CANTARE OTTAVO

By Auteur inconnu

Beatissima Vergine Maria,

di tutti e peccator somma speranza,

madre di quel Gesù che ci ha in balia,

che hai di ciascuno mercé e piatanza,

per tua misericordia e cortesia,

benché io sia tanto pien d'ignoranza,

concedi al mio parlar tanto valore

che seguir possa la storia a tuo onore.

Voi, buona gente, che state a solazio,

in pace or udirete el mio cantare;

ed io, se Idio mi dà cotanto spazio,

credo la bella storia seguitare;

ma se voi fussi ancor di mio dir sazio,

gite a solazo e me lasciate stare,

ed io pur seguirò lo bello dire

come fe' Anselmo, pien di molto ardire.

Dalla città di Lazera partiro,

per obedire il lor sir Carlo Mano;

vêr della Spagna cavalcando giro,

passando coste e monti e valle e piano:

vêr Saragoza lor camin seguiro

su per le terre di quel re pagano;

a Saragoza giunsono un mattino,

ove abitava quel re saracino.

Dentro la terra entrarono i baroni

che ben pareano d'alto e grande affare:

dame e fantine istavano a' balconi

sol per veder que' due messi passare;

e per le rughe vegliardi e garzoni,

tutti quanti correvano a guardare,

dicendo l'un all'altro: — Non ve' tu

come paion baron di gran virtù?

E' paion della gente di Carlone. —

Diceva l'uno all'altro riguardando:

— Non vedi come stan bene in arcione?

Che dovrebbe parere il conte Orlando,

nievo di Carlo, figlio di Milone,

di cui la gente va tanto parlando?

O che dovrebbe parere Ulivieri,

Turpin di Rana e tutti gli altri pieri?

Se così fatti son gli altri Cristiani,

Marsilio ha fatto per noi mala impresa:

que' duo baroni paion sì sovrani

che contro a mille farebbon difesa.

Non fur sì consumati li Troiani

quando lor terra fu da' Greci presa,

come sarà la Spagna dal re Carlo.

Mal fa Marsilio a voler contastarlo. —

Anselmo udiva ben ciò che diceva

quella gente pagana d'ogni lato:

a nulla cosa il baron rispondeva;

cavalcando ne gia forte infiammato.

La gente della terra già sapeva

che Ferraù era morto e passato:

tutti corrieno per voler udire

quel che 'l re Carlo mandava lor dire.

Sino al palazzo Anselmo cavalcava,

là dove dimorava Marsilione:

egli e 'l compagno in terra dismontava;

su per le scale ciaschedun montòne.

Gente pagana dietro lor andava:

dentro la sala entrâr sanza questione;

Anselmo col compagno è bene armato,

sì come fusse alla battaglia andato.

In sulla sala giunse il conte Anselmo,

là ove era Marsilio e suo baroni,

e la visiera si levò dell'elmo

ed al compagno disse tal sermoni:

— Lascia me con Marsilio fare schermo;

non ti gittar nïente ginocchioni,

non salutare e non far nullo inchino

se non come faresti ad un mastino.

Staratti sol da l'un lato a vedere

come farò contra lui gran minaccia.

Se contra me mostrasse malvolere,

mio brando converrà che tristo il faccia. —

Poi gì Anselmo, sir di gran podere,

presso a Marsilio forse a dieci braccia

e 'nvêr di lui parlò arditamente.

Or udirete saluto piacente.

— Quel vero Idio che tutto l'universo

fermò e fece noi con la suo mano,

salvi, guardi e mantenghi in ogni verso

santa Chiesa di Roma e Carlo Mano;

e non essendo el suo volere averso,

sempre mantenga quel campion sovrano,

Orlando, figlio del duca Milone,

el duca Namo e 'l buon re Salamone,

Astolfo d'Inghilterra ed Ulivieri,

Danese Ugieri e 'l piccardo Sansone,

Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri,

Turpin di Rana e 'l conte Ganellone,

Arnaldo di Berlanda ed Angiolieri,

e 'l pro' Girardo sir da Rossiglione,

d'Avignon Guido e Guido di Borgogna,

Marco e Matteo e Angiolin di Guascogna.

Salvi e mantenghi Normandi e Franceschi,

Inghilesi, Fiamenghi e Borgognoni,

Unghera gente, Brettoni e Tedeschi,

d'Irlanda, di Fïandra e Bramanzoni,

e Campagnesi con Provenzaleschi,

e Petovini, Piccardi e Frisoni,

gente d'Italia di virtù fontana

e tutti que' della fede cristiana.

Abatta e disconfonda Marsilione

e l'Argaliffa e tutta sua balia,

Balugante malvagio e Falserone,

re Grandonio e l'Almansor di Soria,

re Mazarigi, malvagio ghiottone,

Turchi, Affricanti e que' di Barberia:

tutta la gente di Macone atonda

Iddio di gloria, abatta e disconfonda.

Marsilione, tu se' troppo villano,

e tienti con superbia troppo altero

a voler contastare a Carlo Mano

ed alla santa Chiesa di san Piero.

Da parte dello imperador romano

io ti comando, come messagiero,

davanti a lui debbi tosto venire

a dimandar mercé del tuo fallire.

Vieni in camiscia, sì come briccone,

e ginocchioni andrai dinanzi ad ello:

salutara'lo con gran divozione

e mercé chiederai, o tapinello;

e così faccia quel re Falserone

e Balugante, tuo carnal fratello.

Dirai che 'l fallimento, c'hai tu fatto,

l'hai consentito come stolto e matto.

La signoria gli darai di Ragona,

Portogallo, Granata e Filusterna,

Nobile, Saragoza e Pampalona,

la Stella e la cittade di Lucerna;

di Minorca e Maiorca la corona

porterà il conte Orlando in sempiterna;

e dara'gli il reame di Sibilia

e tutto il tuo tenitorio e mobilia.

Se tu non fai quello ch'io ti comando,

adosso ti verrà la gran compagna,

ventimila secento e 'l conte Orlando,

Danese Ugier, Salamon di Bretagna,

con Carlo Mano ardendo e dibrusciando

meza Navarra con tutta la Spagna.

Lazera è presa e Ferraù è morto:

se non t'arrendi, tu se' a mal porto.

Il conte Orlando, di valore acceso,

uccise Ferraù vostro campione.

Se tu m'hai bene, Marsilione, inteso,

Carlo Mano ha sì fatta intenzïone,

e certamente egli ha il partito preso,

d'incoronar il figliol di Milone

di tutta Spagna, città e castella,

prima che torni mai in Francia bella.

Ciò che Carlo mi disse, io t'ho contato:

fa oramai secondo che a te pare. —

L'Argaliffo di Baldracca adirato

vêr di Marsilio cominciò parlare:

— Quel falso poltronieri ha dispregiato

il nostro dio Macon che non ha pare.

Chi non crede in Macone sia distrutto.

odi c'ha detto quel ribaldo e brutto.

Nostra legge comanda (e tu lo sai)

che chi spregia Apollino, over Macone

e Trevigante, davanti a noi mai

non dee campare per niuna cagione:

consumato dee esser con gran guai;

tosto apenduto sanza remissione.

Così io dico che sieno apiccati

Que' duo messaggi che Carlo ha mandati. —

Disse Marsilio: — Caro mio barbano,

tutti noi siam d'Alessandro discesi,

del più possente signore sovrano

e del più forte dei nostri paesi.

Nostro lignagio non fu mai villano:

sempre mai furon gentili e cortesi,

e lealtà usaro in ogni lato.

Traditor mai non fu nïun chiamato.

Non è usanza ch'a nessun messagio

sia mai fatta nïuna villania:

a sua persona non dei fare oltragio

perché sparli di te in sua diceria.

Non lo dice egli già da suo coragio,

ma da parte di quel che 'l manda via.

Per compiacer a lui gli convien farlo:

così spregiar per ubidir a Carlo.

Se dispregiare ci fa il re Carlo

perché andiamo a sua obedïenza,

di ciò non dee però questo vassallo

portare del suo dire penitenza:

quel ch'egli ha detto, convien raportarlo;

e non dee mai per dire aver temenza.

Che traditore non piaccia a Macone

di ciò m'apelli mai il re Carlone. —

Falseron si levò su prestamente;

vêr di Marsilio cominciò a dire:

— Macon ti faccia, Marsilio, dolente.

Dunque non vuo' tu colui far morire,

che m'ha rimproverato qui presente

la morte del mio figlio pien d'ardire,

che in Paganesmo non avia barone,

ch'a petto a lui valesse un vil bottone. —

E poi prese un coltello, ch'avea al lato,

e la punta si puose per me' il core:

— Ora vedra'mi, Marsilio, acorato

se quel messagio dello imperadore

non è a quel balcon tosto apiccato,

come vil poltronieri e rubbatore. —

Marsilio, udendo sì dire al fratello,

gridò: —Sieno impiccati sanza apello. —

Il conte Anselmo valoroso e dotto

intese il minacciar del Saracino;

ad Alorin se rivolse di botto:

— Compagno mio, — gli disse in suo latino —

— trai fuor tuo brando sanza fare motto

e difenditi come paladino.

Marsilio ci minaccia d'impiccare,

se bene intendo el saracin parlare.

Co' brandi in man da lor ci defendiamo,

prima che presi siam come ladroni:

certo da morte campar non possiamo,

però che siamo peggio che pregioni.

Anzi che morti trambedui noi siamo,

morran di lor più di trenta baroni.

In tal modo morendo, ce fia onore

e pregio arém da Carlo imperadore. —

Trasse ciascuno suo brando tagliente:

Anselmo corse sopra Marsilione

per farlo tristo col brando e dolente.

Marsilio, l'Argaliffo e Falserone

in una zambra fugir tostamente.

Anselmo allor si volse ad un barone:

in sulla testa col brando il ferìe

che'n fino al mento il capo gli partìe.

I Pagan cominciarono a fugire

giù per le scale, che parien cacciati.

Anselmo col compagno, pien d'ardire,

intramenduo come draghi infiammati,

tra quella gente missonsi a ferire,

porgendo colpi forti e dispiatati,

a destra ed a sinistra radoppiando,

in qua e 'n là per la sala saltando.

Draghi parean i duo nostri Cristiani

tanto feriano bene arditamente,

tagliando a cui le braccia, a cui le mani:

a tal partien la testa insino al dente.

Pagan traevan archi sorïani

di molte frecce sopra nostra gente:

nostri Cristiani se defendien forte

co' loro brandi, dando a molti morte.

A cui Anselmo d'un colpo giugnea,

non gli facea mestier chiamar Macone:

morto alla terra subito cadea.

Similemente facea il compagnone;

in qua, in là col brando si volgea

gridando: — Viva lo 'mperier Carlone! —

Lor brandi eran coperti di cervella,

di sangue, di pulmoni e di budella.

Era la sala coperta di sangue

e correa forte che parea un fiume.

Chi morto e chi ferito in terra langue:

assai v'avieno che non vedien lume.

Chi avea il naso tagliato e chi le gambe,

come è usanza a sì fatto costume.

L'un Pagan sopra l'altro a tal partito

cadea, qual morto e qual era ferito.

Cinquanta furon morti de' Pagani

e de' feriti v'avia più di cento.

Tanto fu l'abondare di que' cani,

con lance e spade e gran saettamento

d'archi turcheschi ed anche sorïani,

di freccie e strali tanto abondamento,

che i Cristian non poteron soferire:

morti per forza convien lor perire.

E così morti, furon poi appesi

ad un balcon da quella gente fella.

Lasciamo stare i duo baron cortesi:

torniamo a Carlo che in Lazera bella,

ch'era già presso passati duo mesi,

seppe di suo baroni tal novella.

Alla suo vita mai non fu sì gramo:

di subito apellò il duca Namo,

e Salamone e 'l buon Danese Ugieri,

Ganellon da Pontieri il traditore,

il conte Orlando, el marchese Ulivieri,

e tutti i caporal pien di valore.

E disse loro il nobile imperieri:

— Tutta la gente, sanza più tenore,

a piè ed a caval fate assembrare,

ch'io voglio vêr la Spagna cavalcare.

E tutti abiate per comandamento

di non pigliar Saracino o Pagano:

tutti sien morti e messi a mal tormento;

e perché e' si voglia far cristiano,

non li sia perdonato il fallimento

c'ha fatto Marsilion falso e villano. —

Poi chiamò Carlo un nobile barone,

ch'era apellato di Fiandra Guidone.

Guidone andò dinanzi a Carlo Mano

e ginocchion se misse immantenente:

— Che comandate, mio signor sovrano? —

Disse allor Carlo: — Sta città presente

voglio rimanghi a guardia e capitano

con cinquecento di mia buona gente. —

Disse Guidon: — Monsignor, volentieri,

da poi che v'è in piacer, franco imperieri. —

E presa c'ha la signoria Guidone,

Carlo fece per Lazera bandire

che tutta gente montasse in arcione

e la sua insegna dovesse seguire.

Aparecchiato fu il re Salamone

con ottomila Bretton pien d'ardire

e della terra subito ne uscia:

Carlo colla sua gente poi seguia.

Dietro a re Carlo seguia il conte Orlando

con ventimila secento in bandiera:

invêr la Spagna givan cavalcando

Carlo, el Danese e 'l duca di Baviera.

Givano insieme tutti ragionando,

passando piano e costa con riviera:

davanti a tutta gente Salamone

l'antiguardia faceva per ragione.

Tanto cavalca Carlo con sua gente

per piani, valle, coste e per sentieri

ch'una mattina, in sull'alba lucente,

presso di Pampalona, con sue schiere

in su un pogio arivò certamente.

Di subito chiamò il Danese Ugieri

e disse: — Dimi, cavalier sovrano,

quale è quella città ch'è giù nel piano? —

Disse il Danese: — Monsignor Carlone,

quella città, giù nel piano presente,

è Pampalona del re Marsilione;

così l'apella la pagana gente.

Dentro è un potentissimo barone

che come Ferraù egli è possente:

re Isolieri per nome è chiamato,

nievo di quel Marsilio rinegato,

figliuolo d'una sua suora carnale;

il padre suo ha nome Mazarigi.

In tutto Paganesmo non ha pare,

e non si troveria di qui a Parigi.

Se lui avete, signor naturale,

la Spagna arete come san Dionigi. —

Carlo fe' a tutta gente comandare

che giù nel pian si dovesse assembrare.

Quando fu Carlo nel piano disceso,

apresso a Pampalona, a meza lega,

suo padiglione fu di botto teso.

Danese Ugieri l'aurifiamma spiega:

Re Salamone, di valore acceso,

colla sua gente, tutta quanta a lega,

fe' l'antiguardia presso alla cittade

intorno intorno colle sue masnade.

Ciascun tendia trabacche e padiglioni

e dispiegava bandiere e stendardi

e pennoncelli a draghi ed a falconi,

mezi serpenti, lupi e leopardi.

Tutti i guerrieri smontavan d'arcioni,

gente francesca, Inghilesi e Piccardi,

Alamanni, Fiammenghi e sì d'Irlanda,

d'Ungheria, di Provenza e di Berlanda.

Tutta la gente, che giva con Carlo,

intorno a Pampalona s'attendòe

con cento ottanta milia a cavallo,

con que' che a guardia a Lazera lasciòe.

Lasciamo i Cristïani in tale stallo

e nell'altro cantar vi seguiròe

la bella storia e 'l dilettoso canto.

Dio vi riceva nel suo regno santo.