CANTARE SECONDO
Verace Dio della gloria superna,
perfettissimo specchio e somma luce
di tutti i Cristïani in sempiterna,
a ciascun grazia da te si produce,
e per te l'universo si governa,
e sanza te niun bene si conduce;
donami grazia, Signor mio giocondo,
ch'io seguir possa il mio cantar secondo.
Signori, io dissi nel cantar primiero
sì come al re Marsilio era tornato
da Carlo Mano il baron messagero
ed eragli davanti inginocchiato.
Or vi vo' dir, nel nome di san Piero,
com'egli ebbe Marsilio salutato,
della risposta che ebbe da Carlone.
Or udirete nobile sermone.
— Apollino, Macone e Trevigante,
salvi, guardi e mantenghi Marsilione,
Falseron, l'Argaliffo e Balugante,
ed abatta e sconfonda il re Carlone,
Orlando figlio di Milon d'Anglante,
Danese Ugieri, el conte Ganellone,
tutta suo gesta e la Chiesa romana,
e sconfonda e disfaccia fé cristiana.
Io n'andai, signor mio, dinanzi a Carlo
e la lettera in man gli apresentai:
non sofferieno gli occhi mie' guardarlo;
sì fiero re non si vide giamai!
Non credo che tu possa contastarlo,
tanti baroni ha seco franchi e gai
che tutto il mondo non ha tanti e tali,
come in suo corte, né sì naturali.
La risposta mi diè quel frodolente:
e' disfida ciascuno il qual non crede
in Giesù Cristo, padre onnipotente,
quel c'ha di tutti e peccator mercede.
Di tuo soccorso già non vuol nïente,
né di nessun che creda in nostra fede.
Ora t'ho detto il fatto come giace;
fa oramai, signor, quel che ti piace. —
Quando Marsilio intese la novella,
della gran doglia si pensò morire,
e per fornir suo città e castella,
davanti a sé Ferraù fe' venire.
— Con diecemila — disse — monta in sella
di nostra gente e debbati partire;
Lazera fa che per te sia guardata
da Carlo e da sua gente battezata. —
Poi apellò Marsilio un giovinetto,
che Isolier per nome era chiamato,
e sì gli disse: — Nievo mio perfetto,
fa che tu sia di botto aparecchiato.
con trentamila sanza alcun difetto
e sia ciascuno a caval bene armato:
pregar ti vo' che loro e tua persona
difenda e guardi bene Pampalona. —
Poi apellò quel gran re saracino
un ch'era figlio d'una suo sorella;
per nome era chiamato Serpentino,
prode ed ardito e di persona bella:
— Ora ti parte e mettiti in camino
con dieci milia armati in su la sella;
fa che la Stella sia per te difesa
da ciascuno che a te facesse offesa. —
Dipartirsi que' giovani sovrani
con quella gente che fu data loro,
e più signor di terre e castellani
si partîr per guardar lor tenitoro.
Ambasciatori in paesi lontani
mandò Marsilio per suo adiutoro;
per tutta Pagania fece sentire
come in Ispagna Carlo volea gire.
Poi l'Argaliffo mandò e Balugante
in Persia, Alessandria e Soria,
da parte di Macone e Trevigante,
che perdonato colpa e pena sia
a tutti quei della fé affricante,
che con tutta lor possa e vigoria
in Ispagna verranno a contastare
re Carlo Mano e chi 'l vuol seguitare.
Or lasciam far lor fatti a' Saracini
e ritorniamo ne' cristian paesi,
in Francia bella, dove i paladini
e duchi e conti e principi e marchesi
de' paesi lontani e de' vicini
venieno a corte con nobili arnesi.
Or udrete, signori, in cortesia
qui racontar la nobil baronia.
Vennevi Salamon, re di Bretagna:
sotto suo insegna ottomila a cavallo
di nobil baronia e gente magna,
da non dar mai e lor gran colpi in fallo;
e questo re con sì bella compagna
portava per cimiero un nero gallo,
e l'arme sua, a scacchi neri e bianchi,
è sempre stata degli avi suoi franchi.
Ancor vi venne il duca di Baviera,
ciò fu il Dusnamo con quattro suoi figli,
con se' mila a caval di gente fiera,
armati tutti e freschi come gigli.
Avea costui per arme in sua bandiera
dritti nell'oro duo rossi conigli.
E della Marca il Danese vi venne:
con cavalier tremila dietro tenne.
Avea costui la bandiera d'argento
con quattro stelle rosse ad una banda:
fu la sua gente di molto ardimento.
Fil di Giraldo, Arnaldo di Berlanda,
con tremila a caval di valimento
il seguitava per far suo comanda.
L'arme sua era nel campo vermiglio
un verde drago e d'arïento un giglio.
Ed Ulivier di Vienna borgognone
apresentò tremila cavalieri;
l'arme sua era d'argento un grifone
nel campo azurro con verdi destrieri.
E poi il buon Gualtieri da Monlione
con duo mila a caval franchi guerrieri;
e l'arme di costui eran duo lune
nel campo bianco, tutte quante brune.
Poi vi venne di casa di Maganza
Gan da Pontier con sessantadue conti,
trentamila a caval di gran possanza
per seguitarlo per piani e per monti.
Portava questa gente per usanza
(per quel che 'l libro e la storia ne conti)
un falcon bianco nel campo cilestro,
che ritto stava verso il lato destro.
E poi vi venne Angiolin di Bordella
con gente valorosa e ben gagliarda,
quattromila guerrieri armati in sella
da non fugir come gente codarda.
L'arme sua era d'argento una stella,
e per cimier portava su la guarda
una serena che da ogni mano
stretto tenea per la gola un Pagano.
E 'l buon Girardo ancor da Rossiglione
venne con gente valorose tante:
l'arme sua era, lo scudo e 'l pennone,
nel campo d'oro un lïone rampante.
E della schiatta del buon re Ivone
venne Angiolieri con suo gente atante
con seimila baroni in sua podesta:
per arme avea di cinghiale una testa.
E 'l re di Scozia vi venne possente:
diecimila a cavallo presso ad ello.
Costui portava un nero serpente
nel campo giallo, lo scudo e 'l pennello.
E d'Ungheria il re Fiore valente
vi venne con seimila ad un drapello,
tutti a cavallo, e l'arme di costui
rossi nel campo bianco duo 'vultoi.
Vennevi il figlio del re d'Inghilterra,
il qual fu della gesta dei gagliardi,
con cinquemila cavalier di guerra,
presti ed arditi e nïente codardi.
Costui portava, se 'l mio dir non erra,
d'oro nel rosso campo tre liopardi.
Poi vi venne Sanson di Piccardia
con tremila a cavallo in compagnia.
Portava questi per cimieri un cerbo
ed era l'arme sua nel campo bianco
un verde drago di colore acerbo.
E di Fiandra vi venne un guerrier franco,
Anselmo conte (così dice il verbo),
che non pareva già di possa manco:
l'arme sua era un giallo liopardo
col campo rosso dentro uno stendardo.
Di Normandïa Riccardo possente
venne con quattromila cavalieri
di molto valorosa e buona gente:
l'arme sua era duo rossi levrieri
nel campo azurro, se 'l libro non mente;
l'uno vêr l'altro stava ritto e fieri;
e per cimieri portava una branca
di lïopardo, ch'era gialla e bianca.
Di Francia, di Borgogna e d'Ungheria,
d'Inghilterra, di Fiandra e della Magna,
d'Irlanda, Scozia e sì di Normandia,
di Piccardia, Guascogna e di Campagna,
de Cristian tutta la gran baronia,
per seguir Carlo e conquistar la Spagna
fur a Parigi con lor magna vista
el dì di santo Giovanni Battista.
Io non arei virtù di racontare
la bella gente e 'l ricco adornamento
che si vedeva per Parigi andare.
Era a vedere un grande abagliamento:
i buon destrier si vedea covertare
con sopraveste d'oro e d'arïento,
e cimieri e gli scudi lavorati
con pietre fine e di perle adornati,
e le lucente insegne grazïose
di nobili signori, duchi e conti
e di più assai gente valorose,
che di venire a corte furon pronti.
Lasciamo di lor forze poderose:
dove bisogna, convien ch'io raconti.
Or udirete la general mossa
che fece Carlo con tutta suo possa.
Poi lasciò Carlo e diè la signoria
di Cristianità tutta a giudicare
a un di Maganza della gente ria,
che con sue frodi lo volle ingannare;
ciò fu Macario con suo baronia,
ch'era di Gano nepote carnale.
Di tutto il fe' signore e poi li disse
che con ragione ciascuno punisse.
Poi fece Carlo Mano comandare
che tutta la suo gente s'asembrasse
al primo suono che udisser sonare,
ove la 'nsegna generale andasse.
Allor s'incominciò la gente armare:
ognun sotto suo insegna se ritrasse;
fuor di Parigi sanza prender soste
uscì la valorosa e nobile oste.
Non si porrie contar la vettovaglia
e l'armadure e some caricate
di piastre e cuoio, di ferro e di maglia,
padiglioni e trabacche lavorate.
Assembramento tal non fu in Tesaglia,
quando fur tante persone tagliate.
Avanti l'antiguardia a tal compagna
faceva Salamon, re di Brettagna.
Con ottomila sotto suo bandiera;
poi dietro a lui andava el forte Orlando
con ventimila secento a una schiera;
poi venia Carlo Mano e a suo comando
Danese Ugieri e 'l duca di Baviera,
con Gano da Pontieri seguitando
ed altri gran baron della suo gesta
ed altre insegne di magna podesta.
Raconta el libro che fur noverati
cento ed ottanta mila cavalieri
sanza i pedoni a loro seguitati,
maestri di legname e fini arcieri.
E così in pochi giorni fur passati
Provenza e la Guascogna i pro' guerrieri:
in piccol tempo (il libro sì mi narra)
che nel paese giunsor di Navarra
presso una terra Lazera chiamata,
(ed ancor la città così s'apella),
ch'era sopra duo poggi rilevata.
In su que' poggi aveva due castella;
fra que' due poggi era tutta acasata:
dentro vi stava quella gente fella.
Era di quella terra capitano
un potentissimo e franco pagano.
Figliuol di Falserone era carnale,
il più forte uom che fusse tra' Pagani.
Carlo, vegendo la città cotale,
richiamò Cristo, lume de' Cristiani.
Poi dimandò il Danese in modo tale:
— Questa città d'esti paesi strani
come si chiama e che gente la regge?
È di cristiana o di pagana legge? —
Disse il Danese: — Caro signor mio,
chiamata è Lazera questa cittade.
Non crede quella gente in nostro Dio:
dentro v'è il miglior uom d'este contrade
e questa terra tiene a suo desio;
ed è di tanta virtù e bontade
che infra noi per certo non ha nullo
che a corpo a corpo con lui vaglia un frullo. —
Quando il re Carlo cota' cose intende,
comandò a ciascun che si restasse,
e distendesse padiglione e tende,
e dintorno alla terra s'acampasse.
Allor ciascuno ad acampar s'atende.
Ben parea che il paese rintonasse
del gran sonare di molti stormenti
e l'anitrir de' buon destrier possenti.
L'ostre di Carlo lasciamo posare
e direm del guerrier sanza paura,
che si faceva Ferraù chiamare,
che si levò e guardò la pianura
e l'oste vide così intorno stare,
e fra sé disse: — Questo m'è ventura. —
Alla madre n'andò subito e ratto,
e di quell'oste racontolle il fatto.
— Datemi la parola, madre mia,
ch'io vada al campo a provarmi con loro. —
La madre disse: — O dolce vita mia,
non voglio ch'eschi d'esto tenitoro.
Fa che le mura ben fornite sia
Di ciò che fa mestier, sanza dimoro.
Noi siam di sopra ed e' saran di sotto:
un di noi sol varrà di lor più d'otto. —
Rispuose Ferraù: — Vo' pur provarmi
con quel fi di Milon, conte d'Anglante. —
La madre disse: — Va, ma il pegio parmi;
va, che t'aiuti lo dio Trevigante. —
Allor si fe' venir tutte sue armi
e fu armato di dietro e davante,
davanti a quel demonio della madre.
Or udirete armadure legiadre.
Prima se misse sopra il pettignone
sette piastre d'acciaio temperato;
e questo fe' per sua defensïone,
che tutto altrove che ivi era fatato:
poscia di sbergo e lamiere s'armòne
e d'un cuoio di serpente lavorato;
missesi in testa un elmo di vertùe:
un altro mai tanto fine non fue.
Sopra dell'elmo avea d'oro afinato
in sulla cima ritto un Macometto:
di perle e di zaffiri era adornato;
dinanzi avea un carbonchio perfetto,
ch'era di tanto lume nominato
che si sarebbe, sanza alcun difetto,
armatosi di notte allo splendore
duo milia cavalier per suo vampore.
In su un gran destrier montò il barone,
il qual tutto d'acciaio era coperto,
di piastra in piastra perfino al tallone;
poi della terra uscì il barone sperto;
apresso l'oste andò del re Carlone,
quanto un arco gettasse per lo certo,
e cominciò a gridare ed a chiamare,
e col suo corno forte a tintinare.
Nel suo sonare dicea il bacellieri:
— O Carlo Mano, o alto re di Francia,
manda meco a giostrare un cavalieri,
il miglior c'hai e più provata lancia;
mandami quello c'ha l'arme a quartieri:
tuo nievo Orlando non curo una ciancia;
se della Spagna vuole incoronarsi,
venga sul campo con meco a provarsi. —
Carlo, udendo così sonar fra sene,
disse al Dusnamo: — Che sonare è quello?
chi è colui che suona così bene?
In tempo di mia vita un così bello
sonar non vidi imperador né rene. —
Disse il Dusnamo: — Egli è del popul fello;
vien per battaglia e sì dice sonando
che gli mandiate vostro nievo Orlando. —
Carlo, allora che intese tal parlare,
suo baronia fe' venir tutta quanta
e così disse: — Signor, che vi pare
di quel Pagano che superbi' ha tanta
che con mie nievo vuole contastare?
Quale di voi è il primo che si vanta
di combatter con lui e di menarlo
prigione a me ed io farò impiccarlo? —
Disse il Danese: — E' vi verrà fallato,
che non ci ha niuno di tanta possanza
che contro a lui non sia vituperato. —
Disse Orlando: — Mal aggia codardanza!
E' par che tu sia già impaurato:
molto par ch'abbi del baron dottanza.
Chi in codardia si fida, fa gran male,
che sempre torna indietro e mai non sale. —
— Alla mie vita non fu' mai codardo —
disse il Danese — e non lo puoi provare.
Co' Saracin più volte a tale sguardo
sono stato con teco a guerregiare:
non fu mai uomo di lor sì gagliardo,
che se ha voluto con meco giostrare,
a lancia o spada, a piedi o a cavallo,
ch'i' non mi sia messo con lui nel ballo.
Con Ferraù voglio essere il primiero,
ma contro a lui non durerò nïente;
certamente sarò suo pregioniero
e poscia gli altri tutti similmente.
Per contentarti, che se' così fiero,
non vo' che dichi ch'io sia ricredente.
Vengan mie armi; — il Danese gridòe —
codardo mai chiamato non saròe. —
Astolfo d'Inghilterra del re Otto
s'inginocchiò dinanzi a Carlo Mano,
dicendo: — Signor mio, io mai non dotto;
combatter voglio con questo Pagano.
Datemi il guanto: a così fatto scotto
con esso lui mi proverò sul piano. —
— Conceduto te sia — Carlo gli disse;
e con sua man segnollo e benedisse.
Armossi Astolfo e poi montò a cavallo:
uscì del padiglione alla foresta;
e tutta l'oste stava a riguardallo,
tanto pareva di magna podesta.
Or lasserollo armato in tale stallo
e nell'altro cantar, sanza più resta,
raconterò come fu abattuto.
Sempre sia il vero Dio in nostro aiuto.