CANTARE NONO

By Luigi Pulci

O felice alma d'ogni grazia piena,

fida colonna e speme graziosa,

Vergine sacra, umìle e nazarena,

perché tu se' di Dio nel cielo sposa,

colla tua mano insino al fin mi mena,

che di mia fantasia truovi ogni chiosa

per la tua sol benignità, ch'è molta,

acciò che 'l mio cantar piaccia a chi ascolta.

Febo avea già nell'occeàno il volto

e bagnava fra l'onde i suoi crin d'auro,

e dal nostro emisperio aveva tolto

ogni splendor, lasciando il suo bel lauro

dal qual fu già miseramente sciolto;

era nel tempo che più scalda il Tauro;

quando il Danese e gli altri al padiglione

si ritrovâr del grande Erminione.

Erminion fe' far pel campo festa:

parvegli questo buon cominciamento.

E Mattafolle avea drieto gran gesta

di gente armata a suo contentamento;

e indosso aveva una sua sopravvesta

dov'era un Macometto in puro argento;

pel campo a spasso con gran festa andava;

di sua prodezza ognun molto parlava.

E' si doleva Mattafolle solo

ch'Astolfo un tratto non venga a cadere;

e minacciava in mezzo del suo stuolo,

e porta una fenice per cimiere.

Astolfo ne sare' venuto a volo

per cadere una volta a suo piacere;

ma Ricciardetto, che sapea l'omore,

non vuol per nulla ch'egli sbuchi fore.

Carlo mugghiando per la mastra sala

come un lion famelico arrabbiato

ne va con Ganellon, che batte ogni ala

per gran letizia; e spesso ha simulato,

dicendo: - Ah lasso, la tua fama cala!

Or fussi qui Rinaldo almen tornato!

Ché se ci fussi il conte ed Ulivieri,

io sarei fuor di mille stran pensieri. -

E dicea forse il traditore il vero,

ché se vi fussi stato pur Rinaldo,

al qual non può mostrar bianco per nero,

morto l'arebbe come vil ribaldo.

Carlo diceva: - Io veggo il nostro impero

ch'omai perduto ha il suo natural caldo,

poi che non c'è colui ch'era il suo core,

cioè Orlando; ond'io n'ho gran dolore. -

Lasciàn costor chi in festa e chi in affanno,

e ritorniamo a' nostri battezati

che col re Carador dimora fanno,

e de' paesi ch'egli hanno lasciati

e delle guerre mosse lor non sanno.

Eron più tempo lietamente stati

col re pagano, e pur volean partire,

e cominciorno un giorno così a dire:

- Assai con teco abbiàn fatto dimoro

ed onorati da tua corte assai:

la tua benedizion, re Caradoro,

dunque ci dona, e in pace rimarrai.

Del tempo che perduto abbiam, ristoro

sarà buon fare, e me' tardi che mai:

qualche paese ancor cercar vogliamo

prima che in Francia a Carlo ritorniamo. -

Carador consentì la lor partita

e ringraziògli con giusti sermoni,

dicendo: - Il regno mio sempre e la vita

in tutto è vostro, degni alti baroni. -

Poi fe' venir la donzella pulita

e fece lor leggiadri e ricchi doni.

Ma la fanciulla chiamò poi da canto

Ulivier nostro, faccendo gran pianto,

dicendo: - Lassa, io non ho meritato

che m'abbandoni, mio gentile amante!

Dove lasci il cor mio sì sconsolato?

Tu mi dicevi sempre esser costante;

or tu ti parti, ed io non so in qual lato

da me ti fugga, in Ponente o in Levante;

e quel che sopra tutto m'è gran duolo

è del tuo sventurato e mio figliuolo.

Vedi che sola e gravida rimango

sanza sperar più te riveder mai;

però del mio dolor con teco piango.

Ma questa grazia mi concederai:

che, poi che pur di duol la mente affrango,

con teco insieme me ne menerai;

e in ogni parte ove tu andrai cercando

ne vo' con teco venir tapinando. -

Ulivier confortava la donzella,

e dice: - Dama, e' non passerà molto,

com'io son ricondotto in Francia bella,

ch'a te ritornerò con lieto volto;

però non ti chiamar sì tapinella,

ch'io son legato e mai non sarò sciolto;

e 'l figliuol nostro, quando sarà nato,

per lo mio amor ti sia raccomandato. -

Con gran sospir lasciò Merediana

Ulivier certo in questa dipartenzia,

con isperanza, al mio parer, pur vana.

Re Carador con gran magnificenzia,

con molta gente dintorno pagana,

poi che più far non poté resistenzia,

gli accompagnò con tutta sua famiglia

fuor della terra più di dieci miglia.

Pur finalmente toccò lor la mano

e quanto può di nuovo a lor s'è offerto.

Via se ne vanno per paese strano;

e come e' furno entrati in un deserto,

subitamente quel lion silvano

da lor fu disparito, e questo è certo,

e volse a tutti in un punto le spalle

e fuggì via per una oscura valle.

Disse Rinaldo: - Caro cugin mio,

vedi il lion come è da noi sparito!

Questo miracol ci dimostra Iddio:

non è sanza cagion così fuggito;

ma quel Signor ch'è in ciel verace e pio

a qualche fine buon l'ha consentito. -

Rispose Orlando: - Se 'l tuo dir ben noto,

molto se' fatto, al mio parer, divoto.

Lascialo andar con la buona ventura,

ché 'l suo partir più che 'l venir m'è caro

ché molte volte m'ha fatto paura. -

Così molte giornate cavalcaro

tanto ch'al fin d'una lunga pianura

un giorno in Danismarche capitaro:

questo paese Erminion tenìa

ch'a Montalbano è con sua compagnia.

Poi ch'egli ebbon salito sopra un monte,

si riscontrorno in saracini armati;

e poi che furno più presso da fronte,

furon da questi baroni avvisati

che il lor signor si chiama Fieramonte,

e quattromila avea seco menati,

uomini tutti maestri da guerra,

ch'a vicitare andava una sua terra.

Questo è colui che Erminion lasciòe,

quando e' partì, per guardia del suo regno.

Fieramonte Baiardo riguardòe:

sùbito sù vi faceva disegno;

verso Rinaldo in tal modo parlòe:

- Deh, dimmi, cavalier famoso e degno,

onde aves'tu questo caval gagliardo? -

E finalmente gli chiedia Baiardo.

Dicea Rinaldo: - Assai me l'hanno chiesto,

ma a nessun mai non lo volli donare. -

Disse il pagan: - Se tu non vuoi far questo,

deh, lasciamelo un poco cavalcare. -

Rinaldo intese la malizia presto,

e disse: - Un bello essemplo ti vo' dare,

saracin, prima ch'io ti dia il cavallo. -

E raccontò della volpe e del gallo:

- Andandosi la volpe un giorno a spasso

tutta affamata, sanza trovar nulla,

un gallo vide, in su 'n un arbor, grasso,

e cominciò a parer buona fanciulla

e pregar quel che si faccia più basso,

ché molto del suo canto si trastulla.

Il gallo sempliciotto in basso scende.

Allor la volpe altra malizia prende,

e dice: "E' par che tu sia così fioco;

io vo' insegnarti cantar meglio assai:

questo è che tu chiudessi gli occhi un poco:

vedrai che buona voce tu farai".

Al gallo parve che fussi un bel giuoco.

"Gran mercé" disse "che insegnato m'hai";

e chiuse gli occhi e cominciò a cantare

perché la volpe lo stessi ascoltare.

Cantando questo semplice animale

con gli occhi chiusi, come i matti fanno,

la volpe, come falsa e micidiale

tosto lo prese sotto questo inganno,

e dové poi mangiarsel sanza sale.

Così interviene a que' che poco sanno;

così faresti tu, chi ti credessi:

ben sarei sciocco se 'l caval ti dessi.

Se vuoi giostrarlo, io sono al tuo comando:

se tu m'abbatti per la tua virtù

su questo prato con lancia o con brando,

sia tuo il caval, non se ne parli più. -

Fieramonte rispose rimbrottando,

e disse. - Poltonier, che parli tu?

come hai tu tanto ardir, matto villano?

Quel che tu di' nol direbbe il Soldano!

Se tu sapessi ben con chi tu parli,

non parleresti così pazzamente;

quantunque io soglio, i pazzi, gastigarli.

Il mio fratello Erminion possente

farebbe a tutta Francia e sette Carli

guerra, come or vi fa colla sua gente;

ch'a Montalbano ha posto già l'assedio,

tanto che Carlo non ha alcun rimedio;

e tante schiere e giganti ha menati,

per la vendetta far di quel Mambrino

ch'uccise il fior de' traditor nomati,

Rinaldo, che pel mondo or va meschino;

e sbattezar vuol tutti i battezati. -

Disse Rinaldo: - Bestial saracino,

sia chi tu vuoi, che per la gola menti,

ché mai Rinaldo non fe' tradimenti.

Per forza o per amor del campo piglia:

io vo' pigliar per Rinaldo la zuffa,

ch'io so ch'egli è di sì nobil famiglia

che mai non fece tradimento o truffa. -

E detto questo, girava la briglia.

Veggendo il saracin com'egli sbuffa,

disse: "Sarebbe il diavolo costui?

Mai più smentito in tal modo non fui".

Volse il cavallo e tutto acceso d'ira

prese del campo, e poi si fu voltato.

Rinaldo a l'elmo gli pose la mira

e 'l ferro della lancia v'ha appiccato,

tanto che Fieramonte ne sospira,

perché dalla collottola è passato,

sì che per gli occhi gli passò la fronte;

e morto cadde in terra Fieramonte.

I saracin, che questo hanno veduto,

comincioron pel colpo a sbigottire;

e come avvien chi il signore ha perduto,

pel prato cominciâr tutti a fuggire.

Aveva un certo baron molto astuto

Fieramonte, e veggendo quel morire,

venne a Rinaldo e ginocchion si getta,

e disse: - Fatta hai, baron, mia vendetta.

Se vuoi ch'io parli arditamente il vero,

io ti dirò di questo traditore

il qual tu hai morto, gentil cavaliero.

Sappi che 'l suo fratel, che è qua signore,

lo lasciò qui a governo del suo impero

e mossa ha guerra a Carlo imperadore,

e come e disse, a Montalban si truova

per pigliar quello, e faranne ogni pruova.

Poi che costui si vide qua il messere,

ha fatte cose contra ogni giustizia,

rubato il terrazzano e 'l forestiere,

mostrato in molti modi sua nequizia,

a nessun fatto ragione o dovere;

e per più chiar mostrar la sua tristizia,

s'alcun pur ne volessi dubitare,

le nostre donne cominciò a sforzare;

e perché alcuno non avea pazienzia,

e' lo faceva morir di segreto,

tanto che assai per questa violenzia

per la paura si stavan di cheto.

Trovato ha il suo peccato penitenzia,

e tutto il popol nostro ne fia lieto.

Volle sforzare anco una mia sorella,

e non potendo, imprigionata ha quella.

Se tu se' cavalier ch'abbi potesta

come mi parve veder poco avanti,

togli il cavallo e la sua sopravvesta:

noi ti faren compagnia tutti quanti,

e tutta la città ti farà festa;

noi siàn tutti baron de' più prestanti:

sanza colpo di spada o altra guerra

a salvamento ti darem la terra.

Noi v'abbiàn degli amici e de' parenti:

tu ti potrai fermare in su la piazza,

e mosterren far giostre e torniamenti;

e intanto faren metter la corazza

a' più fidati, che ne fien contenti;

tu terrai a bada quella gente pazza,

e tutti saran presi così in zurro.

Ed ora il nome mio saprai: Faburro. -

Allor Rinaldo rispondeva a quello:

- Prima ch'io t'abbi, Faburro, risposto

o mentre i miei compagni a questo appello,

parmi tu fermi questa gente tosto:

vedi che vanno via come un uccello;

un mezzo miglio già ci son discosto;

e sanza lor non si può far niente. -

Disse Faburro: - Tu di' saviamente. -

E cominciò a spronare un suo giannetto.

Rinaldo Orlando chiamava e Dodone

ed Ulivieri, e contava ogni effetto.

Orlando orecchio alle parole pone

e intese ciò che quel pagano ha detto,

e disse: - Forse Iddio sanza cagione

non ci ha mandati in questa parte strana,

ma per ben sol della fede cristiana. -

Ma si dolea ch'e' non v'era con loro

Morgante, il quale ha lasciato Ulivieri

colla figliuola del re Caradoro,

ch'era rimaso con lei volentieri

per aspettar che tornassin costoro;

ed anco parve al marchese mestieri,

perché il figliuol di lui, quando nascessi,

re Caradoro uccider nol facessi.

Merediana avea chiesto il gigante

a Ulivier per un segno d'amore,

per ricordarsi del suo caro amante,

poi che montato fu in sul corridore;

ed Ulivieri avea detto a Morgante:

- Ben puoi restar dove resta il mio core.

Ritornerotti a veder con Orlando,

e 'l mio figliuolo e lei ti raccomando. -

Di questo Orlando si doleva a morte,

dicendo: - Se Morgante mio ci fosse,

egli è tanto feroce e tanto forte

che fare' rovinar con poche scosse

il mondo, non che le mura o le porte;

a molti so faria le gote rosse.

So che saremo in sì fatto travaglio

che molto sarebbe util quel battaglio. -

Faburro in questo mezzo è ritornato

ed ordinato ciò che bisognava.

Rinaldo a Fieramonte avea cavato

la sopravvesta e l'armi che portava,

e sopra il suo cavallo era montato,

tanto che tutto il pagan rassembrava.

E inverso la città sono inviati

come Faburro gli avea ammaestrati.

Grande onor fanno tutti i terrazzani

a quel che credon Fieramonte sia.

Rinaldo in su la piazza a' suoi pagani

facea far giostra e festa tuttavia.

Faburro intanto menava le mani:

truova gli amici e' parenti, e dicìa

come egli è morto il lor crudo tiranno

e come ben le cose passeranno:

che liberi sanz'altro impedimento

tosto saranno; e fe' sùbito armare

gran quantità, ch'ognuno era contento

di voler la sua patria liberare.

Mentre che in piazza si fa torniamento

e 'l popol tutto stava a baloccare,

giunse in un tratto con gran gente armata

Faburro, e tosto la piazza ha pigliata.

E saracin che con Rinaldo sono

comincion tutti a 'nsanguinar le spade:

chi morto resta e chi chiede perdono;

e cominciorno a correr la cittade

con gran tumulto e gran furore e tuono:

già son di gente calcate le strade,

e non sapendo ignun questo trattato,

dicevan: - Fieramonte fia impazzato. -

Rinaldo corse al palazzo reale

dove era la reina e' suoi figliuoli;

e come e giunse in capo delle scale,

disse la donna: - Perché i nostri stuoli

son sì turbati, e perché tanto male?

Così far, Fieramonte mio, non suoli.

Che caso è questo e chi muove tal guerra,

che sottosopra così va la terra? -

Rinaldo di Frusberta gli menòe

un colpo tal che gli spiccò la testa;

prese i figliuoli e tutti gli ammazzòe.

I saracin dicien: - Che cosa è questa? -

E finalmente la terra pigliòe

con quella gente che drento vi resta.

Poi trasse di Faburro la sorella

della prigione, afflitta e meschinella.

E poi che furno alcun dì dimorati,

e con Faburro ognun si fu scoperto

ed hanno i nomi lor manifestati,

e 'l popol vide ogni segreto aperto,

furon tutti d'accordo battezati,

rendendo a Gesù Cristo grazia e merto

che liberati gli ha da quel crudele

e fatto a sé questo popol fedele.

Poi con Faburro, che sapeva il fatto,

sì ragionò dell'oste che è a Parigi,

e come Gano avea aspettato il tratto

e mosso guerra e discordia e litigi

per dare a Carlo Magno scaccomatto;

e che soccorrer si vuol San Dionigi.

Faburro s'accordò che vi si vadi

subitamente, e che più non si badi.

Orlando disse: - E' mi dispiace solo

che noi lasciamo il possente gigante

a Caradoro, ond'io n'ho molto duolo. -

Disse Dodon: - Se tu vuoi, sir d'Angrante,

andrò per lui come un falcone a volo:

in pochi giorni sarà qui Morgante. -

A tutti piacque che per lui s'andassi,

e per far presto Baiardo menassi.

Così fu fatto, e missesi in camino;

e tanto va questo baron gagliardo

ch'a Carador, famoso saracino,

giunse un dì in su la piazza con Baiardo.

Ricognosciuto è presto il paladino;

diceva Carador: - Se ben riguardo,

questo è Dodon che ci torna a vedere;

e quel par di Rinaldo il buon destriere. -

Merediana, che 'l cognobbe presto,

giù per la scala correva abbracciallo,

dicendo: - Dodon mio, che gaudio è questo!

Io ti cognobbi sùbito e 'l cavallo.

Ch'è d'Ulivier? Deh, fammel manifesto,

ché di saperlo ho voglia sanza fallo. -

Disse Dodone: - Ulivier tuo ti manda

molte salute, e a te si raccomanda. -

Or chi vedessi la dama amorosa,

sùbito come di Dodon s'accorse,

farsi nel volto come fresca rosa,

e come presto abbracciarlo poi corse

e domandò dove Ulivier si posa,

non istarebbe del suo core in forse.

- Ch'è di Rinaldo, - dicea - baron franco?

Tu debbi, Dodon nostro, essere stanco.

Ch'è di quel paladin ch'ogni altro avanza,

Orlando nostro famoso e possente?

Ché di saper di tutti ho disianza. -

Intanto Caradoro era presente,

e salutò Dodon come è usanza;

poi domandava di tutta la gente.

Dodon rispose: - In paesi lontani

gli lasciai, in Danismarche, salvi e sani.

E la cagion che a te son qui venuto

è che mi manda Rinaldo d'Amone

e 'l conte Orlando, e che bisogna aiuto

al nostro Carlo Man, ché Erminione

a Montalban più giorni ha combattuto

ed assediato col suo gonfalone:

convien ch'io meni tue genti e Morgante. -

In questo tempo comparì il gigante,

e corse presto Dodone abbracciare,

e mille volte domandò d'Orlando.

Dodon gli dice come e' vuole andare

in Francia, e come e' lo manda pregando

che in Danismarche lo vadi a trovare.

E tutti insieme vennonsi accordando

che si raguni il lor popol pagano

per dar soccorso presto a Montalbano.

In pochi dì fur fatte molte squadre

per dover tutti inverso Francia gire.

Merediana dice: - O caro padre,

non mi volere una grazia disdire:

io vo' provar le mie virtù leggiadre

in Francia, ben s'i' dovessi morire;

s'io debbo aver da te mai alcun piacere,

fa' ch'io sia capitan di nostre schiere. -

Re Caradoro avea tanto disio

di ristorar del beneficio antico

Rinaldo e gli altri, che rispose: - Anch'io

m'accordo al tuo parer; però ti dico

che tu ti vadi nel nome di Dio,

perché Rinaldo è stato buono amico:

quando fu tempo, ci dètte il suo aiuto:

di ristorarlo al bisogno è dovuto.

Orlando ed Ulivier se come amici

ci hanno trattati, sa tutto il mio regno,

ne' casi avversi, miseri e infelici:

adunque il priego di Dodone è degno,

e ricordar si vuol de' benefici,

ch'essere ingrato Iddio l'ha troppo a sdegno. -

Merediana fu troppo contenta,

che in dubio stava alla risposta attenta.

E poi si volse a Morgante e dicìa:

- E tu con meco, gigante, verrai. -

Dicea Morgante: - Da tua compagnia

non dubitar ch'io mi diparta mai:

così ti giuro e do la fede mia. -

Disse la dama: - Io ne son lieta assai.

Parmi mill'anni rivedere il conte

e l'ardito Rinaldo di Chiarmonte. -

Questo dicea con la lingua la dama,

ma "Ulivier" diceva col suo core.

Morgante, che sapea tutta la trama,

rispose: - Dove lasci il tuo amadore,

che so che giorno e notte ancor ti chiama?

Hai tu sì tosto lasciato il suo amore? -

Disse la dama: - Ulivieri è qui meco,

però nol dissi, ed io son sempre seco. -

In poco tempo furono ordinati

quarantamila, e fatte dieci schiere,

e dal re Caradoro licenziati

e date tutte al vento le bandiere;

ed eron bene in punto e bene armati,

come conviensi a ciascun cavaliere:

cavalli e scimitarre alla turchesca

e scudi e targe ed archi alla moresca.

Merediana aveva un palafreno

quartato che pareva una montagna;

e ciò che questo mangiava, orzo o fieno,

con acqua fresca prima gli si bagna;

e non era caval, ma nondimeno

e' non se gli poteva appor magagna,

se non che 'l capo aveva di serpente;

e molto destro e forte era e corrente.

Questo in un bosco già facea dimoro,

e nacque d'un serpente e d'una alfana;

mugghiava forte che pareva un toro:

mai non si vide bestia così strana.

Un che lo prese il dètte a Caradoro,

e Caradoro il diè a Merediana;

nelle battaglie sempre lo menava,

e molta fama con esso acquistava.

Tanto cavalca questa franca gente

che in Danismarche alla fine arrivorno.

Quando Rinaldo la novella sente

una mattina in su l'alba del giorno,

chiamava Orlando e 'l marchese possente;

e presto quel che fussi s'avvisorno,

perché di lungi si vede il gigante

che col battaglio veniva davante.

Diceva Orlando: - Ecco Morgante nostro,

ed ha con seco gran gente pagana;

e Caradoro grande amor ci ha mostro,

che la nostra amistà non sia lontana. -

Disse Ulivier: - S'egli è Morgante vostro,

dove è la bella mia Merediana?

Io il bramo tanto, ch'io la veggo e sento,

e par ch'io sia di questo error contento. -

E poi che furon più presso, vedea

Ulivier questa, che 'l passo studiava:

la qual cognobbe al caval ch'ella avea,

ovver ch'Amor così l'ammaestrava.

Merediana, quando lui scorgea,

come stella nel viso fiammeggiava,

e del caval saltò subitamente;

ed Ulivier facea similemente;

ed abbracciolla con gran gentilezza;

prima baciolla a suo modo francese.

La gentil dama per gran tenerezza

non poté salutar, tanto s'accese!

Ed Ulivier sentia tanta dolcezza

che le parole sue non sono intese,

e pur voleva dir: "Ben venga quella

che sola agli occhi miei fia sempre stella".

Gran festa fu tra' pagani e' cristiani,

e molto Carador fu commendato

che si ricorda in paesi lontani

de' benefici del tempo passato.

Dicea Faburro: - O cavalier sovrani,

sempre ho sentito un proverbio provato,

e tengol nella mente vivo e verde:

che del servire alfin mai non si perde. -

Nella città più giorni si posaro;

e intanto i nuovi cristian sono in punto:

quattromila in un oste s'assembraro.

Dicea Faburro: - Or che Morgante è giunto,

è da partirsi; e molto mi fia caro,

Orlando, se tu m'ami o stimi punto,

ch'io sia di questa gente conduttore;

e mosterrotti in Francia il mio valore. -

Orlando disse: - E' non è cosa ignuna

ch'io ti negassi, Faburro possente.

Allor Faburro sua gente rauna;

e poi ch'egli ebbe assettata la gente,

volle portar per insegna una luna

sur una sopravvesta riccamente

di seta bianca lavorata e d'oro,

sì che due corna pareva d'un toro.

Or lasceremo il popol saracino,

il qual di Danismarche già s'è mosso,

e ritorniamo al figliuol di Pipino,

che piange e dice fra sé: "Più non posso!

Non c'è Rinaldo, non c'è il suo cugino,

e tutto il mondo qua mi viene addosso.

Non gli conobbi mentre erano in corte;

or me n'avveggo e dolgomene a morte".

Gan traditor lo riguardava fiso

e con parole fitte il confortava,

e simulava uno sforzato riso:

- O Carlo, troppo di questo mi grava:

perché pur bagni di lacrime il viso? -

E trentamila de' suoi raunava,

e disse: - Io voglio andare - il traditore

- a Montalban con questi, imperadore. -

E tutti a Carlo gli menava avante,

e fece suo capitano il Magagna,

dicendo: - Io voglio assalir l'amirante

con questa compagnia che è tanto magna;

e so che noi piglieren Lionfante:

io lo farò dar, Carlo, nella ragna. -

E seppe tanto acconciar ben l'orpello

che Carlo si togliea per oro quello.

A Montalban n'andò con questo inganno:

e' si pensò pigliarlo a salvamento,

e tutti all'amirante se ne vanno

e disse: - Io ti darò per tradimento

la terra e' tuoi nimici che vi stanno,

e metterotti questa notte drento. -

Ma Lionfante era uom troppo dabbene,

e fece quel ch'a' suoi par si conviene;

e disse: - Io ti vo' dire una novella.

La volpe un tratto molto era assetata:

entrò per bere in una secchia quella,

tanto che giù nel pozzo se n'è andata.

Il lupo passa, e questa meschinella

domanda come sia così cascata.

Dice la volpe: "Di ciò non t'incresca:

chi vuol de' grossi nel fondo giù pesca:

io piglio lasche di libbra, compare;

se tu ci fussi, tu ti goderesti;

io me ne vo' per un tratto saziare".

Rispose il lupo: "Tu non chiameresti

a queste cose il compagno, comare?

E forse che mai più non lo facesti?".

Disse la volpe maliziosa e vecchia:

"Or oltre, vienne, enterrai nella secchia".

Il lupo non istette a pensar piùe,

e tutto nella secchia si rassetta

e vassene con essa tosto giùe;

truova la volpe che ne vien sù in fretta,

e dice il sempliciotto: "Ove vai tue?

Non vogliàn noi pescar? Comare, aspetta!".

Disse la volpe: "Il mondo è fatto a scale:

vedi, compar, chi scende e chi sù sale".

Il lupo dentro al pozzo rimaneva.

La volpe poi nel can dètte di cozzo,

e disse il suo nimico morto aveva;

onde e' rispose, benché e' sia nel pozzo,

che 'l traditor però non gli piaceva;

e presela e ciuffolla appunto al gozzo,

uccisela, e punì la sua malizia:

e così ebbe luogo la giustizia.

Se tradimenti hai fatti alla tua vita

già mille volte, a questa datti pace:

tu non farai di qui già mai partita

per nessun modo, traditor verace,

ch'ogni tua colpa vecchia fia punita,

ché 'l traditor per nulla non mi piace,

e piglierotti al gozzo col capresto. -

E preselo e legar lo fece presto.

E poi mandò di sùbito un messaggio

a dire ' Astolfo, ch'era in Monte Albano,

che, perch'egli era di nobil legnaggio,

benché e' sia saracino e lui cristiano,

a tradimento non vuol fargli oltraggio

o in altro modo; e ch'avea preso Gano,

e impiccherallo, pur che lo consenti;

e disse tutto de' suoi tradimenti.

Il messaggiero ' Astolfo se n'andòe

e disse come ha detto il suo signore,

e tutto il tradimento gli contòe.

Astolfo fece a quel messaggio onore;

e poi Guicciardo e gli altri a sé chiamòe

e referì di questo traditore,

e chiese a tutti consiglio e parere

quel che si faccia di Gan da Pontiere;

e che per se medesmo gli parrebbe

che si risponda che lo 'mpicchi presto.

Poi s'accordorno che util non sarebbe,

ché 'l tempo avverso non pativa questo,

ché la sua gente si ribellerebbe,

quantunque Gan meritassi il capresto;

e ringraziorno il famoso pagano

e chiesongli di grazia vivo Gano.

Astolfo dètte al messo un palafreno,

e disse: - Questo tien per amor mio. -

Il messaggier ritorna in un baleno

e raccontò d'Astolfo il suo disio.

Lionfante, uom di gentilezza pieno,

rispose: - Come Astolfo vuol voglio io. -

E contra suo voler Gan liberava.

Gano a Parigi sùbito arrancava;

e disse a Carlo, il traditor fellone,

ch'aveva fatta certa sua pensata

come ingannar potessi Erminione;

ma poi era la trappola scoccata,

e come preso fu nel padiglione:

così la sua tristizia ha covertata,

dicendo: - Un tradimento facea doppio,

che insin di qua ne sentivi lo scoppio. -

Carlo il credette ben, ché il ver dicea

che 'l tradimento doppio era ordinato.

Astolfo in questo tempo gli scrivea

come questo fellon l'avea ingannato.

Carlo all'usato a Ganellon credea,

ché così era ne' Ciel distinato;

e conferiva con lui come prima

ogni segreto, e così facea stima.

Erminion colla sua gente bella

sempre più inverso Montalbano è ito.

Era per Pasqua; giunse la novella

d'un messaggier ch'è tutto sbigottito,

tanto che, giunto, a gran pena favella;

poi disse, tutto per duolo smarrito:

- Erminion, male novelle hai certo:

sappi tu se' col tuo popol diserto;

e 'l tuo fratello è morto, Fieramonte,

ché combattendo un dì con un cristiano,

gli passò l'elmo e ruppegli la fronte;

e dice che è il signor di Montalbano,

ed ha con seco quel famoso conte

Orlando, che tremar fa il monte e 'l piano;

la città presa ed abbruciata è tutta

e la tua gente scacciata e distrutta.

Faburro è quel che 'l tradimento fe':

tutti i suoi amici ha fatti far cristiani

e tutto il regno in preda a costor diè.

Gran quantità son morti di pagani

sanza trovare o rimedio o merzé:

io gli ho veduti tagliar come cani,

e la tua donna in molti affanni e duoli

uccider crudelmente, e' tuo' figliuoli.

E sòtti a dir che ti vengono addosso

con ben quarantamila cavalieri,

ed era il campo, quand'io parti', mosso.

Faburro è capitan di que' guerrieri,

che di sua gente ha fatto capo grosso,

e vien con lor per mostrare i sentieri. -

Quando il pagan sentì quel ch'egli ha detto,

bestemiò forte lo iddio Macometto,

e disse: - Traditor crudele e rio,

mai più t'adorerò, così ti giuro:

io vo' che Satanasso sia il mio iddio

o se v'è altro diavol più oscuro.

Che t'ho io fatto? Dove è il fratel mio

ch'io lasciai pur nel suo regno sicuro?

Dove è la donna mia ch'io ti lasciai

e' miei figliuol ch'io ti raccomandai?

Che farò io, se in qua ritorna Orlando,

e se torna Rinaldo, il mio nimico?

Or verrò le mie ingiurie vendicando

contra costui del mio Mambrino antico! -

Quivi era Salincorno, e lacrimando

dicea: - Fratello, ascolta quel ch'io dico.

Dove è la fama e tua virtù fuggita?

Hai tu perduto il tuo campo o la vita?

E' si conosce nell'avversitade

il savio sempre; e nel tempo felice

non si può ben veder chi ha in sé bontade:

questo sai tu ch'ognun che intende dice.

Se Fieramonte è morto e la cittade

distrutta, così misera e infelice,

tu hai qui tanta gente di tua setta

che d'ogni cosa si farà vendetta. -

Erminion per ira fe' venire

tutti i baron legati, e poi scrivea

a Carlo Magno, e manda così a dire

che gli farà morir di morte rea

con gran vergogna e con istran martìre,

se non gli dà Parigi, conchiudea,

e 'l suo tesoro e tutto il suo paese;

e che il primo impiccar farà il Danese,

anzi squartar, perché e' fu già pagano

e rinnegato avea lo iddio Macone.

Il messo giunse presto a Carlo Mano

e la 'mbasciata fe' d'Erminione.

Carlo, come uom già disperato e insano,

nulla rispose alla sua orazione;

e 'l messaggiero indrieto tornò ratto,

dicendo Carlo gli pareva un matto.

Carlo, poi che 'l messaggio fu partito,

a un balcon si stava addolorato,

né sa più che si far, tutto smarrito.

Ma il suo Gesù non l'arà abbandonato:

ch'Orlando in questo tempo è comparito,

com io dirò nell'altro mio trattato,

col suo fratello e col pagano stuolo.

Cristo sia sempre il vostro aiuto solo.