CANTARE DECIMOTTAVO

By Auteur inconnu

Purissima fontana di pietade,

madre del Padre del regno sereno,

somma colonna di virginitade,

principio e mezo d'ogni ben terreno,

etterna luce, via di veritade,

la cui potenzia mai non verrà meno,

per tua pietà, vera madre de Dio,

di tua virtù illumina il cor mio,

tanto ch'io possa dimostrar per certo

sì come Machidante e Polinoro

fu ciaschedun per Orlando diserto

della persona e di lor tenitoro;

e come il conte poi, di virtù sperto,

signoreggiò tutto il paese loro.

Or ascoltate, gente, ed udirete

dir cosa che di me vi loderete.

Io vi lassai nel dir dinanzi a questo

sì come Orlando e Sansonetto il prode

per la battaglia combatteva presto,

tagliando carne ed armadure sode.

Quanto pel campo egli era manifesto

del conte a cui si dava tante lode!

Ciascuno Saracin davanti ad esso

giva fugendo per lo stormo spesso.

Andava per lo campo combattendo,

ardito più che velenoso drago,

elmi, lamieri e sberghi dipartendo,

e pur del ben ferir si mostra vago.

Giva cavagli ed uomini abattendo

e per lo campo fa di sangue lago:

chiunque suo colpo della spada pruova,

lieto giamai nel mondo si ritruova.

La prima, la seconda e terza schiera

passò sì come prima aveva fatto:

non lassò ritto pennon né bandiera;

la schiera ruppe il giovinetto adatto.

E Polinor vegendo tal maniera,

fra suo cuor disse: — Saria costui matto,

el qual nella battaglia sì profonda

mette la sua persona sì gioconda? —

Invêr di lui sperona suo cavallo

e ferì Sansonetto sul cimiere.

Quel colpo diede Polinoro in fallo:

descese il colpo in sul collo al destriere,

sicché morto rimase in quello stallo.

E Sansonetto a piè rimase e fiere:

sì come lïoncello se difende

da molti ch'a pigliarlo ognun contende.

Polinoro non fa dimoramento:

brocca il destriere fra la gente molta;

tutto adirato e pien di mal talento,

ferendo va tra la battaglia folta.

Ave la gente di lui gran pavento

e per fugire si mettiono in volta;

e 'n quella parte, dove cavalcava,

nessuno de' nimici l'aspettava.

Fuor della terra avea un bel palazzo

nel quale era il Soldano e la suo figlia,

che per vedere stavano a solazzo

con donne e con donzelle e più famiglia.

Presso a quella battaglia e gran tramazzo

era il palazzo a due piccole miglia,

bene aforzato di fossi e steccati,

e per difesa molti uomeni armati.

Cavalca Polinoro a quel palagio

forse con quattro mila apresso ad ello,

giurando a Macometto che disagio

farà a colei per cui morì il fratello,

e quel Soldano, traditor malvagio,

farà impiccare a' merli del castello.

E giunto con sua gente alla fortezza,

que' del castel dimostrâr lor prodezza.

E Polinoro con suo compagnia

incominciò dintorno la battaglia:

que' dentro dimostrâr lor vigoria,

non curando e nemici un fil di paglia.

La dama, piena di malinconia,

figliuola del Soldano, a tal travaglia,

un suo messaggio chiamò e disse: — Muovi;

el nostro capitan fa che ritruovi.

Di' come io sò nel palagio assediata

da Polinoro e dentro è 'l padre mio;

ed ha già la battaglia incominciata

intorno intorno quel traditor rio.

Se non soccorre me a questa fiata,

omè tapina! morta sarò io. —

Allora quel messaggio si fu mosso

e giunse al conte nello stormo grosso,

dicendo: — Capitan, tosto movete,

che 'l Soldano è assediato in cotal loco:

lui e sua figlia tosto soccorrete,

che già tener si posson molto poco.

Quel Polinoro, che non conoscete,

intorno del palagio ha messo foco:

con lance e con saette e spade tante

il palagio combatte pur davante. —

A mano a mano un altro messagiere

venne dicendo: — Capitan, che fate?

Sansonetto è abattuto del destriere

e sarà preso se nollo aiutate.

È attorniato da parecchie schiere

e chiama voi ch'a soccorrer l'andiate. —

Orlando, udendo in tal modo parlare,

broccò il cavallo sanza dimorare.

Mettesi nello stormo inanimato

col brando in mano e va ferendo forte.

Quanti ne giugne e davanti e dallato

ciascun mettea a pericol di morte;

e combattendo si fu arivato

dov'era Sansonetto a male sorte,

e ferì tra color che 'l combattieno.

Quanti ne giugne, morir convenieno.

In men che non si andrebbe cento braccia,

tutta la gente facea dipartire;

poi Sansonetto con allegra faccia

su un cavallo fece risallire

e nello stormo subito si caccia,

ingegnandosi pur di ben ferire.

Dov'era Polinor per gran virtùe

fur arrivati i baroni ambedue.

Diceva Sansonetto: — O compagnone,

o capitano, o sir di gentil gesta,

quel cavalier, che vedi col lïone

d'oro nel mezo della sopravesta,

colui è Polinoro, lor campione,

che l'elmo ha tanto rilucente in testa;

quello è il più pro' barone mai nascesse,

che in questo mondo nostra fé avesse. —

Rispose Orlando: — Se egli è sì possente,

per vera pruova lo 'ntendo vedere. —

Vêr Polinoro n'andò francamente,

giurando a Dio di farlo rimanere.

E Polinoro non dottò nïente;

venne vêr lui per mostrar suo podere

e disse: — Dimmi, se' tu il paesante,

che occidesti il mio frate Amostante? —

— Io son quel paesante — disse Orlando —

— che occisi l'Amostante tuo fratello,

e credo ancor col mio tagliente brando

far di te simigliante, o tapinello. —

E Polinoro, nïente parlando,

alzò suo brando rilucente e bello

e ferì il conte in sul forte cimiero

d'un grieve colpo dispietato e fiero.

Quanto dell'elmo prese menò via;

il brando poi sullo scudo discende:

nulla riguarda per cosa che sia

e scudo e sbergo taglia quanto prende.

Del colpo Orlando ha gran malinconia,

vegendo Polinor, che sì l'offende,

e fra suo cor diceva cotal verso:

— Questo è il meglior baron dell'universo. —

Per vendicare il colpo ricevuto

alzò suo brando allor con gran furore:

su l'elmo Polinoro ebbe feruto,

ma di tagliarne non ebbe valore.

E Polinoro in niquità venuto,

alzò suo brando allor con gran vigore.

Su l'elmo il fiere, come 'l libro stima:

andò quel colpo come quel di prima.

Orlando contra lui inanimato

il ferì con sua spada e ben toccollo

sopra de l'elmo, quale era fatato:

di tagliarne quel brando riguardollo.

Il colpo scese tutto da l'un lato

al caval del Pagano sopra al collo;

e di quel colpo il caval cadde morto:

tosto rizzossi Polinoro accorto.

Il forte conte, quando il vide a piede,

di suo cavallo smontò prestamente

e sopra lui arditamente fiede

in sul buono elmo, ma non leva niente.

E Polinoro a lui un colpo diede:

gran pezzo taglia de l'elmo lucente.

Poi disse Polinoro: — O cavaliere,

perché smontato se' del tuo destriere? —

Rispose il conte: — Certo io tel diraggio,

per ch'io son da cavallo a pié disceso.

Da te non voglio aver niuno vantaggio

e così vo' per vero m'abbi inteso. —

Allora Polinor con gran coraggio

ad ambo mani il forte brando ha preso

e sopra il conte un aspro colpo mena,

credendo dargli della morte pena.

Orlando schifò il colpo e il Saracino

si chinò in terra al colpo che menava.

Quando ciò vide, il nobil paladino,

contra le reni col brando gli dava:

lamiere e sbergo non valse un lupino,

che l'uomo e l'arme a traverso tagliava.

E quando Sansonetto il colpo vide,

di gioia e d'allegrezza il cuor gli ride.

E disse: — Omai non curo una medaglia

re Machidante e sua gente codarda. —

E mettesi a ferir nella battaglia,

che niuno de' nimici non riguarda.

Uomini e palafreni e destrier taglia;

e così fa la sua gente gagliarda.

Orlando non pensate stesse in pace,

ma per quaranta sua persona face.

Sentendo Machidante ch'era morto

suo nievo Polinoro, ha gran gramezza:

si misse per fuggire in verso il porto

con alquanti baroni e gran ricchezza.

La gente sua, vedendosi a tal porto,

a seguitarlo mostrâr lor prodezza.

Orlando e Sansonetto gli seguieno

e con lor gente molti n'uccidieno.

Cominciaro a sallire in sulle navi

chi me' potea e mettersi per mare;

e lor nemici ch'eran molto savi,

non gli lassavano alle navi andare.

Assai n'ucciser con lor colpi gravi,

che poca gente ne poté scampare.

Trecento milia erano sul campo:

ne fe' quaranta mila o meno scampo.

Rimase con vittoria el conte Orlando

e poca fu della sua gente morta.

Ognun la robba del campo rubando,

chi me' poteva nella città porta.

Con allegrezza la gente cantando,

tornò quell'oste dentro dalla porta.

Il conte Orlando, ch'era, capitano,

parlò in quel giorno in tal modo al Soldano:

— Da poi che noi vittorïosi siamo

della battaglia, sì come è palese,

sopra di Machidante cavalchiamo

e prenderemo tutto suo paese.

E sanza indugio tosto il seguitiamo:

e' non arà contra di noi difese. —

Disse il Soldan: — Barone, io son contento;

a questo non sia punto indugiamento. —

Allora fece il buon conte bandire

per tutte terre che tenea il Soldano,

che tutta gente dovesse seguire

dove volesse andare il capitano.

Allor ciascun per suo bando obedire

venne a Lamecche, vicino e lontano:

ciascuno che al Soldan faceva omaggio,

vi venne aparechiato di vantaggio.

Non vo' però, signor, che voi pensiate

che del paese ogni gente traesse;

ma tutte le persone nominate

suo comando convien ch'ognun facesse.

Forse a tre mesi vo' che voi sappiate

a saper venne ognun quel che volesse;

e furono a caval tutti assembrati

sessanta mila cavalieri armati.

Quando la gente fu tutta assembrata

in sulle navi s'ordinò ch'entrasse;

poi fu la vettovaglia caricata

perché nïente a veruno mancasse.

Il conte volse che 'n su quella armata

Sansonetto e 'l Soldan l'acompagnasse;

e la figliuola ancor con lui andonne

in compagnia di damigelle e donne.

E così caricati que' navili

di gente armata e di cavalli assai

e di baron coragiosi e gentili,

come a quel tempo si trovasse mai,

nelle navi padron mastri e sottili

comandamento fero a' marinai

che ciascun vela subito facesse

quando fusse buon tempo si movesse.

Una mattina il vento a lor vïaggio

traeva buono e il mare era in bonaccia,

ciascuno marinaio mastro e saggio

di far vela a suo nave si procaccia.

La bella armata allor di gran vantaggio

verso Gerusalem in mar si caccia:

en pochi giorni al porto furon scesi

e scaricati cavagli ed arnesi.

Fussi la gente tutta quanta armata:

di mare in terra ciascuno dismonta.

Gerusalem ebber tutta assediata

dalle due parti, come il libro conta.

Vegendo Machidante tal brigata,

par ch'egli scoppi di grand'ira ed onta;

ma lasciam lui con velenoso duolo

e diciam come s'accampò lo stuolo.

Il primo campo più presso alla terra

fu quel del conte, cavalier perfetto:

da l'altra parte, se 'l libro non erra,

s'acampò con suo gente Sansonetto;

e 'l Soldan dietro a lui suo campo aserra

e suo figlia con lui, come v'ho detto;

ed ogni campo fu bene aforzato,

sì come è usanza, di fossi e steccato.

Lasciamo Orlando qui, la franca lancia,

che la guardia facea sera e mattina,

e ritorniamo a Carlo, re di Francia,

ed a sua donna, la gentil reina,

che seppe come ha dato nella guancia

al conte Orlando per cotal dottrina,

e come egli era dell'oste partito,

e non sapieno in che parte sia gito.

Ond'ella stava di ciò trista e grama,

e cento volte il dì biastema Carlo.

Di saper dov'è il conte molto brama

e molto spender vuole per trovarlo.

Ugon di Brava una mattina chiama,

ch'era cugin del conte (il ver vi parlo),

e disse: — Vuoi tu metterti in camino

per ritrovare Orlando tuo cugino?

Darotti ventimila cavalieri,

i qua' saran sotto tuo signoria. —

Rispose il conte: — Molto volentieri;

tal cosa fate pur che tosto sia.

Trovato lui, non arò più pensieri:

tanto ricordo suo gran vigoria. —

A ciò non par che la reina dorma

e per fornir tal modo ben s'informa.

Nel paese di Francia e di Borgogna,

nell'isola di Scozia e d'Inghilterra

molta gente soldò a sua bisogna,

giovani arditi da far ogni guerra,

tutti gentili da temer vergogna

e ventimila fur, se 'l dir non erra,

ciascuno armato a lancia, scudo e brando

e sopravesta coll'arme d'Orlando.

Sendo assembrata a Parigi la gente,

la dama disse a Ugone: — Ora ti muovi,

cercando va da levante a ponente,

tanto ch'Orlando il paladin ritruovi;

e di tesoro non ti curar niente,

che tu ha' spendere, purché tu il truovi. —

E diegli di tesoro some assai

dicendo: — Va e questo spenderai. —

Con quella gente partì di Parigi

il valoroso giovinetto Ugone.

Con lui menò suo fratello Ansuïgi

e via cavalca sanza restagione.

Pregando vanno Dio e san Dionigi

che trovar possino il fi di Milone;

e così cavalcando, preson via

per più presto camin vêr la Soria.

In men d'un mese i giovani sovrani

fur in Soria con sua gente arivati

ad una terra ch'era di Cristiani;

e così intorno furono acampati.

Que' della terra, piccoli e mezani,

con gran romore si furono armati

e girono al Patriarca, lor signore,

di quella gente contando il tenore.

Il Patrïarca fuor nel campo manda

a dire al capitan ch'a lui venisse.

Ugon, che vuol che suo nome si spanda,

andò a lui sì come al messo disse.

Il Patriarca di botto gli dimanda

se era di quelli che Cristo obedisse

e perché venuto era e donde e come,

di che paese egli era e di suo nome.

Ugon rispose: — Borgognon son io

della gentile gesta di Chiarmonte

e credo al sommo onnipotente Dio,

che di misericordia è somma fonte;

e cercando vo' il franco cugin mio,

fi di Milon d'Anglante, Orlando conte,

che ben due anni partì sua persona

da Carlo ch'era ad oste a Pampalona. —

Rispose il Patrïarca: — In nessun lato

non fu veduto per queste contrade.

Presso c'è un Pagan, ch'è assediato

dentro a Gerusalem, la gran cittade;

e sta di fuori un molto nominato;

e d'arme in lui si truova gran bontade. —

Così parlando il Patrïarca ad ello,

venne a lui dei Pagani un damigello.

Costui era figliuol di Machidante,

il qual Pilagi si facea chiamare.

Al Patrïarca inginocchiossi avante

e salutollo, come solea fare.

Signor, dirovi bene ogni sembiante,

il perché venne nell'altro cantare,

e come Ugone trovò suo cugino.

Sempre vi guardi Dio sera e mattino.