ti lasciasse andare alla tuo via.

Figliuol son del Soldano a non mentire:

con teco vo' provar mia vigoria. —

Allora Polinor più forte grida:

con Sansonetto a morte si disfida.

Fassi dar Sansonetto ad un vassallo

un'aste lunga, fortissima e grossa.

Vêr Polinoro sprona suo cavallo

e nello scudo il fier con gran percossa:

lo scudo spezza, che non fece fallo,

ma non che 'l cavalieri mover possa.

Polinor ferì lui con forza tale

che romper fe' le cigne e 'l pettorale,

ed abatello con tutta la sella.

Poi comandò a suo gente che 'l pigliasse.

E Sansonetto, la persona snella,

rizzossi, che non parve che dottasse,

ferendo colla spada sua sì bella:

tristo facea colui che s'apressasse.

Così a piè suo vita difendea.

E Polinor pel campo combattea:

cavagli e cavalier mettea per terra

quanti nimici davanti si truova.

Per lo campo facendo va gran guerra:

arme non gli valea, vecchia né nuova.

Menando va ciascuno a mala serra

chi un suo colpo solamente pruova.

Tanto va innanzi suo forza mostrando,

che nella schiera giunse ov'era Orlando.

Vegendo Orlando far sì gran fracasso,

che la sua gente vede che fugia,

sperona suo caval Bucifalasso

e tosto fra' nimici se ne gia.

Ed un vassal con un corrente passo

da parte di Sansone a lui venia,

dicendo: — Va, soccorri, capitano,

che gli è abattuto il figliuol del Soldano. —

Orlando quando tal novella intende,

punge il destrieri e in mano ha Durlindana:

cavalli e cavalieri ed arme fende;

gran guasto fa della gente pagana.

Nessuno da' suoi colpi se difende:

forte temea la gente sorïana.

Vegendo suo orgoglio e gran potenza,

ognun gli fugge inanzi per temenza.

Fu giunto là dov'era Sansonetto

e ferì un gran Turco in sulla testa:

l'elmo tagliò, la cuffia e 'l baccinetto,

inanzi che la spada facci resta,

e fêsse il cavaliere infino al petto,

tanto fu il colpo suo di gran podesta.

Que' Saracin, vegendo il colpo tale,

fugien per tema, come ucel con l'ale.

Fu Sansonetto a caval rimontato

e disse al conte: — Dimi, Leonagio,

hai tu ancora nel campo scontrato

quel Polinoro traditor malvagio? —

Rispose Orlando: — Io l'ho assai cercato

per dargli morte e pena con disagio.

Combattiam forte e non ti dilungare

troppo da me, sicché ti possa atare. —

Mettesi Sansonetto alla battaglia:

a molta gente si facea temere.

A' cavalieri l'arme a pezzi taglia:

contro di lui nessun avea potere.

Orlando il vide di così gran vaglia:

gran pezzo stette i suo colpi a vedere;

poi fece come drago velenoso

sopra nimici il conte valoroso.

Tornando Orlando allora alla sua schiera,

vide che tutta gente già voltava

per Polinoro e sua possanza fiera.

Il conte fortemente li sgridava:

— Voltate, cavalieri, a mia bandiera. —

Alor la gente si maravigliava:

volson il viso contro Polinoro

e agli altri che facieno fugir loro.

Prese la gente d'Orlando baldanza

e lor cavalli rivoltar facieno

el conte Orlando mostrò sua possanza,

che Saracini gran paura avieno:

va per lo campo con molta arroganza,

di mal talento suo animo pieno.

Degli uomini ch'uccide e de' cavagli

per lo campo facea molti serragli.

Non pensate, signor, che l'altra gente

da ogni parte stesse punto cheta:

ognuno combatteva fortemente,

che del ferire nissun si racheta.

Nell'altro canto dirò stesamente,

sì come Orlando con virtù completa

co' suoi seguaci fu vittorïoso.

Cristo vi guardi in pace ed in riposo.