CANTARE NONO

By Auteur inconnu

io priego quello Dio che sta di sopra,

ch'ogni grazia da lui piove e discende,

e sanza lui nïente mai s'adopra,

ed ha pietà di ciascun che l'offende,

che di scïenza la mia mente copra

tanto, signori, quanto l'autor stende

di questa storia, ch'io sappia rimare,

ch'a tutta gente piaccia l'ascoltare.

Signori, io dissi nell'altro cantare

sì come Carlo Mano l'imperiere

colla sua gente di cotanto affare

dintorno a Pampalona con sue schiere

si volse giù nel campo ad acampare.

Fe' dispiegare pennone e bandiere

sonando trombe, sveglie e cembanelle,

zufoli, naccare, corni e cornelle.

Già era il sol nell'orïente sparto

quando nostri Cristiani s'attendaro:

il campo riluceva tutto quanto

delle arme e delle insegne che arrecaro;

non si porrebbe dire il terzo tanto,

che avea in quel campo nobile riparo.

Lasciamo quel che di Roma ha corona

e diciam del signor di Pampalona.

Re Isolier, di Mazarigi figlio,

per tempo si levò quel chiaro giorno:

alla finestra, più chiaro che giglio,

si fece quel baron di pregio adorno.

Verso l'oste di Carlo alzò il ciglio

e videlo attendato così atorno.

Ben conobbe di botto la sua insegna,

che la seguiva gente d'onor degna.

Forte gridò: — Lodato sia Macone,

lodato sia Apollino e Trevigante,

poi ch'io mi provarò con quel barone

ch'è nepote di Carlo e sir d'Anglante!

Mio cugin Ferraù, franco campione,

vendicarò questo giorno davante. —

Così dicendo, sentì gridar forte:

— Allarme! allarme! alla morte! alla morte! —

La terra si levò tutta a romore,

gridando tutti: — Alle mura! — i Pagani —

— attendato è di fuor lo 'mperadore

ben con dugento mila de' Cristiani. —

Con sassi, lance, dardi a gran furore,

con molte frecce ed archi sorïani

tutt'i Pagan, coperti d'armadura,

tosto montaron su per l'alte mura,

aprendo gli archi e tenendo in man sassi

e palmegiando chi lance e chi dardi,

su per le mura gridando que' lassi:

— Fatevi innanzi, Franceschi e Piccardi;

chi vuole della Spagna incoronarsi,

venga a provare se noi siam codardi.

Male a vostr'uopo passaste in Ispagna:

mai non vedrete Francia né la Magna.

Non tornerete mai in Piccardia,

ne' paesi di Fiandra e di Guascogna;

Inghilterra, Provenza e Normandia,

Bretagna non vedrete né Borgogna.

Fatevi inanzi, pien di codardia,

se non volete già da noi calogna. —

Nostri Cristian vêr di loro guardava,

ma nïun delle schiere si mutava.

Sentendo Carlo gridar que' sermoni,

vêr di suo gente cominciò gridare:

— La terra combattiam, franchi baroni;

gente pagana non potrà durare.

Vedete che non hanno guernigioni

né arme indosso da difesa fare.

Ogi sarem signor di Pampalona

se ciascun pruova bene sua persona. —

El duca Namo, signor di Baviera,

gridò verso di Carlo fortemente,

dicendo: — Sir, tuo mente è troppo altiera;

altro che te, non curi più nïente.

Malagia chi mai segue tuo bandiera!

Già non facesti tanta buona gente,

quanta n'ha qui, duchi, conti e baroni;

e vuogli far morir come bricconi?

Tu vuoi combattere questa cittade

e credila pigliar così di scacco:

la tua è troppa gran simplicitade;

tutti i Pagan credi mettere in sacco.

Non hai ancor provato lor bontade

che vuoi far de' Cristiani sì gran macco?

Non vedi tu di lance, dardi ed archi,

di sassi e pietre i merli tutti carchi?

E' son di sopra e noi saremo al basso:

un sol di loro varrà più di venti.

Chi sarà giunto di pietra o di sasso,

non tornerà a dir novelle a' parenti.

Sia assediato intorno ciascun passo:

per fame tu gli arài; non altrimenti.

Non si combatta per nïuna guisa,

che nostra gente rimarrie conquisa. —

Duchi, conti, marchesi e gran baroni,

ch'eran nel padiglion di Carlo Mano,

udendo dire sì fatti sermoni,

gridavan tutti: — Ben dice il Dusnamo.

Noi aremo i Pagan tutti pregioni,

se a senno del Dusnamo noi facciamo. —

— Poi che vi piace, — disse lo 'mperieri —

— assediasi dintorno ogni sentieri. —

Assediata fu allora Pampalona

intorno intorno da ciaschedun lato:

entrar non vi potea nulla persona

se come ucel non avesse volato.

Secondo che la storia mi ragiona,

ogni piccol sentieri fu serrato.

Lasciamo Carlo, imperator romano,

e ritorniamo a dir di quel Pagano.

Re Isolier, di Pampalona sire,

al padre Mazarigi andò davante

e disse: — Monsignor padre, i' vo gire

a combatter con quel signor d'Anglante. —

Rispose il padre: — Che t'odo io dire,

fi di puttana malvagio troiante;

a combatter con lui non andar tue,

che ti farebbe com' a Ferraùe. —

Non sai tu ch'egli uccise tuo cugino,

ch'era di te più forte tre cotanti?

Così farebbe ancora te meschino,

se tu gli andassi a combatter davanti.

Non mi parlare più di tal latino:

armar fa nostri baron tutti quanti

e tu monta a caval sanza dimoro

e la guardia farai insieme a loro.

Dentro alle mura andrai intorno intorno

colla metà de' nostri cavalieri:

farai con loro la guardia di giorno;

sopra le mura staranno i terrieri.

Poscia farai la sera qui ritorno;

poi l'altra metà montino a destrieri,

ed un barone, di cui tu ti fidi,

fa che la notte l'altra guardia guidi.

Se ognuno guarderà ben la metà,

io non so che mi possa far Carlone;

se ben avesse la Cristianità,

non ci porria dannegiare un bottone.

Per dieci anni è fornita la città

di pane e vino e d'ogni imbandigione.

Se tu farai le mura ben guardare,

Carlo mi faccia el peggio che può fare. —

Isolier si partì subitamente

e di sua gente la metà fe' armare.

Quel giorno fe' la guardia di presente

e poi la notte fe' gli altri guardare.

Così faceva continüamente

de dì e di notte le guardie mutare,

e le mura avea fatte ben fornire

di tutte guarnigion per me' ferire.

L'oste d'Orlando e dell'imperadore

era dintorno alla terra attendata

e, secondo mi conta l'aütore,

sette anni tenne la terra assediata,

che battaglia non diè per niun tenore;

ma pur badaluccâr alcuna fiata,

com'è usanza a sì fatto mestiere,

ma non però di battaglia con schiere.

Essendo stato Carlo con sua gente

a Pampalona sette anni compiuti,

un giorno fece lo 'mperier possente

tutti i baroni, ch'avia più saputi,

comandar che venisser di presente

davanti a lui, ed e' furon venuti.

Quando assembrati fur nel padiglione,

Carlo d'in su la sedia se rizòne

e disse: — Bei signor di gran podere,

che per seguirmi avete abandonati

vostri parenti e tutto vostro avere,

dintorno a Pampalona siamo stati

sette anni, come può ciascun sapere,

e non ci siam co' Pagani aboccati.

A me parrebbe, se a voi piacesse,

che la città per noi si combatesse

o noi torniamo nel nostro paese,

ch'a questo modo non voglio più stare.

Non vo' che sia né conte né marchese

che di tal cosa mi possa biasmare.

La battaglia si dia sanza contese

o noi indietro ci dobbiam tornare:

tutti siam bene armati e ben sì forti;

Pagan saranno tutti presi e morti. —

Dusnamo di Baviera, buon signore,

verso di Carlo parlò in cotal guisa:

— Poi che volete, santo imperatore,

che battaglia se dia alla recisa,

a me parrebbe (e sarebbe il migliore),

acciò che tutta non fusse conquisa

la nostra gente come vil bestiame,

che si facesse un castel di legname,

che giudicasse di sopra le mura

e fusse tanto grande in tutti i lati,

che su vi stesse di buona misura

da cinquecento baron bene armati.

Pagani aràn di ciò sì gran paura

che non vorrebbon esser già mai nati.

Non potran dal castello far difesa:

a te s'arenderan sanza contesa. —

Tutti e baroni s'acordaro al detto

dicendo: — Namo ben dice di quello;

truovisi tosto un maestro perfetto

che l'ordini di far sanza rapello. —

Disse allor Carlo: — Fate al mio cospetto

venir un mastro tosto, che 'l castello

sappia ben fare e presto per ragione,

sì come ha detto il buon duca Namone. —

Levossi su di Bordella Angiolino:

— Signor, — dicendo — ho qui meco un maestro

che in tutto il mondo non è un sì fino

ed è dell'arte sua sottile e destro.

Quel castello farà a vostro dimino

per contastare a quel populo alpestro.

Fate il legname qui prima recare

ed e' cominciarà il castello a fare. —

Allora comandò Carlo a Franceschi

che gisson giù nel bosco in una valle

per tagliare il legname e poi i Tedeschi

su l'arecasser, ch'avien buone spalle.

Gli Alaman, ch'erano gagliardi e freschi,

giuraron tutti di non arecalle:

girno al lor capitan sanza menzogna,

ch'era Guiglielmo, signor di Cologna,

dicendo: — Monsignor, per Dio piatanza,

abandonato abiam nostre magioni

per seguir Carlo e sua magna possanza.

Duchi, conti, marchesi e gran baroni

sotto voi siam sanza alcuna fallanza.

Carlo ci vuol mandar come briconi

arecar legna sì come somieri,

sopra le spalle, come poltronieri. —

Guiglielmo, udendo sua gente sì dire,

grande sdegno di ciò gli venne al core.

— Non piaccia a Dio, onnipotente sire,

ch'a voi sia fatto questo disonore.

Se mi volete stanotte seguire

sanza saputa dello 'mperadore,

insieme tutti ne potremo andare:

Carlo e sua gente lasceremo stare.

Subito andrò al nievo di re Carlo

che questa notte dia la guardia a mene

ed ei me la darà sanza niun fallo

sì che ciascun di voi stia bene in séne.

A mezanotte siam tutti a cavallo,

sanza farne sapere niente al rene:

via ce n'andrem con tutta nostra schiera

sanza stormento o levare bandiera. —

Tutti rispuoson: — Sir, noi siam contenti,

da poi che piace a voi sì fatta cosa. —

E così si fermâr quei frodolenti

di gir la notte sanza far più posa.

Or udirete come fur dolenti

per la pensata vana e dolorosa.

Un de' Tedeschi, udendo quel tradire,

andonne a Carlo e tosto prese a dire:

— Monsignor Carlo, ciascuno Alamanno

hanno ordinato di girsene via,

quando stanotte la guardia faranno.

Provvedete, signor, che ciò non sia.

Guiglielmo di Cologna seguiranno

perché gli ha messi in su questa resia. —

Re Carlo, udendo sì dire il barone,

della novella tutto si turbòne,

e comandogli che non si partisse:

nel padiglion lo fe' serrare ancora.

Per Salamon mandò ch'a lui venisse

dinanzi a lui sanza far più dimora

Salamon venne, come el messo disse,

davanti a Carlo incontinente allora

e vêr lui disse con allegra faccia:

— Che comandate, Monsignor, ch'io faccia? —

Diceva Carlo Mano: — I' ho sentito

che in questa notte da molti Pagani

il campo nostro sarà assallito.

Muovi coi tuoi ottomilia Britani,

con tutti quelli che t'hanno servito:

verso ne va nei paesi cristiani;

dentro in un bosco, ch'è quivi vicino,

t'imbosca e sta perfino al mattutino.

E se tu senti stanotte passare

nessuna gente che si sia o come,

di domandare già non t'impacciare

e non voler saper com'hanno nome,

Mongioia san Dionigi non gridare:

percuoti loro con sì fatte some,

e tuo gente a combatter non sien lenti;

quanti ne passan, sieno tutti spenti. —

Salamon disse: — Monsignor, sia fatto; —

e dipartissi con suo gente snella.

Verso Navarra n'andò molto ratto

con ottomilia cavalieri in sella

ed in un bosco si fu apiattato.

Secondo che la storia mi novella,

dal bosco al padiglione del re Carlo

tre leghe avie, signori, sanza fallo.

Dipartito che fu il re Salamone,

Carlo mandò per lo nipote Orlando.

Orlando venne a lui sanza tenzone:

— Che comandate, signor mio, parlando? —

Diceva Carlo: — Io ho qui uno spione

di nostra gente, che vanno spïando,

e dice che stanotte questo campo

sarà assallito sanza niuno scampo,

sicché stanotte ti conviene fare

la buona guardia con tuo cavalieri:

dintorno a questo campo fa guardare,

sicché sicuri sien tutti i sentieri.

Come la cloccia mia senti sonare,

soccorrera'mi sanz'altro pensieri. —

— Fatto sarà, signore, — disse Orlando

e dipartissi sanza più parlando.

El traditor Guiglielmo di Cologna,

che di partirsi tosto avea pensato

e di passar la Francia e la Borgogna

e lasciare i Cristiani in tale stato,

con mal pensiero fe' cotal menzogna.

Al conte Orlando se ne fu andato;

parlando a lui cota' sermoni scocca:

— La guardia fare stanotte mi tocca. —

Disse Orlando: — Se tocca a te la guarda,

per lo mio amor, deh! falla ben stanotte.

Con ventimila farò l'antiguarda

intorno alla città ad otte ad otte. —

Guiglielmo si partì e più non tarda;

già era sera e della guarda l'otte.

Colla sua gente, di malizia pregna,

gia far la guardia con la sua insegna.

Quando fu poi la mezanotte varca,

fur asembrati tutti gli Alamanni:

di suo arnese ciascuno si carca;

a cavallo montaro con inganni.

Sanza far motto ciascuno s'imbarca,

credendosi passare sanza affanni:

non levando bandiera né stormenti,

sanza dir nulla partîr que' dolenti.

Seimilia cinquecento scritti truovo,

furono quelli si partien dell'oste

col tradimento che fatto avien nuovo.

Givan passando piani, rivi e coste,

non ischierati, cavalcando a pruovo.

Giunsero ov'eran le genti riposte.

Salamon, che la guardia face' fare,

detto gli fu: — Gente sentiam passare. —

Salamone apellò suo caporali

e disse lor: — Signori, or m'intendete,

chi se sieno costoro o tanti o tali,

sopra loro a combatter vi mettete.

Non domandate chi sieno né quali,

ma sol di ben ferir vi provedete.

Chi e' si sieno, niente domandate:

ferite a loro e null'altro curate.

Mostrate sopra lor vostra possanza:

nessun di loro più avanti passi.

Morti sien tutti con molta arroganza

come tapini, poltronieri e lassi.

Non abbiate di lor nulla piatanza:

morti si mettano in terra fra' sassi;

e spade, maze e lance d'ogni parte

fate che sopra loro sieno sparte. —

A cento ed a dugento, a mille o meno,

n'andavan via que' Tedeschi a cavallo;

e chi a piè menava il palafreno

per non volere pel camin stancarlo.

Nell'altro canto, signor, cantaremo

la gran battaglia che fu in quello stallo

e come morti fur molti Alamanni.

Cristo vi guardi da pena e d'afanni.