CANTARE QUINTO
Al nome di Colui che fece tutto
e che ci può a suo voler disfare,
che mi conceda a dir come distrutto
fu Ferraù nel presente cantare,
morto e conquiso con pianto e con lutto
da quel baron che mai non ebbe pare,
Orlando, figlio del duca Milone,
che fu sì forte e nobile campione.
Signori, io dissi nell'altro cantare
sì come i duo baron di gran possanza
s'eran partiti per voler tornare
ciascuno a suo magione per leanza.
Giurati s'eran di ritorno fare
l'altra mattina al campo per certanza
a dimostrar lor forza poderosa.
Or udirete gran doglia angosciosa.
Tornossi Ferraù nella cittade
e Orlando al padiglione alla grande oste.
Davanti a Ferraù gran quantitade
di suo baroni furon sanza soste:
trassongli l'arme di gran degnitade,
come indosso al mattino avevan poste.
Disarmato che fu, andò a mangiare
con quei prigioni, come solia fare.
Aportate gli fur molte vivande,
come a sì fatto signor conveniensi:
cenato ch'ebbe la baronia grande,
a letto per posar tutti mettiensi.
Quel Ferraù, di cui il nome si spande,
s'andava a letto e suo baron partiensi.
Lasciamo Ferraù e ritorniamo
al forte Orlando di vittoria bramo.
Davanti a Carlo Mano ritornossi,
racontando la forza e 'l sommo ardire,
ch'avea il Pagano, e sì come provossi,
e poi disse sì come fe' morire
il caval sotto; e poscia disarmossi.
Cenato alquanto, poi s'andò a dormire:
in sul letto dormì senza levarse
tutta la notte, infin che 'l giorno aparse.
Quando le stelle e la luna si corca
(che si parte la notte e 'l giorno abonda),
e 'l sol per l'aria rilucente infoca
piani, montagne, poggi, fiumi e onda,
il baron, cui non par che forza torca,
cioè Ferraù, colla mente gioconda
levossi da dormire e fe' portarsi
tutte sue armi e di vantagio armarsi.
Il buon destrier si fe' nanti menare,
d'acciaio coperto tutto a grosse piastre,
che nessun ferro potea magagnare;
e la sua madre, mastra delle mastre,
sul destrier volle vederlo montare
e poi parlogli con parole mastre:
— Abbi, figliuol, Macometto in memoria
che in questo giorno ti darà vettoria. —
E così armato Ferraù montava
in sul destrieri e della terra uscia:
a' mastri della terra comandava
che 'l ponte, ch'è in sul fiume, sulla via,
che della terra invêr l'oste passava,
di legno tutto, chiudere il facia;
e da ogni parte era una porta grave,
che s'apriva e serrava colla chiave.
Chiuso che fu, Ferraù passò il ponte
verso dell'oste col corno sonando,
dicendo forte: — Vil codardo conte,
o nepote di Carlo, o fiero Orlando,
vieni in sul campo, ch'io ho sceso il monte
e son qui ritto per te aspettando. —
Orlando, che così chiamare udissi,
uscì del letto e 'l bel giubbon vestissi.
Delle forte armi si fece coprire,
com'era usato, e poi montò a destrieri.
Verso il Pagano andò con molto ardire
sanza sergente, compagno o scudieri.
Giugnendo a lui si cominciò a dire:
— Perché mi sgridi, villan cavalieri?
Non ti varrà chiamarmi con dispregio
che ogi t'acquisterò con molto pregio.
Prendi del campo, che par che Dio voglia,
poi che non vuoi a suo fé sogiogarti,
che in questo giorno abbi di morte doglia. —
Rispose Ferraù: — Or te diparti;
prendi del campo a tutta la tuo voglia. —
Disse Orlando: — Il farò per contentarti. —
Due arcate e più del campo ciascun tolse,
poi con la lancia in mano il destrier volse.
Ciascun la lancia e 'l forte scudo imbraccia
e 'n sul destrier si raferma e rasetta.
L'un verso l'altro correndo si caccia:
non uscì mai così d'arco saetta
o nave con fortuna o con bonaccia.
L'uno vêr l'altro di dar morte aspetta:
sopra li scudi le lance ficcarsi;
per la lor forza in qua e 'n là piegarsi.
Trasportogli i destrieri un mezo miglio
innanzi che li possan ritenere;
poi, presto ognun più che lepre o smeriglio,
per dimostrar suo forza e gran podere,
al forte brando tosto diè di piglio.
Orlando, pieno d'ira e mal volere,
sopra il Pagano in sull'elmo percosse
che ben gli fe' sentir tutte sue posse.
E Ferraù vêr lui sanza dir forse
un colpo diegli, che non parve stanco,
che tutto innanzi lo piegò e torse.
Un cotal colpo non fu veduto anco!
L'arme tagliò per forza e 'l brando corse
sulla coperta ch'era a rosso e bianco.
Allora Orlando con superbia e stizza
col brando in mano invêr lui se dirizza.
Sopra la spalla il colpo gli discende
con quanta forza il conte menar puote:
via ne menò quant'armadura prende
e 'l brando in su la sella ripercuote;
fino alle cinghie l'arcione si fende.
Il Pagano, vedendo cotal note,
iniquitosamente col suo brando
ferì in sull'elmo per gran forza Orlando.
L'elmo fatato non curò un fico:
per forza il colpo scese in sulla spalla.
Orlando del destrieri Vegliantico
per lo gran colpo in sul collo traballa;
poi con grand'ira contra il suo nemico
un colpo mena, che nïente falla,
sopra lo scudo: per forza il divise;
quanto ne prese, giù in terra mise.
Ciascun l'un l'altro l'armadura taglia
fin alle carni co' taglienti brandi:
le carne nere, se Cristo mi vaglia,
diventan ratto per quei colpi grandi.
Non fu mai tra baroni tal battaglia!
Contare il vo', ben ch'altri nol dimandi:
che le lor arme eran tutte tagliate;
ma non le carni perch'eran fatate.
Passato era di già l'ora di nona
e 'l sole a mezogiorno era rivolto
e ciascuno avea lassa suo persona
per lo ferire e pel combatter molto.
E Ferraù verso Orlando sermona:
—Dimmi, baron, che non t'ho sangue tolto?
Dove tu hai la tua fatagïone?
Dove fatato se' e per che ragione? —
Orlando disse: — Dimmi ove fatato
tu se' e poi te dirò dove sono io. —
Ferraù disse: — Vedi, in nessun lato
ferir non mi potresti, per mio iddio,
se non nel pettignon ch'è sì armato.
El tuo fatar me di': t'ho detto il mio. —
Orlando disse: — Poi che mel richiedi,
non son fatato alle piante dei piedi. —
Ferraù disse: — Riposianci alquanto;
en su quel ponte poi combatteremo,
quale è di legno chiuso tutto quanto.
Entriamvi dentro e poi ci serraremo,
sicché soccorso da nïuno canto
né tu né io da nostra gente aremo. —
Così insieme si furono acordati
e poi in sul ponte si furon serrati.
En man diè Ferraù le chiavi a Orlando:
Orlando allora le gettò nel fiume.
— Che diavol fai? — disse il Pagan gridando —
chi t'ha insegnato far cotal costume?
Se abattuto sarà l'un di noi, quando
l'altro uscirà fuor di questo volume? —
Orlando disse: — Se io te fo morire,
sia il danno mio se non ne so uscire. —
Allor posaron gran pezzo e baroni,
tanto che vespro e più era passato,
e poi si raconciaron sugli arcioni:
ciascun sì come drago era infiammato.
Orlando, fiore di tutti i campioni,
un colpo a Ferraù ebbe menato
sopra dell'elmo, che tutto piegosse.
Di tanta forza Orlando il colpo mosse!
E Ferraù invêr lui gridò forte:
— Per lo mio dio, che ne farò vendetta;
a questo punto te darò la morte. —
Orlando contra lui col brando aspetta.
Ferraù ferì lui per cotal sorte
sul destro braccio dell'arme perfetta.
Quanto ne prese, il brando menò via,
sì fu quel colpo di gran vigoria.
Rizzosse allora Orlando sul destrieri
e per gran forza ferìa il barone,
sì che tagliava lo sbergo e lamieri:
fino alle carni quel colpo n'andòne.
Se non ch'era fatato il cavalieri,
arebe morte sentito il campione
e, con tutta sua forza e vigoria,
per lo gran colpo tutto sbigottia.
Rizzosse Ferraù in sul destriere;
il forte brando ad ambe mani prese
dicendo: — Ora t'arendi, cavaliere. —
Per dare il colpo le braccia distese.
Orlando si ficcò sotto il guerriere;
ma Ferraù col destro braccio il prese
tra 'l capo e 'l collo per cotale stallo,
e per forza levollo da cavallo.
Per sì gran forza nell'elmo lo strigne
che Orlando non sapea 'n che mondo fosse.
Ferraù sel portava (e non si infigne)
alle porte del ponte tanto grosse
e per tagliarle col brando s'accigne.
Forte tagliando, Orlando se riscosse:
el pome della spada sotto il mento
diè al Pagan con molto valimento.
E Ferraù per lo colpo del brando
lasciò cadere Orlando alla pianura
e sul destrieri, sanza più aspettando,
subito monta e presto a Dïo giura
di dargli morte; e Ferraù gridando:
— Baron, — dicea — avesti gran paura? —
Disse Orlando: — Credestimi aver morto?
Non ti parea di ciò farmi gran torto? —
Dilungavasi Orlando dal Pagano
quanto era lungo il ponte da l'un lato
e disse: — Padre eterno Idio sovrano,
non mi lasciar morire in tale stato.
Deh! non voler disertar Carlo Mano
e tutto l'altro popul battezato.
Donami grazia che questo Affricante
uccider possa, che è tanto aitante. —
Poi disse a Vegliantino suo cavallo:
—Con teco sono stato già in più stormi;
non mi facesti mai di possa fallo.
Piacciati non lassar la vita tormi.
Se mostri tuo podere in questo stallo,
per tutto 'l mondo di gran pregio onormi. —
El destrier, come Dio lo fece udire,
incominciò fortemente anetrire.
Colle zampe dinanzi s'arostava
che ben pareva che vampo menasse.
Così forte anetrendo, il confortava.
Orlando parve allor che rincorasse;
umilemente in tal modo parlava
verso del brando che non gli mancasse
e disse: — Brando mio, per arte fatto,
di quanti gran pericoli m'hai tratto!
Non mi venisti mai di possa manco:
molti Pagan fatt'hai de vita tôrre;
se ora mi se' leale, io son più franco
che non fu mai Achille e 'l forte Ettorre. —
Allora Orlando non fu punto stanco:
prese la spada e dalla lunga corre;
ed il pome apoggiò per me' l'arcione
ispronando il destrier contro al barone.
Corse el destrieri per gran forza e furia.
Sì come piacque e volle e consentillo
il sommo Re della superna curia,
Orlando Ferraù scontrò e ferillo
entro l'arcion con tale e tanta ingiuria
che 'l forte scudo e l'arcione partillo:
el brando forte quelle piastre sette
tutte passolle, che nulla ristette.
El forte colpo di pericol tanto
passò il baron dall'una all'altra parte.
Gridò il Pagano: — Omè, tu m'hai afranto!
L'anima del mio corpo se diparte.
Piacciati darmi il battesimo santo,
ch'io veggio ben che 'l mio dio ha mal'arte,
né vale a petto al vostro sommo Padre,
quale incarnò nella Vergine madre. —
Allora Orlando non tardò nïente:
discese del destrier per battezarlo;
uscì del ponte molto prestamente
verso dell'oste del possente Carlo;
del capo trasse il buon elmo lucente,
sol per volerlo pien d'acqua portarlo.
Discese al fiume e dell'acqua l'empieva;
poi in sul ponte con fretta correva.
E giunse a Ferraù e battezollo,
com'era usanza alla fede cristiana:
al sommo Dio di grazia acomandollo;
poi prese in man suo spada Durlindana
per tralla fuori e Ferraù pregollo
umilemente in suo lingua pagana:
— Deh, non far, bel signor; odimi un poco,
anzi che ti diparta d'esto loco.
Bench'io sia morto, tu hai fatto niente,
però che non arài i tuo prigioni:
io ho una madre che certanamente,
se ella sapesse sì fatti sermoni,
(non fu drago giamai over serpente,
ch'avesse sì arotati i suoi unghioni),
s'ella sapesse che m'avessi morto,
que' tuo baron metteria a mal porto.
Tra'mi mie arme quando sarò ito
e mettemi le tue, quelle a quartieri:
cingemi al lato il tuo brando forbito;
legami sul tuo nobile destrieri.
A Lazera n'andrai a tal partito,
sanza far motto a sergente o scudieri:
fa che davanti a mia madre mi meni,
sicché in tuo scambio sopra me sveleni.
Ella giurò che, se io t'abattessi,
del corpo le budella ti trarrebbe.
Quando di discoprirmi ella dicessi,
non l'aspettar, ch'ella t'ucciderebbe.
Del brando fa che tu gli dia tu stessi
subito, ch'altro nulla ti varrebbe.
Morta che tu l'arài, sarai signore
di tutta la città sanza timore.
L'arme dei tuoi baron son tutte quante
nel palagio ove son imprigionati.—
Così dicendo, quel forte Affricante
avea i sensi suoi tutti cambiati.
Il valoroso e pro' conte d'Anglante,
il fior degli alti cavalier nomati,
trassegli il brando fuor del pettignone:
tratto che l'ebbe, si morì il barone.
Morto che fu, Orlando con gran pianto
si lamentava del baron cortese;
ma poi ch'avea il battesimo santo,
molto conforto nel suo core prese.
Signori, io vi dirò nell'altro canto
sì come Carlo Man la città prese.
Quella santa Virtù, che sempre regna,
tutti in comune ci salvi e mantegna.