CANTARE SESTO

By Auteur inconnu

O vero Dïo, Giesù nazareno,

che sulla croce ti lasciasti occidere,

da quel popul giudeo di reità pieno

per voler dall'inferno noi dividere,

dove le pene non vengon mai meno

e non verranno mai al nostro vivere,

donami grazia, Maiestà divina,

ch'io seguir possa alla gente latina

la bella storia nel presente dire,

sì ben ch'a tutta gente sia in piacere.

Voi, buona gente, se volete odire,

in pace tutti vi state a sedere,

ed io vi credo la storia seguire,

se Gesù Cristo mi darà il potere.

Signori, io vi lasciai nell'altro detto,

sì come morto fu il baron perfetto.

Come fu morto il forte Ferraùe,

l'anima sua sanza nïun diviso

portata da dua angeli ne fue

su nella gloria, al santo Paradiso,

là dove arà sempre allegreza e piùe

con istormenti e con canti e con riso.

Carlo Mano quell'anima vedette:

che fusse Orlando per certo credette.

Per gran dolore in terra si distese

dicendo: — Sire Dio, che hai tu fatto?

Strutta è Cristianità: questo è palese,

poiché tu hai cotal baron disfatto.

Dove si troverà o in qual paese

un cavalier dell'arme tanto adatto,

ch'egli era sopra tutte le persone

com'alle bestie minute il lïone?

Or chi contasterà contra Pagani

di Spagna, di Navarra e di Galizia,

dell'India e della Persia e Sorïani,

Turchi e Affricanti e la loro milizia.

Ben porranno ora tutti e Cristïani

far gran lamento e pianto con tristizia.

Ben si porran chiamare triste e grame

per la Cristianità fantine e dame

del padre, del marito e chi del figlio,

del fratel, del parente e del cugino,

che or son tutti a mortale periglio

per la morte d'Orlando paladino. —

Di lagrime s'empieva tutto el ciglio,

chiamandosi dolente e assai tapino.

— Come faran trentasette baroni

che sono in la città tutti prigioni?

Morti saranno; e questo è 'l puro vero

che non arà giamai pietà di loro:

contra di lor sarà sì crudo e fiero

che non li renderà mai per tesoro;

contra di me diventerà sì altero

che non farà ragion d'argento e d'oro.

Omè, tapin, che feci tale impresa!

che a me bisognerà di far difesa.

Molto mi duol del marchese Ulivieri

e del Danese e del re Salamone,

d'Astolfo inglese e di Gan da Pontieri

e del piccardo pro' duca Sansone,

Turpin di Rana, Ottone e Berlinghieri,

d'Avino, Avolio e Guido d'Avignone;

d'Arnaldo di Berlanda, mio nipote,

si duol l'anima mia quanto più puote.

Forte si duole e piange lo cor meo

del forte e prode Angiolin di Bordella,

del Pian di san Michel Marco e Matteo:

el pro' Angiolier ancor mi dà quadrella;

di Guido di Borgogna sospiro eo.

Mi passa il cor questa mala novella

del sir Girardo da Rossiglïone

e del forte Gualtieri da Monlione.

Di tutti quanti sta il mio cor pensoso

perché so ben che non posson campare.

Poich'egli è morto il baron valoroso,

non li potrò per tesor raquistare.

Perdut'ho oggi ogni mio riposo.

Dammi la morte, Dio, non mi lasciare:

sanza costoro non vo' viver piùe,

che per me solo non arò virtùe. —

Dusnamo udì così fatto lamento;

maravigliossi di ciò fortemente

e disse: — Sire di gran valimento,

perché fate lamento sì dolente?

Non par ch'abbiate più conoscimento

o sète uscito fuor di vostra mente? —

Disse allor Carlo: — Deh, lassami stare

e non mi fare ancora smemorare. —

Disse il Dusnamo: — Perfetto imperieri,

ditemi perché siete adolorato?

Avete voi avuto messagieri

della Cristianità o d'alcun lato? —

Disse Carlo: — Tu se' mio consiglieri,

non ti debbo tener nulla celato;

mio nievo è stato morto dal Pagano

e però fo lamento sì villano. —

Disse il Dusnamo: — Sai tu indivinare?

Come puoi tu sapere che sia morto? —

Disse allor Carlo: — Io vidi portare

l'anima sua da due angioli scorto,

onde perciò certamente mi pare

che la Cristianità sarà a mal porto. —

Dusnamo, quando tal parole udìe,

fra se medesmo forte sbigottìe.

Un cavalier di que' di Ganellone

disse al re Carlo: — Non ti sbigottire,

ch'io vidi poco fa il fil di Milone

fuor di quel ponte presto al fiume gire

e, ritornando, l'elmo in man recòne:

pien d'acqua credo fusse a non mentire.

Egli arà quel Pagan fatto tornare

a nostra fé e vuollo battezare.

L'anima che vedesti veramente,

si sarà stata quella del Pagano:

morto l'arà nostro baron possente

e nel morir l'arà fatto cristiano;

però non dubitare di nïente

che 'l vostro nievo sarà allegro e sano. —

E di quel detto Carlo confortossi

e nel suo cor un poco rallegrossi.

Carlo lasciamo col core tremante,

che sì e no nel suo core credea,

e ritorniamo a quel signor d'Anglante,

che sopra Ferraù forte piangea,

perch'era stato sì forte ed aitante,

e 'nverso Dio cotal sermon dicea:

— O sire Dio, che non mi davi tùe

per mio compagno el franco Ferraùe?

Con lui ben credo ch'are' aquistato

tutto 'l mondo a levante ed a ponente:

ognun sarebbe alla tua fe' tornato

o morto saria stato assai dolente.

Abbi di lui piatà, Signor beato,

poich'è tornato alla cristiana gente

e non guardar a' suoi peccati tanti:

ricevilo alla gloria de' tuoi Santi. —

La sopravvesta trasse a quel barone

e missegli la sua fatta a quartieri,

e Durlindana gli cinse a ragione

e l'elmo suo gli mise e le lamieri;

poi mise indosso a sé suo guernigione

e Ferraù legò in sul destrieri

Veglïantino, ch'era buono e bello,

e montò sopra il suo, ch'era Morello.

La porta colla spada allor tagliava

e 'nverso la città uscì del ponte:

Veglïantino inanzi si cacciava

e cominciò a sallire sul monte.

Tutta gente di Lazera gridava:

— Ora è conquiso quello magno conte. —

E 'ncontra gli venieno molte genti

facendo festa e sonando stormenti.

E lodavan il loro dio Macone

dicendo: — Sconfitta è Cristianitade

perch'egli è morto el nievo di Carlone.

Viva Ferraù, ch'è di tanta bontade! —

gridavan forte tutte le persone.

Orlando entrò nella forte cittade:

sanza parlare a nessun, se n'andòe

al bel palagio e quivi dismontòe.

E fece Ferraù tor da cavallo

e 'n sulla mastra sala el fe' portare.

La madre corse di botto abracciarlo

dicendo: — Figlio, ben possi tornare.

È questo Orlando, nievo del re Carlo,

che si volea di Spagna incoronare

e discacciar Marsilio e Falserone? —

Rispose Orlando: — Oïl, per dio Macone. —

Colei ch'aveva suo unghie arotate,

voglia avea di mangiar d'Orlando il core.

Orlando disse: — Subito non fate.

Per fare a suo baron magior dolore

davanti a lor nella sala il mangiate;

e fate questo, madre, per mio amore. —

— Ciò che ti piace, figlio mio diletto,

farò — rispose il diavol maledetto.

Orlando Ferraù fe' strascinare

nella gran sala ov'erano i pregioni;

poi fece fuor di quella sala stare

tutta la gente, vecchiardi e garzoni:

non lasciò altri che la madre entrare

perché nessun facesse defensione.

Nostri Cristian, l'arme a quartier vegendo,

in un canto n'andâr forte piangendo.

Ed Ulivier di Vienna assai dolente

diceva: — O sommo Dio glorificato,

come hai lassato morir quel possente

Orlando, mio compagno e mio cognato?

Che ora è vinta la cristiana gente:

lamentar puossi ciascun battezato;

tuo nome spento fia per tutto il mondo,

poiché 'l valor d'Orlando è ito al fondo. —

Gran lamento facea re Salamone,

i figli del Dusnamo, Avolio e Avino,

e gli altri dua, Berlinghieri ed Ottone,

Marco e Matteo, e di Rana Turpino,

Danese Ugieri e 'l sir da Rossiglione,

Gan da Pontieri, traditor meschino,

Arnaldo di Berlanda ed Angiolieri

e da Monlione el buon duca Gualtieri.

Tutti quanti piangeano il baron dotto:

Ulivier si volea pur desperare.

Astolfo allora, figliuol del re Otto,

al buon Orlando cominciò parlare.

Per gran paura disse cotal motto:

— Gentil baron, ben ti possa incontrare.

Bene hai fatto c'hai morto lo sterpone,

che volia sogiogar tutte persone.

Signoregiar volia tutti e Cristiani

con suo superbia e con suo grande orgoglio.

Benedette ti sien, baron, le mani

con che gli desti morte con cordoglio.

E fra i Cristiani in paesi lontani

con mie persona acompagnar ti voglio:

io so ben tutti e camini e sentieri

di qui a Parigi insino a Monpolieri.

Francia, Guascogna e tutta l'Alamagna

Irlanda, Scozia e tutta Piccardia,

Provenza, Fiandra e tutta la Bretagna,

e tutto l'Aspramonte e Normandia,

Savoia, Frisia ed anche la Campagna,

di Ungheria, di Bramante e Lombardia

insino a Roma, la magna cittade,

ti guiderò per castella e contrade.

Io te darò Inghilterra la bella

con sessanta città che ho in mie balia

e quatro mila tra rocche e castella:

tutte le metterò in tuo signoria.

Non crederò però in vostra fé fella:

crederò sempre nel fi di Maria. —

Orlando disse in saracin parlare:

— Tu sarai il primo ch'io farò impiccare. —

Astolfo di tal motto non ridea,

abassò il viso e non disse nïente.

La donna Ferraù squarciar volea,

credendo fusse Orlando veramente.

Ulivier di Vïenna si movea

e disse a Orlando: — Ferraù possente,

dammi la morte, ch'io te l'adimando,

prima ch'io vegia sì straziare Orlando. —

Orlando disse in parlar saracino:

— Tirati indietro, duca borgognone,

cogli altri ti farò stare tapino.

Diman farò impiccare el re Carlone:

Cristianità arò a mie dimino:

fino a Roma andarà mio gonfalone

e nel vostro san Piero, in sull'altare,

ancor farò il mio destrier mangiare.—

Ulivier di Vïenna non rispose:

in un canto n'andò forte piangendo

con gran sospiri e lagrime dogliose.

E la versiera, Ulivieri vegendo,

di sopra al suo figliuol le mani pose,

per me' il core coll'unghie dipartendo:

lamieri e sbergo e giubba di zendado

coll'unghie dipartì senz'altro bado.

Quand'ella vidde la mortal ferita,

che Ferraù nel petignone avea,

e la sua giubba, ch'ella avea cuscita,

e le piastre d'acciaio, ch'egli tenea,

di ciò fu forte sua mente smarrita:

per me' cognoscer l'elmo gli togliea.

Orlando il brando a riversa menòe,

il capo da l'imbusto gli tagliòe.

Quante arme quella coll'unghie pigliòe,

ne menò via e quanta terra prese:

lo spazzo della sala graffiòe

e 'n terra morta tutta se distese.

L'anima sua el diavol ne portòe,

che fatte non gli furono contese;

e i Pagani, che stavano a vedere,

cominciaron di ciò forte a temere.

Diceva l'uno all'altro: — Hai tu veduto

che Ferraù par che sia impazzato?

Egli ha alla madre el capo dipartuto.

Chi diavolo averia questo pensato?

Egli ha tutto dì ogi combattuto:

sarebbe del combatter riscaldato?

Che la memoria se gli fusse volta,

che fa come persona che sia stolta? —

Molti Pagan uscîr della magione

per paura facesse loro male.

Astolfo d'Inghilterra, fi d'Ottone,

diceva a Orlando: — Baron naturale,

gran mercede c'hai morto lo sterpone,

che volea esser di Spagna reale:

tutta Cristianità, se tu vorrai,

sotto tuo signoria aver potrai.

Teco verrò e 'nsegnerotti tutto:

so di Cristianità tutto il camino.

Carlo Mano per vero fia distrutto:

Parigi e Roma arài a tuo dimino. —

Orlando disse: — Fi di putta brutto,

strascinar ti farò come mastino,

non parlar più, che Macon te dia pene,

ch'io ti tratterò come si conviene. —

Quando Orlando fu stato in tal maniera

dell'andar d'una grossa lega o piùe,

de l'elmo si levò su la visiera

per mostrar che non era Ferraùe.

Ottone, fi del duca di Baviera,

il marchese Ulivier, pien di virtùe,

subitamente il corsono abracciare:

gli altri baroni ferono altretale.

Ciascuno il fi di Milone abracciava.

Astolfo stava e non dicea nïente:

di ciò che detto avea si vergognava.

Orlando disse: — Dov'è il mio parente? —

Astolfo ad abracciarlo tosto andava,

lodando l'alto Dio onnipotente,

dicendo: — È morto quel can rinegato;

tu sarai della Spagna incoronato. —

Orlando disse: — Amavimi tu tanto?

Questo è il ben che tu mi vuoi, cugino?

Tu eri lieto che io fussi afranto:

credevi tu ch'io fussi il Saracino? —

Rispose Astolfo: — Io avrei fatto altro pianto

se t'avessi veduto sì tapino.

Io te ricognoscea, ma io volia

udir Gan traditor quel che dicia. —

Disse Orlando: — Tacete tutti quanti,

che que' Pagan niente possino odire;

i vostri guernimenti tutti quanti

sono in cotesta zambra allo ver dire. —

E Durlindana pigliò in man davanti

e nella porta cominciò a ferire.

Pagan diceano: — Ferraù è matto. —

Fuor del palagio ognuno usciva ratto.

Orlando quella Zambra disseròe

e trovò l'armadura dei baroni:

la sua ciascuno subito pigliòe,

più presti che liopardi over leoni.

Orlando tutti quanti gli menòe

giù del palagio, a piè delli scaglioni,

in sulla mastra porta del palagio,

dove solia Ferraù stare ad agio,

e disse loro: — Niente vi partite

da questa porta infin ch'io non rivegno.

Fuor del palagio per nïente gite:

come vi lascio, così istate a segno.

Se vengono i Pagani, allor ferite

contro di loro sanza niun ritegno. —

Disse Astolfo: — Deh, più non comandare;

va, se tu vuo' far nulla, non tardare. —

Orlando, nievo del nostro imperieri,

su nel palagio rimontato fue:

la sopravesta sua, ch'era a quartieri,

trasse di dosso al forte Ferraùe.

Ad un tronco di lancia quel guerrieri

apiccò que' quartier sanza star piùe;

poi su per gli scaglion con esso corre

e fu montato in sulla mastra torre.

D'in sulla torre veder si potea

tutto il bel campo del re Carlo Mano:

Orlando suso quel pennon ponea:

e poi riguarda tutto intorno il piano

e tutta l'oste di Carlo vedea,

e il padiglione ancor di Carlo Mano;

poi giù per gli scaglioni presto salta

e scese della torre ch'era sì alta.

Signori, i' vo finir questo cantare

e gire a bere e rinfrescarmi alquanto;

e voi, se sète stanchi d'ascoltare,

potete riposare un poco intanto;

e poi seguiterò al mio tornare

la storia bella nel settimo canto,

sì come Carlo Man Lazera prese.

Iddio di gloria sia a vostre difese.