CANTARE QUARTO

By Auteur inconnu

Verace Dio che a tua propria forma

facesti di sabbione Eva ed Adamo,

di che discese poscia la gran torma,

noi siamo tutti qui al tuo richiamo:

sotto tua signoria e giusta norma,

o vogliam noi o no, tutti tuoi siamo.

Aiutami, Signor, per tua piatanza

e non guardare alla mie gran fallanza.

Donami tanto ingegno, o nobil Sire,

ch'io sappia seguitar la storia bella.

Signori, io vi lasciai nell'altro dire

come era Orlando e Ferraù in sella,

combattendo amendue con grande ardire

per la fede cristiana e per la fella.

Ascoltate, signori, in cortesia

che feciono i baron di vigoria.

Dalla mattina nona era passata

e i buon guerrieri aveano combattuto,

sanza giammai aver lena pigliata,

e l'uno all'altro avea forte feruto,

ma la lor carne non hanno tagliata.

Più nero era ciascuno che 'l camuto

colà dove la spada avea toccato,

perché ciascun di lor era fatato.

Ciascuno del combattere era stanco

e non restavan però di ferire.

Allora disse Orlando: — O baron franco,

piacciati un poco mie parole udire;

io ti veggo venir di possa manco,

renditi innanzi ti lassi morire;

vedo che contro a me non hai possanza

e di farti morire ho gran piatanza.

Arenditi a me, innanzi ch'i' t'uccida,

e riniega Apollino e Macometto:

torna a Colui che tutto il mondo guida,

onnipotente Iddio, signor perfetto. —

Ferraù verso Orlando forte grida:

— Sozzo fi di puttana, che hai tu detto?

Se tu se' stanco, per prigion t'arendi,

o tu con tua possanza ti difendi. —

Invêr di lui colla tagliente spada

andò gridando: — Arenditi, codardo, —

e sopra l'elmo un gran colpo gli strada.

Fece il forte elmo alla testa riguardo:

convien che il brando in sulla spalla vada

per la gran forza del Pagan gagliardo.

Delle forte armi ch'Orlando vestia,

quante ne prese, tante tagliò via.

Orlando in sulle staffe si rizzòe

per vendicare quel colpo noioso:

sopra il grand'elmo per forza tagliòe

un Macometto d'òr che v'era soso,

come nell'altro dir contato v'hoe,

che in sull'elmo portava per suo òso.

Sì grande il colpo fu e sì pesante

che la testa toccò dell'afferrante.

Or chi porrebbe e gran colpi contare

e le gran forze franche e poderose?

Come ciascuno si vedea donare,

nol porrebbe contar verso né prose;

ed a vedergli per lo campo andare,

s'i' lo dicessi, parrebon dubiose.

Ferraù ricevette gran travaglia,

che tutto il giorno durò la battaglia.

Già era spento del bel sole il raggio

e della notte venìa il vapore,

quando ciascun baron valente e saggio

avea preso comiato a lor sentore.

Ciascun si parte e vanne a suo rivaggio

dove abitava, senz'altro tenore;

ed eransi giurati di tornare

al bel dì chiaro e lor forse mostrare.

Tornossi Orlando al mastro padiglione

davanti a Carlo e al duca di Baviera

e racontò la forza del barone,

sì come valoroso ed ardito era.

Poi si fe' trar tutte sue guarnigione

e gì a mangiar per sì fatta maniera.

Cenato ch' ebbe, si fe' adobbare

un ricco letto ed andossi a posare.

Ferraù nella terra fu tornato

e del palagio sallì e scaglioni:

subitamente si fu atorniato

da cavalieri, sergenti e garzoni,

che di presente l'ebbon disarmato

delle forte armi e ricche guarnigioni.

La madre sua sì gli venne davante

e a parlar cominciò con tal sembiante:

— Come hai tu fatto, dolce figliuol mio,

con quell'Orlando che è cotanto forte?

Che Apollino e Macone nostro dio

a lui e a tutti i Cristiani dia morte!

Come da lui ti partisti, amor mio,

che non t'ha messo a dura e mala sorte?

Che non suole esser niuno sì gagliardo

che contra lui non rimanga codardo? —

Ferraù disse: — Madre, io vi prometto

per nostro dio Macone e Trevigante

che mai non vidi baron sì perfetto

come è Orlando, quel signor d'Anglante.

Né mica par poltroniero o valetto,

tanto è il baron valoroso ed aitante.

Tutto dì oggi ci siam combattuti

e colle spade in man tutti feruti.

Non ha l'un l'altro potuto avanzare,

che tutto il dì d'un pari siamo stati

e domattina debbiam ritornare

per nostra fede ciascuno impalmati.

Doman lo credo qui prigion menare

a dispetto di tutti e battezzati.

Cristianità arò in mia balìa:

di tutto il mondo arò la signoria. —

Quando ebbe Ferraù così parlato,

a suo sergenti fece comandare

che per cenar gli fusse aparecchiato.

Subitamente sanza dimorare

Ferraù nella sala fu andato,

dove serrati e prigion facea stare

con conti, cavalier, marchesi e fanti:

fuori con lui li menò tutti quanti.

Ferraù fece tutti quei prigioni

con esso seco a tavola asettare,

ed onorogli sì come campioni,

e gran vivande diè loro a mangiare:

lepre, fagiani, starne con capponi,

quaglie e pernice ed ombrine di mare,

e vin d'ogni ragion vermiglio e bianco,

di ciò che fu mestier, non vi fu manco.

Tutti e baroni con Ferraù cenaro

di ciò che piacque a loro buon talento;

poi tutti quanti a riposarsi andaro.

El forte Ferraù, pien d'ardimento,

in su un letto andò, gioioso e chiaro,

per riposarsi che gli era in talento.

Or li lasciam dormire e riposare

tanto che sia mestier di lor levare.

Avea già vinto il dì la notte scura

e rischiarato quasi l'orïente:

il sol non era ancora in sua natura,

perché non risplendeva ancora niente.

Levossi Ferraù e pose cura

e vide il giorno chiaro e risplendente.

Gridò: — Venga mie armi tutte quante, —

e suo baron gli fur tosto davante.

Tutte sue armi molto prestamente

gli furono portate a lui davante.

Gli speroni calzò d'oro lucente,

lo sbergo si mettea d'acciaio pesante,

di sopra aveva un cuoio di serpente

e ben pareva gentile africante.

Al fianco avea la spada e l'elmo in testa:

sopra l'arme una ricca sopravesta

di drappo alesandrino ricamato

a oro tutta la legge di Macone.

Quando il baron fu sì bene adobbato,

ei si puose davante al petignone

sette piastre d'acciaio temperato

e di sotto allo sbergo le assettòne.

Poi davanti alla madre ginocchiossi

e salutolla e poi in piè levossi

e disse: — Io vo' tornare alla battaglia

con quel Cristiano che è tanto gagliardo.

Se Trevigante e Apollino mi vaglia

farollo rimanere oggi codardo.

Suoi colpi omai non curo una medaglia,

ch'al petignone ho fatto buon riguardo:

sette piastre d'acciaio io m'ho legate,

nobilemente a studio lavorate. —

Disse la madre: — Va, che Macometto

e Trevigante in aiuto te sia. —

Da lei si dipartì il baron perfetto

e del palagio tosto discendia.

El buon destrier dinanzi al suo cospetto

gli fu menato ed e' su vi salia.

Lo scudo al collo se misse il barone,

poi prese la forte aste col pennone.

Punse il destrier valoroso ed ardito

e' nvêr la porta ratto se n'andòe:

fuor della terra fu subito uscito

e giù nel piano tosto dismontòe.

Passato il ponte, quel baron fiorito

invêr del padiglion forte spronòe

e ad un'arcata gli si aprossimò:

el forte corno a sonar cominciò.

Orlando, udendo il buon corno sonare,

fra suo cor disse: — Io son ben poltroniero,

che sto nel letto ed e' mi sta aspettare

ed è in sul campo come buon guerriero. —

Vestissi tosto sanza più tardare

e poi chiamò Terigi, suo scudiero.

— Fa che di botto mi porti mie armi

e prestamente procaccia d'armarmi.

L'arme gli furon recate davante

e dintorno gli andò molti sergenti.

Armato fu el signore d'Anglante

di quattro sberghi di maglia lucenti;

e le lamieri d'acciaio ben pesante,

la sopravesta e molti adornamenti,

l'elmo in testa si mise il baron franco;

poi cinse il brando dal sinistro fianco.

El buon destrier gli fu inanzi menato:

Orlando tosto suso vi montòe.

El buono scudo poi ebbe imbracciato

e poi la grossa lancia ancor pigliòe,

uscì del padiglione e fu andato

verso il barone, che niente tardòe,

ed a lui giunto, presto salutollo.

Ferraù del saluto ringraziollo.

Disse Orlando: — Se' tu ancor rivolto

de rinegare Apollino e Macone

e Trevigante e lor valore stolto,

e credere in Colui che con passione

morì con pena e con tormento molto,

per noi ricomperar da dannazione,

che nel profondo dannati eravamo

per lo peccato che fe' Eva e Adamo?

Arenditi a Gesù, se vuoi campare

l'anima tua da pena e da tormento:

torna a sua fede e fatti battezare,

e d'un ricco paese e tenimento

io ti farò da Carlo incoronare,

e ricco ti farò d'oro e d'argento,

sicché tu virerai sempre ad onore,

più ch'e Cristian, fuor dell'imperadore. —

Ferraù li rispose molto fiero

e disse: — Come hai tu cotanto ardire,

fi di puttana, sozzo poltroniero,

che vuoi rinieghi Macone mie sire

e torni a vostra fede di san Piero?

Anzi mi lasserei prima morire

ch'i' rinegassi mio dio Macometto,

il quale sopra tutti è il più perfetto.

Se tu vuo' dir che 'l tuo dio sia migliore,

over che sia di magiore possanza,

prendi del campo e mostra tuo valore,

che tanto parlar vien da codardanza.

Se tu m'abatti, non aver timore,

che tuo prigion sarò per mia leanza,

sì come te promissi qui davante;

ed a me tu farai lo simigliante. —

Orlando disse: — Egli è ben ragïone

che, se io t'abatto per mie vigoria,

tu te debba a me render per prigione;

ed io ti giuro per la fede mia

che, se m'abatti, sanza far tenzone

tuo prigione sarò a tuo balia.

Or ti guarda da me come nemico. —

Poi volse suo destrieri Vegliantico.

Ed amendue voltarono i destrieri

e dilungarsi quanto a lor piacea;

poi prestamente i nobili guerrieri,

l'uno vêr l'altro a ferire correa,

e speronando i cavalli leggeri,

come saetta d'arco ognun parea;

le lance basse e li scudi imbracciati,

correndo forte si furo scontrati.

Sopra li scudi ferirsi i baroni:

li scudi ai colpi non valsero niente;

le lance li passarono, e i pennoni

e l'aste si spezaro immantenente:

in qua e in là volarono i tronconi,

tanto d'ognuno fu il colpo possente;

i buon destrier trapassoro correndo

più di due arcate, secondo ch'io intendo.

Ritennero i destrieri e rivoltarsi

l'uno vêr l'altro come fier serpente:

impugnaro le spade e disfidarsi,

gridando l'uno all'altro fortemente,

ed in sull'elmo il buon brando apiccarsi

e, quanto preser, tagliâr di presente.

I duo baron in qua e 'n là andaro:

per la gran forza in sugli arcion piegaro.

Ciascuno andò in sul collo al destrieri

e con gran pena si tornaro in sella.

Allora Orlando, il forte cavalieri,

disse: — O figliuol di santa Maria bella,

ora m'aiuta, che mi fa mestieri;

raccomandomi a te, o chiara stella. —

Ferraù sullo scudo ferì Orlando:

quanto ne prese, menò via col brando.

Orlando allora un colpo gli donòe:

col brando in mano in su l'elmo el ferìa

e quanto inanzi alla spada trovòe

tanto per forza in terra ne mettia.

In sulla destra spalla il colpo andòe:

per mezo tutta la banda fendia

e tutta l'arme dal lato sinestro.

Per quel gran colpo piegò il baron destro.

Ferraù sentì il colpo smisurato

e richiamò Apollino e Macone

e sopra Orlando si corse adirato,

gridando forte: —Arenditi prigione; —

ed un gran colpo in sull'elmo gli ha dato.

De l'elmo il colpo non levò un bottone.

Orlando pel gran colpo smemoròe

e 'n sull'arcion del caval si piegòe.

Ben dice el libro e l'autore mi conta,

se non che il buon destrieri il menò via,

Ferraù l'arìe morto a suo mal'onta,

tanto era Orlando fuor di suo balia.

Orlando in gran nequizia allora monta.

e 'n poco stante tornò in vigoria,

ed a duo mani il buon brando pigliòe

ed a Ferraù un gran colpo menòe.

Il colpo scese in sul collo al cavallo:

le piastre dell'acciaio fur forte tanto

che 'l colpo niente poté magagnallo.

Ferraù, a quel colpo, tanto o quanto

per ferir s'acconciò in quello istallo:

da Orlando dilungossi dall'un canto;

poi punse il destrïer con grande ardire

e sopra al conte Orlando andò a ferire.

A destra ed a sinestra si ferieno

per sì gran forza i baron corrucciosi:

l'arme e le piastre per terra cadieno

per lor gran colpi forti e poderosi.

Ed amenduni grande afanno avieno

per lo combattere, quei valorosi;

ma combattendo Orlando gli menòe

sì grieve colpo che tutto il piegòe.

Giunse in sull'elmo e a niente s'apiccava,

anzi allo 'mbusto giuso discendea

e poi in sul collo del destrier calava:

arme ch'avesse niente gli valea

che l'armadura e 'l collo gli tagliava,

onde in terra el destrier morto cadea.

Inverso Orlando Ferraù gridòe:

— Mal aggia chi spron d'oro ti calzòe. —

Orlando, quando questo fatto vede,

di subito discese da cavallo

ed a Ferraù disse: — Per mia fede

e' non mi pare aver commesso fallo;

ma la battaglia vo' con teco a piede.

Non vo' da te vantaggio, Iddio sallo. —

Coi brandi in mano a piedi cominciaro

la gran battaglia sanza alcun riparo.

Insino a vespro a piede ed ancor piùe

aveano combattuto i baron franchi;

tuttavia, rinnalzando lor virtùe,

e' del combatter non parieno stanchi.

Combattean forte Orlando e Ferraùe

e di battaglia non venivan manchi;

se l'uno dava, l'altro gli rendeva,

sì fortemente ciascun combatteva.

L'un colpo sopra l'altro radoppiava

come baron che gli sapien menare

e l'arme a pezzi per il campo andava;

ma di lor carne non potean tagliare.

Il giorno di quel loco si mutava;

il sol si cominciava a coricare:

e baron molti colpi s'avien dati

e non s'eran de niente avantaggiati.

Ferraù disse: — Che vogliam noi fare?

la scura notte viene e vanne il giorno.

Voglianci noi andare a riposare

e domattina farem qui ritorno? —

Rispose Orlando: — Di ciò che a te pare

io son contento, cavalieri adorno. —

Ed al campo promisser di tornare

al bel mattino e lor forze provare.

Disse Orlando: — Or ascolta mie sermoni

ch'io ti vo' dire, o franco cavalieri:

sienti racomandati i mie baroni

e specialmente il marchese Ulivieri. —

Dipartirsi amendua i pro' campioni:

pigliò ciascun la suo via pe' sentieri.

Or seguirà la presente battaglia.

Cristo vi guardi di doglia e travaglia.