CANTARE DECIMOTERZO
A te ricorro, Vergine beata,
che partoristi Gesù nostro sire
per ricomprare la gente dannata,
che dovien tutti nel profondo gire,
sicché mia mente da te sia ornata
ch'io sappia questa storia ben seguire,
che non facendo a niun noia né danno,
piaccia a tutti color che l'odiranno.
Signor, nell'altro canto vi distesi
sì come Orlando e gli altri paladini
eran dintorno a Nobil, tutti stesi
per dar battaglia a que' can saracini.
Or ascoltate, villani e cortesi,
mezani e vecchi, grandi e piccolini,
ch'intendo di mostrarvi per ragione
come fu morto il piccardo Sansone.
Essendo nostri Cristiani schierati,
i ventimila in tre parti e secento,
alle mura di Nobile acostati,
di ventimila già più de trecento
eran di sopra alle mura montati.
Le guardie morte furon con tormento;
e cittadin cominciarsi a destare:
— Alarme! alarme! — ciascuno a gridare.
La gente della terra si fu armata
e trassono alle mura tostamente:
gente cristiana sul muro montata,
que' della schiera d'Orlando possente,
già non si fu per lor punto smagata
né dipartirsi dal muro nïente.
Contra e Pagani mostrâr lor bontade
e per gran forza entrâr nella cittade.
Poi nella porta il fuoco allor cacciorono:
d'in sulla porta calorono il ponte
e quatordeci mila dentro entrorono,
ch'eran col valoroso e forte conte.
Su per le scale que' Pagan montorono
e rincularo a lor dispetto ed onte,
dando e togliendo con lance e con sassi:
molti Cristiani fecion tristi e lassi.
Entrò dentro alla terra il conte Orlando
con quatordeci mila e poi secento.
Ciascuno: — Viva Carlo! — gia gridando —
— e 'l conte Orlando pien di valimento! —
Que' Saracin si venieno aiutando,
gettando sassi sanza restamento:
molti Cristiani facieno morire
e qual ferito giù del caval gire.
E sassi giù piovean con abondanza
e spessi come cade la tempesta:
assai facien di vita aver mancanza,
fracassando lor braccia, gambe e testa.
Tanta fu de' Cristiani la possanza
che, a dispetto della gente alpestra,
in sulla mastra piazza si montaro
ed ivi tutte le bocche pigliaro.
Dice l'autore e 'l libro me dimostra,
prima che fusser nella piazza scorti,
più di trecento della gente nostra
furon da que' Pagan feriti e morti.
In sulla piazza ciascuno s'inchiostra,
guardando tuttavia e guerrier forti.
Già era matutino e più passato,
quando ognun la battaglia ha cominciato.
Dentro al palazzo, che 'n sulla piazza era,
avea rinchiusi ben mille Pagani
di quella gente dispietata e fera
con sassi e dardi ed archi sorïani,
gittando forte a nostra gente altera.
Non si potieno apressare e Cristiani,
ma stavan pur di lungi andando intorno,
aspettando a combatter poi il giorno.
Il marchese Ulivieri combattea
dall'una parte con sua gente ardita:
per nessun modo durar non potea
per gente che alle mura era sallita,
che tanto bene ognun se difendea.
Chi s'apressava, perdeva la vita.
Per forza cominciaro indietro stare
chi d'esta vita non vole passare.
E di tre milia ch'avea Ulivieri,
ben cento e più ne fur di vita tolti.
Astolfo con tre milia cavalieri,
dall'una parte strettamente e folti,
sì s'acostâr con li spietati e fieri,
gridando forte: — Arendetevi, stolti,
che se per voi si vuol difesa farsi,
tutti sarete dibrusciati ed arsi. —
In sulle mura stavan gli Affricanti
con archi sorïani, dardi e lance,
gettando a nostra gente sassi tanti,
ferendo a cui il capo, a cui le guance.
Chi si faceva a lor troppo davanti,
sentiva di percosse molte mance:
più di trecento ne furon feriti
e forse venti di vita finiti.
Un gran pezzo durò quella battaglia:
nostri Cristiani afuocaron la porta.
Vegendosi e Pagani a tal travaglia,
fortemente ciascuno si sconforta.
Nostri Cristian metteansi all'avisaglia
e di sallire ciascun si conforta,
gridando ognuno: — Su, gente pregiata,
la terra è nostra sanz'altra tagliata. —
Come Cristian cominciaro a sallire
su per le mura di quella cittade,
Pagan si misseno tutti a fugire:
morti ne furono gran quantitade.
La porta tosto si fu fatta aprire
col fuoco ch'operò la sua bontade.
A onta di chi ne fu male contento,
nostri Cristiani entrarono allor drento.
Ancor non eran tutti quanti entrati,
che trovâr quivi cavalier pagani,
che da Marsilio qui eran mandati:
dentro alla porta scontraro e Cristiani;
e que' Pagan non venieno avisati
di dover esser con loro alle mani,
che nella lor venuta il libro sona
che volevano andare a Pampalona.
Astolfo inglese, possente barone,
a tutta la suo gente gia davanti
ed in que' cavalieri si scontròne,
in dieci milia ch'eran gli Africanti,
gridando: — Viva, viva il re Carlone! —
cominciâr a gridare in ta' sembianti.
Pagani insieme tutti gridâr forte:
— Viva Marsilio! alla morte! alla morte! —
Astolfo se rizzò sul buon destriero,
lo scudo imbraccia ed impugna la lancia,
broccò il desirieri corrente e legiero,
e ferì un Pagan con mala mancia
d'un colpo tanto dispietato e fiero
sopra lo scudo per mezo la pancia.
Quante arme aveva indosso nol difese,
che a terra morto subito il distese.
Sopra d'un altro Astolfo si rivolse,
che d'un barone avea uno stendardo:
l'elmo di capo per forza gli tolse.
Astolfo a un altro si volse non tardo
e della lancia nel petto gli colse:
nulla armadura gli fece riguardo;
dall'una parte all'altra il trapassòe
ed alla terra morto lo gittòe.
La lancia non poté el duca avere:
Mislea trasse di fuori e poi brandilla
sopra di quei Pagan con mal volere
e volgendosi intorno fe' sentirla.
Ben si faceva con essa temere:
chi la provava, potea maladirla;
e richiamar Trevigante o Macone
non gli valeva contra el fi d'Ottone.
Ben parea Astolfo veramente un drago
col brando in mano pieno di cervella:
di sangue facea fare in terra un lago,
stracciando cuori, polmoni e budella.
Non si disfece mai siffatto brago,
come Astolfo di quella gente fella:
orecchi, nasi, braccia, piedi e mani
e teste cadien giù di que' Pagani.
Astolfo combatteva fortemente
e la sua gente nïente dormiva:
drago pareva ciaschedun mordente,
tanto sopra i Pagani ognun feriva.
Ogni Cristian gridava fortemente:
— Mongioia! San Dionigi sempre viva
e viva Carlo e la Chiesa romana
e chiunque crede alla fé cristïana! —
I Pagani gridavan tutti quanti:
— Mongioia! Viva il re Marsilïone
e viva Falserone e Balugante
e muoia il miscredente re Carlone
e 'l traditore Orlando, sir d'Anglante,
Danese Ugieri ed il duca Namone!
Muoia chi crede in Gesù Nazareno,
che da Giudei fu fatto venir meno! —
Così gridava ciascun da suo parte
e di ferire nessun s'arestava;
e come gente che sappien ben l'arte,
l'uno coll'altro molti colpi dava.
In qua, in là, in giù, in su, da parte,
chi me' sapea, col brando s'arostava.
Così la gente, insieme combattendo,
durò gran pezzo sì dando e togliendo.
Molti fur di que' can morti e feriti
e de' Cristiani ancora il simigliante:
molto erano e Cristiani sbigottiti
per lo superchio di gente affricante,
ch'eran di lor tre tanti e ben guarniti
e ben faceano come gente aitante.
Nostri Cristiani non potien durare:
mal grado lor convenia rinculare.
Fuor della porta il buon duca inghilese
fu discacciato con tutta sua gente.
Fugendo egli scontrò il buon marchese
Ulivieri di Vienna, il sir possente.
Disse Ulivier: — Che hai, baron cortese?
perché tu fuggi così fortemente? —
Disse Astolfo: — Da gente rinegata
è di mia gente assai stata tagliata.
Ben diecimila sono ad una schiera:
ho con loro un gran pezzo combattuto.
Di lor n'ho morti assai alla primiera
e mia gente gran danno ha ricevuto. —
Trasse il marchese di fuori Altachiera,
quando il parlar d'Astolfo ha intenduto,
e vidde quella gente messa in volta,
e gridò: — Cavalieri, volta, volta. —
Tutti e Cristiani insieme s'asembraro
e rivolsonsi inverso e Saracini
Gli Africanti nïente gli aspetaro:
vêr Pampalona preson lor camini.
Nostri Cristian tosto in Nobile entraro:
a Pampalona andaro que' tapini.
Un messagieri ad Orlando era andato
a dirgli come Astolfo era cacciato.
Orlando, udendo dir cotal novella,
sì parlò a Gualtieri da Monlione,
dicendo a lui: — Di nostra gente bella
quattromila ne to', tutti in arcione,
e difendi da quella gente fella
Astolfo duca, fi del re Ottone. —
Gualtieri si partì con quella gente
e dalla piazza uscì imantenente.
E cavalcando il possente Gualtieri
ebbe scontrato Astolfo compagnone
e di Vïenna il marchese Ulivieri:
ben cognobbe la 'nsegna del grifone.
— Mongioia san Dionigi, cavalieri! —
gridò Gualtieri sanza far questione.
Ulivieri ed Astolfo il simigliante:
—Viva Carlo imperieri e 'l sir d'Anglante! —
Inverso dei Pagani si voltaro
forte gridando: — A la morte! a la morte! —
Ulivieri ed Astolfo si cacciaro
tra la gran pressa combattendo forte.
Ai Pagani non vale alcun riparo:
tutti eran morti e messi a triste sorte.
Vedendo questo, presto cum martire
fuor della porta preseno a fugire.
Rimasen vincitor nostri baroni:
insieme tutti quattro fêr gran festa.
— Che è d'Orlando? — con dolci sermoni
domandava Ulivieri. A tale inchiesta
di Turpino e degli altri compagnoni
disse Gualtieri: — Egli è per sua podesta
contro a color che ci fanno contesa;
a lor dispetto la piazza egli ha presa. —
Sanza dir più alla piazza n'andaro,
dov'era il valoroso conte Orlando.
Mostrato aveva il sol suo splendor chiaro
e venia l'universo alluminando.
Tutti e Cristiani insieme si trovaro
intorno del palazzo battagliando.
Que' di sopra, gettando sassi e dardi,
facean assai di lor venir musardi.
Il possente Sanson di Piccardia
n'andò in sulla scala del palazzo
per voler dimostrar suo gagliardia:
il sallir già non gli fu a sollazzo.
D'in sul palagio un gran sasso venia,
forte rullando con grande tramazzo,
ed in su l'elmo percosse a Sansone:
e l'elmo e la barbuta fracassòne.
E le cervella gli andorono in bocca
e morto cadde di botto al terreno.
Cotal novella a Orlando tosto scocca:
com'era morto il cavalier sereno.
Quasi per pena del destrier trabocca
e per dolore venne tutto meno,
dicendo: — Omè tapin! ch'io ho perduto
miglior baron ch'avessi e 'l più saputo.
Omè tapino, come male ho fatto
poi c'ho perduto sì fatto barone!
Ben mi potrà ciascuno chiamar matto
e poltronieri, vil, stolto e briccone,
che un baron sì possente ed adatto
non credo sia in nostra legïone.
Verace Dio, com'avete sofferto
che tal baron sia di vita diserto? —
Gran lamento fa Orlando del Piccardo
e comandò che fusse sopellito:
nessun barone fu nïente tardo
a sopellire quel barone ardito.
Turpin di Rana, vescovo gagliardo,
per dir la messa allora fu vestito:
tanto terren nella piazza sagròe,
che 'l possente Sanson vi sotterròe.
Sopellito che fu il baron possente,
Orlando disse: — Facciasi venire
il fuoco ed infocate tostamente
questa città e poi ne potiam gire. —
Quelli Pagani, la malvagia gente,
quando del fuoco odiron così dire,
subitamente a' Cristian s'arendero
e contra lor difesa più non fêro.
E quei che sulle scale eran ridutti,
vennero al conte a chiedere mercede.
Quelli della città allora tutti
nel vero Dio di gloria ciascun crede:
uomini e donne con fantini e putti
si battezaro alla cristiana fede.
El forte Orlando corse la cittade
dentro e di fuori tutte le contrade.
E volendosi Orlando dipartire
e a Pampalona al campo ritornare,
cavalier cinquecento pien d'ardire
allor lassò a Nobile guardare,
ed un baron che dovesser seguire
e tutto il suo comandamento fare.
Poi comandò che fusser sopelliti
tutti quanti e Cristian ch'eran finiti.
Cinquecento mi conta l'aütore
che furon de' Cristian di vita spenti:
tutti fur sopelliti a grande onore,
secondo si richiede a buone genti.
El pianto fêr crudele e di dolore,
chi del compagno e chi de' suo' parenti.
Orlando si partì sanz'altri storpi,
come fur sopelliti tutti i corpi.
Vêr Pampalona presero sua via
il conte Orlando e sua magna brigata.
Quando nel campo certo si sentia
che Orlando avea quella città pigliata,
grande allegreza ciascuno facia
e per il campo si fe' gran sonata,
dicendo tutti quanti a tondo a tondo:
— Orlando è pure il fior di tutto il mondo. —
Gan da Pontieri, traditor villano,
come sì fatta novella intendea,
al padiglione andò di Carlo Mano
e ginocchione tosto si mettea.
— Monsignor Carlo, imperador sovrano,
per lo tuo nievo è tal novella rea,
che sanza tuo saputa s'è partito
e questa notte a Nobil se n'è gito.
E combattella come fanno e matti:
della sua gente più di cinquecento
per sua follia sono morti e disfatti,
miglior ch'aveva e di più ardimento.
Se spesso avesse de sì fatti tratti,
noi rimarremmo con pena e tormento.
Anco fu morto a così fatta zuffa
Sanson di Piccardia, a non dir buffa. —
Udendo Carlo tal parole dire
del danno grande e d'Orlando la colpa,
giurò al sommo Sir farlo pentire
e che ne senta fin l'ossa e la polpa.
Or rinforza il cantare e bel seguire
e come a Orlando non gli valse scolpa
dinanzi a Carlo e com'ebbe del guanto.
Cristo ci copra tutti col suo manto.