CANTARE QUARANTESIMO

By Auteur inconnu

Io priego Dio della superna greggia,

in cui fortezza e temperanza regna,

che tutto l'universo signoreggia,

da cui ogni virtù convien che vegna,

che grazia dia a mia mente che veggia

per modo tal che 'l mio cantar convegna:

l'ultimo canto i' rimi per tal verso

che loda n'abbia in tutto l'universo.

Concedimi virtù, superno Dio,

ch'io sappia e possa l'ultimo cantare

sì adornar con l'intelletto mio

che nessun me ne possa biasimare;

e voi dintorno in cortesia priego io

che 'l finimento dobbiate ascoltare.

Or udirete lamento villano,

che fatto fu pel traditor di Gano.

Signori, io feci punto a l'altro dire

sì come Carlo partì da Nerbona

per voler con sua gente in Francia gire:

forte cavalca e con dolore sprona;

già non gli può l'iniquità uscire

contra di Gano, pessima persona.

Più e più giorni, cavalcando ad otta,

presso a Parigi fu l'oste condotta.

Uscivan di Parigi fuor le dame

colle fantine: ognuna si scapiglia;

con grave pianto si chiamano grame

con lagrime che cascan dalle ciglia.

Se strutto fusse allor tutto el reame,

di pianger non sarebbe maraviglia:

le strida grande e 'l lamentar che fanno

se' miglia e più le voci lungi vanno.

Chi piange el figlio, chi 'l zio, chi 'l nepote,

chi suo fratello e chi 'l padre diletto,

chi con le mani el viso si percuote,

istraciandosi e panni e 'l bianco petto.

Tiensi beato allor chi pianger puote,

natura bastemiando per dispetto,

e bastemiavan l'ora e 'l dì che nacque

Gan per cui tanta gente morta giacque.

Piangevano pulzelle e maritate

e vedove rimase in su quel punto:

battiensi tutte a palme e scapigliate,

ognuna di dolore el cuore ha punto.

Assai n'avea col viso insanguinate

che 'nfino a terra era lor sangue giunto:

con lamenti crudeli ed alte strida

in pruova l'una più che l'altra grida.

In lor lamento dicevan le donne:

— Gan da Pontieri, Dio ti maladica,

ch'abattuto hai tante buone colonne

della Cristianità, potenza antica!

Come 'l tuo spirto il diavol non portonne,

quando pensasti cosa tanto ostìca? —

E con questo lamento Carlo entrava

in Parigi e sua gente el seguitava.

Poi fuor posati i morti paladini

in Nostra Donna di Parigi allora.

Con gran lamento tutti e cittadini

per gran dolore par che ciascun mora:

piangevan forte e piccoli fantini,

che niun conoscimento aveano ancora,

che par che 'l concedesse la natura

che allor piangesse ognuna creatura.

Signori, a racontare e duri pianti,

che allor faceva la gente francesca,

non furo in Troia lamenti cotanti

quando la prese la gente greghesca.

Non lascio per fatica ch'i' nol canti,

ma perché 'l troppo dir non vi rincresca,

ora fo qui di tal lamento posa

e dirò d'Aldabella dolorosa.

Carlo mandò allor significando

ad Aldabella che venisse a corte,

ch'era tornato Ulivieri ed Orlando

colla lor baronia ardita e forte.

Alda sì fatti sermoni ascoltando

più lieta fu che all'uom fugir la morte:

con damigelle e dame in compagnia

verso Parigi si misse per via.

Giunse a Parigi, credendo trovare

Orlando vivo e 'l marchese Ulivieri.

Davanti a Carlo s'andò a presentare

e salutollo a sì fatti mestieri;

poi dolcemente gli prese a parlare,

allegra e balda sanza aver pensieri,

dicendo: — Monsignor, per tua ambasciata

son qui per obedirti apresentata.

Venuta son per veder mio marito

Orlando ed Ulivieri, mio fratello,

che tanto tempo ch'io non ho sentito

di lor novelle per nessun ostello. —

Allor fu Carlo tutto sbigottito,

quando Aldabella gli ricordò quello,

e disse: — Dama, più celar non posso

quel che fortuna ci ha condotto adosso.

Come fortuna volse over destino

o che si fosse tradimento usato,

Ulivieri ed Orlando paladino,

con ventimila ch'era acompagnato,

dall'esercito grande saracino

a Roncisvalle ognuno fu tagliato,

e in Nostra Donna di Parigi ancora

Orlando ed Ulivier morto dimora.

Ho mandato per te perché tu veggia

el dolor tuo e 'l gran dispetto mio. —

Allor la dama di dolor fiammeggia,

le mani alzando al sempiterno Dio.

Grida: — Tapina, innanzi che più seggia,

Orlando ed Ulivier veder vogl'io. —

Allor menata fu la dama avanti

dov'era i paladini tutti quanti,

Orlando morto, com'era nell'arca,

e in un'altra Ulivieri presso ad esso.

Alda di gran dolore e pensier carca,

ben le parve che 'l cuor fusse sconnesso.

Piangendo in suo lamento si ramarca

e ad amenduni in mezo stava apresso,

e in su ogni arca teneva una mano

con lamentare doloroso e strano.

Non fu dolor che mai s'asomigliasse

a quel ch'io truovo che facea costei.

Così piangendo, a quel lamento trasse

la dama Berta con lamenti rei;

parea che tutta in sé si consumasse,

che 'l terzo racontar non vi potrei,

dicendo: — Figlio, omè, chi mi t'ha morto,

cara mia speme, diletto e conforto?

Che tutto l'universo avea temenza

della possanza tua ch'era cotanta.

De' Cristiani abattuta è la potenza;

e dolorosa mi chiamo ora tanta.

Di sì vederti non avea credenza

ed or mi lasci nel mondo sì afranta.

Or posso dir che per te, caro figlio,

ogni speranza ho perduto e consiglio. —

Piangeva crudelmente Alda la Bella,

pregando el Padre del superno regno

che a lei parlasse con lieta favella

Orlando o Ulivier, qual'è più degno.

Iddio per dar consolazione ad ella

dimostrò per miracul questo segno:

che Ulivieri, il suo fratel carnale,

gli parlò per virtute celestiale.

— Io son, sorella, con molto riposo

in gloria di Colui ch'è sommo sire. —

Così parlando, quel corpo glorioso

tacette morto allor sanza più dire.

La dama, udendo ciò, col cor doglioso

di vita allora si vide finire.

In mezo del fratello e del marito

morì Alda la Bella a tal partito.

Doppo il lamento doloroso e scuro,

i morti paladini, ognun per sé,

dentro a Parigi sopelliti furo

per lo comando allor di Carlo re.

Alda con Ulivieri, el corpo puro,

insieme sopellirsi in buona fé;

e fatto questo, si pensa la gente

di far morire Gano miscredente.

Pensava Carlo di fare straziare

Gan da Pontieri acciò ched e' morisse;

e dama Berta con gran lamentare

andò davanti a lui e così disse:

— Carlo fratel, per Dio ti vo' pregare,

per quella fé che Cristo benedisse,

che a questo punto il mio marito sia

lasciato e tratto fuor di prigionia.

Che basta bene el grandissimo oltraggio

c'ha ricevuto a sì fatto partito;

e non vo' che tu creda in tuo coraggio

ch'a questo punto Gan t'abbia tradito:

non arebbe ordinato tal dannaggio

giamai contro di te il mio marito.

Piacciati, Carlo, deh, ch'io non rimanga

vedova a torto e ch'io per lui non pianga.

Milon mi desti prima per isposo

ed e' fu morto, sì come tu sai.

Se costui fai di morte doloroso,

più dolente sarei ch'io fussi mai. —

Rispose Carlo allor molto pensoso:

— Taci, che torto non riceverai.

Ogi con mie baron vo' consigliarmi

e dir di questo fatto ciò che parmi. —

Fe' Carlo poi sonare a parlamento

e tutti i suo baron si raunaro.

Levossi ritto a tal proponimento;

parlando dice con sospiro amaro:

— Non so se fatto si fu tradimento

in Roncisvalle, quando s'aboccaro

Orlando e compagnia coi Saracini,

che sì mi par che la gente latini.

Che ordinasse il tradimento Gano,

quando a Marsilio andò ambasciadore,

so questo è vero, io non ne sò certano,

ma già nollo può credere il mio core,

che io il punirei colla mia mano,

se a ciò mi fusse stato traditore.

Se alcun di voi di questa cosa è certo,

dica suo intendimento chiaro e aperto. —

Levossi in piè Salamon di Brettagna

dicendo: — Questa è cosa manifesta.

El tradimento e la crudel magagna

per far morir la valorosa gesta

ordinò Gan nel paese di Spagna,

quando a Marsilio andò per tua inchiesta. —

Allora Namo, duca di Baviera,

rizzossi in piè, parlando in tal maniera:

— El tradimento non si può celare,

che fu per Gano contra Carlo fatto.

Che cotal fallo si debba pagare,

non vuol ciò rimaner per verun patto. —

E Pinabello, udendo tal parlare,

ch'era nievo di Gan, rispose ratto:

— Dico chi Gano traditore apella

per la gola ne mente e mal favella.

Per la persona mia voglio scusarlo

contra chi dice che traditor sia:

nella presenza, dico, qui di Carlo,

di provar contro a lui mia vigoria.

Levisi or ritto chi vuole acusarlo,

che pentir lo farò di tal follia. —

Allor Terigi, lo scudier d'Orlando,

levossi ritto in tal modo parlando:

— Dico che Gano fece questi inganni.

Orlando e suoi compagni fe' morire.

Gli sproni gli calzai più di dieci anni

ed obeditolo come mio sire.

A scusar Gano nïuno s'afanni;

sia chi si vuol ch'io lo vo' contradire.

Dinanzi a Carlo, nostro re di Francia,

vo' provar questo per virtù di lancia. —

Con nequità rispose Pinabello:

— A cotal pruova sono aparecchiato.

Combatter per mio zio a tale apello

non lascerò che sia di basso stato. —

Davanti a Carlo, nostro imperier bello,

di tal battaglia ognun si fu ingaggiato

e quel consiglio allor più non si tenne:

ciascuno armato in sulla piazza venne.

In sulla piazza trassero a vedere

quella battaglia allor tutta la gente.

Ognun prega che Dio desse potere

a Terigi, baron tanto valente;

e Gano fu menato a tal vedere

in sulla piazza cogli altri presente.

Terigi e Pinabel l'un l'altro sfida:

coll'aste in man ciascun correndo grida.

In sugli scudi amendui si feriro:

rupponsi l'aste e i tronconi andar via;

di sella i cavalier non si partiro,

tanto regnava in ciascun vigoria.

Co' brandi in man più volte si colpiro:

niun di lor par che sbigottito sia;

a destra ed a sinistra menan forte

ognun suo brando per darsi la morte.

Come voleva Cristo e la ragione,

Terigi Pinabello forte avanza.

Parlava Gano col re Salamone

con niquità e con molta arroganza:

— Se morto è mio nepote a tal questione,

io te ne pagarò per mia leanza,

però che fusti il dicitor primiero

e contra me consigliasti sì fiero. —

Rispose Salamon: — Niente ti curo,

ch'abasserai ogi ogni tuo orgoglio.

Del tradimento c'hai fatto sì scuro

ogi ne porterai pena e cordoglio.

Morirà Pinabel con dolor duro

e anche te poi morire veder voglio. —

E così l'un con l'altro contendendo,

vengonsi i cavalier forte ferendo.

E combattuto avieno già gran pezza,

l'un contro l'altro suo valor mostrando:

l'arme e la sopraveste ognuno spezza,

e insanguinato ha ciascuno suo brando.

Non uscì mai sì forte d'arco frezza,

come l'un contra l'altro va spronando.

Arditi e presti ben forte si danno

colpi crudeli, che niente ristanno.

Ma perché Pinabel combatte el torto,

Cristo gli fe' mancare ogni sua possa.

Terigi verso lui, presto ed acorto,

su l'elmo lo ferì con gran percossa:

quanto dell'elmo piglia, tagliò scorto;

poi menò l'altro colpo a tale mossa.

Per sì gran forza e per virtù di Dio

la testa infino al mento gli partio.

Come fu allora Pinabello morto

e di Gan traditor la pruova fatta,

parlò in tal modo Carlo a Gano, scorto:

— Dimmi qual morte di far più t'adatta,

che poi che sei condotto a questo porto,

conviene che tua vita sia disfatta. —

Allora Gano con lamento disse,

non credendo che Carlo aconsentisse:

— Da poi ch'i' sò traditore apellato

vo' far la morte che mi si conviene.

Fa Carlo che 'l mio corpo sia squartato,

poi che per me qui ragion non si tiene. —

Fu Carlo allora quasi trangosciato,

sì gran dolor di quel parlar gli viene.

Ed ordinò quel dì re Carlo Mano

che si squartasse il traditor di Gano.

E quattro palafren fece venire,

ambianti, poderosi e ben correnti.

Gano squartato fu e fatto morire

arso e gettata la polvere a' venti.

Così purgossi suo falso tradire,

sì come avete inteso, buone genti.

Così fu per Parigi gran letizia

quando di Gano fu fatta giustizia.

Piacesse a Dio così punito fusse

chi usa tradimenti, inganni e frodi,

che già Troia la grande si distrusse

per Sinon greco che tenea tal modi:

donne e fantine a vituper condusse

e morti come cani gli uomin prodi.

Re Tolomeo, Giuda ed il re di Tracia,

di cotale arte fêr lor mente sazia.

Voi, buona gente, che ascoltato avete

l'antica storia per mondan desio,

per questa volta non mi riprendete

se mal rimato avessi el cantar mio,

che 'n buona verità, signor, vedete

po' ch'a rimare cominciato ho io;

ma delle grosse rime, che assai sono,

troppo d'odir m'avete fatto dono.

Signori, io priego quell'Iddio che volse

morir per noi, en sulla croce posto,

e dal nemico infernale ci tolse,

dove ogni peccatore era disposto:

come del limbo l'anime disciolse,

così da' vizii noi liberi tosto

e diaci grazia, quando noi moriamo,

che 'n paradiso santo ce n'andiamo.

Ha, signori, rimato tutto questo

Sostegno di Zanobi da Fiorenza,

che sempre prega Dio, padre celesto,

che lui ci guardi da rïa sentenza;

e a voi tutti fa chiaro e manifesto

che chi si guarda di non far fallenza,

va in paradiso alla sua santa vita.

Al vostro onor che la storia è finita.