CANTARE SETTIMO

By Auteur inconnu

Col nome di quel Dio, sire di gloria,

che di noi tutti è sommo creatore,

i' vo tornare alla presente storia

e seguitare con vero tenore;

ed in questo mie dir vo' far memoria

sì come Carlo Mano imperadore

colla suo gente Lazera prendette

e come tutta gente s'arendette.

Signori, io dissi nell'altro cantare

sì come Orlando uccise la versiera

e come fece i suo baroni armare

e 'n sulla torre pose la bandiera:

i suo baron fece alla porta stare,

tanto che scese della torre altiera;

poi alla stalla andò co' cavalieri

e sellâr tutti quanti i lor destrieri.

Ciascun coverta bene il suo destriere;

poi montaro a cavallo tutti quanti,

armati d'elmo, di sbergo e lamiere

di gamberuoli, di cosciali e guanti:

sanza pennoni, stendardi o scudiere

in sulla piazza usciro i combattanti

istretti istretti colle spade in mano;

Orlando avea la 'nsegna del Pagano.

Dietro ad Orlando ciascuno seguiva,

forte gridando di dietro e davante:

— Mongioia, san Dionigi viva, viva

re Carlo Mano ed Orlando d'Anglante. —

Tutti i Pagan, chi qua chi là fugiva,

chiamando Macometto e Trevigante,

dicendo: — Il traditor di Ferraùe

s'è battezato alla fé di Gesùe. —

Certo credieno che Ferraù e' fusse

per quella sopravesta ch'egli avea:

ciascuno nelle case se ridusse

e l'arme indosso ciascun si mettea.

Non fu cotal romor, quando si strusse

Troia la grande, che tanto valea,

come facieno que' Saracin lassi,

caricando i balcon d'arme e di sassi.

— Alarme alarme! — gridavan Pagani,

tutti in comune, garzoni e vecchiardi;

— sieno cacciati fuor questi Cristiani, —

gittando forte sassi, lancie e dardi,

traendo frecce con archi soriani

sopra i nostri Cristian prodi e gagliardi.

— Muoia Carlon e quei che ci ha ingannati! —

gridando vanno que' can rinegati.

— Muoia quel traditor di Ferraùe

che ci ha ingannati a così fatta guisa!

Muoia la legge dell'iddio Gesùe!

Gente cristiana sia tutta conquisa! —

Le mura della terra tosto fue

d'arme fornite sanz'altra divisa:

insegne a Treviganti e Macometti

ponevan sulle mura i maladetti.

Nostri Cristian, un più di trentasette,

faceano in sulla piaza gran battaglia,

ricevendo le frecce e le saette:

lor arme non le curano una paglia.

Alte le case e le rughe eran strette:

giù piovevano sassi di gran vaglia.

Cristïan per paura di morire

non si volean della piaza partire.

Istrettamente la gente cristiana

su per la piaza van forte gridando:

—Viva la santa Chïesa romana

e Carlo imperadore e 'l conte Orlando! —

Non s'acostava la gente pagana

apresso a loro con maze e con brando;

su per le case facevan difesa

gridando: — Muoia Carlo e santa Chiesa! —

Lasciamo Orlando cogli altri baroni

e ritorniamo a dir del buon re Carlo,

ch'era nel piano sotto i padiglioni

con molta gente a piè ed a cavallo,

armati tutti e montati in arcione,

giovani isnelli più chiar che cristallo.

Ottomila Bretòn di Salamone

facevan l'antiguardia per ragione.

Dusnamo di Baviera il consiglieri

verso Lazera prese a risguardare

e vide la bandiera de' quartieri

in sulla torre forte ventilare.

Di subito gridava a lo 'mperieri:

— Muoveti tosto sanza più tardare.

Vedete voi d'Orlando la bandiera

alla città in sulla torre altera? —

— Alarme! — gridò il nostro imperadore

e fe' la cloccia a martello sonare:

tutto il campo s'armò a gran rumore.

El buon Dusnamo, sanza più restare,

invêr la terra n'andò a gran furore.

La gente il cominciò a seguitare:

sanza bandiere, stendardi o pennoni

correvan su cavalieri e pedoni.

E l'uno l'altro nïente aspettava:

non si faceva schïera di niente;

qual me' poteva, il destrieri spronava.

Dusnamo di Baviera prestamente

(più ch'a veruno il fatto gli toccava!)

era dinanzi a tutta quella gente

per rïavere il suo Avolio ed Avino,

Ottone e Berlinghieri paladino.

Quando il Dusnamo alla porta fu giunto

forse con quattrocento in suo compagna,

quei della terra non restaron punto,

ma come gente valorosa e magna,

ciascuno, di superbia e d'ira punto,

di gettar sassi niuno si sparagna,

lance manesche e dardi tuttavia

traendo lor con archi di Soria.

Nostri Cristian non lassavano entrare

dentro alle porti per nïun partito:

assai ne fecion d'esto mondo andare.

Tristo colui che non era guarnito:

non gli valeva l'alto Dio chiamare.

S'era di lancia o di dardo ferito,

morto alla terra convenia che gisse

e d'esto mondo tosto si partisse.

Dice l'autore che questo tormento

durò un'ora e mezo molto forte:

piovevan come grandine con vento

dardi, lance con sassi per tal sorte.

Bene dei nostri forse fur ducento

che ricevetton a quel punto morte.

Carlo con l'altra gente apresso viene

e col Dusnamo insieme se ritiene.

Tanto fu l'abondar di nostra gente,

che per forza entrâr nella cittade,

tuttavia combattendo fortemente

con quella gente di gran crudeltade.

Dusnamo e Carlo, imperador possente,

eran davanti a tutte le masnade.

Gridava ognun: — Mongioia e san Dionigi

e viva il nostro imperier di Parigi!

Muoia la falsa lege di Macone!

Sien tutti morti questi Saracini!

Viva Colui che morì in passione! —

Que' della terra, grandi e piccolini,

gridavan: — Moia, l'imperier Carlone!

Tutti e Cristiani sien fatti tapini! —

Di sulle case gettavan tal sassi

che molti ne facieno tristi e lassi.

Per le rughe la gente si mettea

combattendo con que' can rinegati:

tanti sassi con lance vi piovea

che dal cielo parevano mandati.

Altro che frecce nulla si vedea.

Tristi color che non erano armati!

Per le vie dai palagi e dai torrioni

spesso erano gittati dei cantoni.

Nostri Cristiani non potien passare:

se difendien i Pagan d'ogni lato.

Indietro cominciaron rinculare,

che ognun pareva dal diavol cacciato.

Dusnamo cominciò forte a gridare:

— Monsignor Carlo, questo è mal mercato.

Nostri Cristian son morti come cani:

difender non si posson da Pagani.

O santo imperador magno e possente,

sanza ricever nostra gente danno

arém questa città subitamente

e questi Saracin s'arenderanno.

Mettasi dentro presto el foco ardente:

faccian difesa dal fuoco, se sanno.

Mercé dimanderanno ad alta voce

e torneranno a Quel che morì in croce. —

Carlò gridò: — Franceschi e Borgognoni,

mettete a fuoco tutta questa terra. —

Ed Alamanni, Normandi e Bretoni,

di Piccardia e gente d'Inghilterra

e Provenzali, Lombardi e Guasconi,

gridavan tutti: — Sia arsa la terra!

Al fuoco, al fuoco! Non àbbian mercede

chi in Apollino o Macone crede. —

Quando i Pagan sentir gridare: — Al foco! —

(ed era già acceso in alcun lato)

non parve loro né scherzo né gioco:

ognun di subito fu disarmato.

La battaglia ristette in ogni loco:

tutto quel popul fu pacificato.

— Viva Carlon! — cominciaro a gridare —

— Fateci a vostra fede battezare. —

Delle magioni usciron tutti quanti

a nostri Cristïan mercé chiedendo.

Gente cristiana di retro e davanti

per tutta la città vanno scorrendo,

ogni fortezza pigliando da' canti,

e 'n qua e 'n là s'andavano spartendo.

Correndo Namo alla piaza n'andava

e trentasette baron vi trovava.

Grande allegrezza fece lo 'mperieri

d'Orlando e d'Ulivieri e di Sansone,

di Salamone e del Danese Ugieri,

d'Astolfo e di Gualtieri da Monlione,

e di Gan da Pontier, suo consiglieri,

de' quattro figli del duca Namone,

d'Angiolin di Bordella e di Turpino,

d'Angiolier di Baiona il paladino.

A tutti gli altri fe' Carlo gran festa,

ringrazïando Idio con umil core.

Poi ch'egli ebbe la terra in sua podesta,

se dismontò al palagio magiore

e a Turpin comandò che sanza resta

della città el grande col minore

facesse battezar subitamente

alla fede di Cristo onnipotente.

Turpin gli fece tutti battezare

a quella fe' che san Piero lasciòe

e Macometto fe' a lor rinegare,

secondo che nel libro trovato hoe:

tutti gli fe' a nostra fé tornare;

la nostra lege tutta lor mostròe

e come Macometto era nïente

dimostrò lor per vero apertamente.

Lasciamo stare ora questo sermone

e ritorniamo al nepote di Carlo,

Orlando, figlio del duca Milone,

che sua prodezza mai non ebbe fallo.

Perché di Ferraù fusse menzione,

a piè del ponte, dove fe' mancarlo,

un monimento fe' di marmo fare

e intorno intorno lettere intagliare,

le qual dicean: — Qui giace Ferraù,

che fu più forte ch'altro saracino.

e in sua persona ebbe tanta virtù

che vinse a giostra ciascun paladino,

fuori che Orlando, da cui morto fu

in su quel ponte e fattovi meschino:

trentasette baroni avia pigliato,

tutti i miglior che Carlo avia menato. —

E sopra el monimento ha un mulino

ch'era in quel luogo, dove gli è per certo:

che si vegga l'avello i' non declino,

però che potrebbe esser ricoperto.

La terra avalla per ogni camino;

perciò io credo ch'ello sia coperto.

Lasciamo il dir di questo monimento

e torniamo al baron di valimento.

Orlando Ferraù fe' disarmare

di tutte l'arme ch'aveva primiere

e poi d'altr'arme lo fece adobbare,

sì come fusse nuovo cavaliere.

D'un pallio alessandrin di grande affare

la sopravesta fu fatta al guerriere.

Ben pareva baron di grande ardire:

non morto già, ma che stia a dormire.

Di preti e frati, che gli avea alquanti,

gli furo intorno con molti doppieri,

cantando loro uffici e salmi santi,

come a sì fatta cosa fa mestieri.

Molti v'avea che facieno gran pianti

per la morte del fior de' cavalieri.

Saracin, ch'eran fatti cristian poscia,

aveano di suo morte grande angoscia.

Assai fu pianto quel baron perfetto

nel palagio, nel quale fu signore;

di poi fu messo in un bel cataletto

e del palagio fu portato fore,

non già da poltronier né da valletto,

ma da baroni e campion di valore.

Al monimento fu il baron portato,

coperto tutto d'un palio rosato.

Fu sepellito il baron valoroso

a grande onore, sì come degno era.

Chi ne fu lieto e chi ne fu doglioso;

nella terra tornò la grande schiera.

e quattro giorni fe' Carlo riposo

con quella gente ch'avea a suo bandiera.

Quando fu quattro giorni riposato,

suo quattro consiglieri ebbe chiamato,

Dusnamo e Salamon, re di Bretagna,

Danese Ugieri e 'l conte Ganellone.

— Ditemi, bei signor, franca compagna,

questa città, che è a mie comandagione,

vogliam lasciare e gire invêr la Spagna,

sopra l'altre città di Marsilione,

o mandare a Marsilio prima a dire

che le chiavi mi dia di ciò ch'è sire? —

Dusnamo di Baviera arditamente

si levò ritto e cominciò a parlare:

— Santissimo imperier magno e possente,

a me parrebbe a Marsilion mandare

un messagier di nostra franca gente

e dalla vostra parte comandare

che di ciò che mantiene in questo mondo

mandi le chiavi a voi, signor giocondo.—

Quando il Dusnamo ebbe così parlato,

ciascun degli altri consiglier rispose:

— Il detto del Dusnamo sia osservato;

il messo vada sanza far più pose.

Marsilio sarà tutto impaurato

quando saprà novelle sì dogliose,

che Ferraù suo nievo sia conquiso;

a voi si renderà sanza diviso. —

Carlo Mano apellò un suo barone,

che Anselmo era chiamato dalla gente

(conte di Fiandra l'autor qui mi pone),

e disse: — Va, barone, immantenente

a Saragoza, inanzi a Marsilione

e conteragli tutto il conveniente:

sì come Lazera, è in mie balia,

e morto è Ferraù certo gli sia.

Dirai che venga a me sanza tardare

a dimandarmi mercé e perdonanza:

di tutto ciò ch'egli ha signoreggiare

mandi le chiavi a me sanza tardanza,

e facciasi a mia fé poi battezare

e torni al vero Dio che ha più possanza.

Se questo non vuol far, di' che mio oste

subito aspetti per piani e per coste.

E non gli lascierò tanto che vaglia

di ciò che tiene, città e castella,

el valer pur d'una trista medaglia:

giammai non tornerò in Francia bella

se 'l mio nepote Orlando di gran vaglia

di Pampalona, Lucerna e la Stella,

Nobile, Saragoza e di Ragona,

e di tutta la Spagna abbia corona. —

Anselmo disse: — Signor, volentieri

farò a Marsilio sì fatta ambasciata

dammi un compagno d'esti cavalieri.

quel che tu vuoi di tuo gente pregiata,

che più sicuro andrò per li sentieri. —

Carlo allora apellò in quella fiata

un cavalier ch'era Alorin chiamato,

uom valoroso e di battaglia usato.

E comandogli che Anselmo seguisse

en ogni parte, ove volesse gire,

e ciò che comandasse l'obedisse

e mai dal suo voler non si partire.

— Monsignor Carlo, — il cavalier gli disse —

— obedito sara' sanza fallire. —

Carlo li benedisse ad ambedue

dalla sua parte e dal vero Gesùe.

Trambedui e baron furon armati

di ciò che a cavalier facea mestieri:

e poi davanti a loro fur menati,

coperti a maglia, duo forti destrieri.

I duo guerrieri vi furon montati:

sanza menare sergenti o scudieri

si partîr dalla terra prestamente,

ciascun armato in sul destrier possente.

Il conte Anselmo col buon Alorino

di Lazera partîr tutti soletti:

vêr Saragoza presero il camino,

che non fur da nïuna gente stretti.

A Pampalona giunsero un mattino

i duo baron valorosi e perfetti,

dicendo ch'eran messi di Carlone,

ch'andar volieno al re Marsilïone.

Lasciati eran passare in ogni lato,

come d'ambasciadore è sempre usanza

di non esser offeso, ma guardato.

Pampalona passaro per certanza,

secondo che per scritto io ho trovato.

Nell'altro canto ve dirò la danza

e la battaglia che fêr coi Pagani.

Tutti vi faccia Dio allegri e sani.